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Facciamo parte dell’Associazione Parco Piazza d’Armi Le Giardiniere. Una scommessa, la nostra, azzardata fin dall’inizio: togliere alla speculazione e al cemento la più grande area verde oggi esistente a Milano, una ex area militare di 43 ettari (la Piazza d’Armi di Baggio), oggi vera oasi naturalistica, su cui tuttora insiste un progetto di edificazione di ca. 4.000 appartamenti. 

Una cosa abbiamo capito in questi otto anni di esperienza politica: che non saremmo in grado di fare una pratica diversa da quella che, nel corso del tempo, si è venuta via via costruendo, un po’ diretta da noi, un po’ di conseguenza, come quando si fa un passo dopo l’altro e la strada si fa facendola. 

Per questa pratica sono stati necessari: un riferimento genealogico e un nome (le Giardiniere, gruppi di donne carbonare attive a Milano e a Napoli nei moti risorgimentali del 1821); luscita dal recinto delle Pari Opportunità (siamo nate come uno dei Tavoli fortemente voluti da Anita Sonego, già coordinatrice della Commissione P.O. del Comune di Milano e nostra appassionata madrina e sostenitrice) dal cui orizzonte – Consultori, Spazi di donne, Lavoro femminile, Violenza – ci siamo smarcate preferendovi quello universale/individuale della salute e quello del “primum vivere”, per noi e per la città; il rapporto con altre donne da noi ritenute più avanti (amministratrici, esperte di settore, militanti dell’ambientalismo); la partecipazione puntuale a tutte le occasioni pubbliche dove possiamo imparare nonché comunicare la nostra esperienza; la scelta di lavorare, già da ora, con realtà associative e individuali alla costruzione di un progetto di riuso sostenibile (RIMANIRigenerazione Manutenzione Innovazione), pur senza alcuna garanzia futura; linterlocuzione con lAmministrazione pubblica nazionale, locale e di zona; il collegamento con le realtà del territorio e le formazioni politiche; lattenzione alle relazioni (fuori e dentro il nostro gruppo). 

Si va avanti, un po’ con soddisfazione, altre volte con frustrazione. Come quando ci sembra che non ci sia più strada, ma solo un muro davanti, e allora si cercano spiragli, fessure dove introdursi per riaprire brecce e speranze. Siamo in dieci, più o meno come quando siamo partite, ma ci sono stati conflitti, uscite ed entrate. Il conflitto fa paura… infatti lo temiamo, anche se abbiamo capito che è inevitabile: dentro noi stesse (intra), nel gruppo (inter), tra il gruppo e gli altri (versus). Naturalmente c’è acceso confronto anche sul grado di elasticità della corda: c’è chi la vorrebbe spezzare prima, chi dopo, chi mai. Ad esempio: le uscite dal gruppo non sono state tutte volontarie. Alcune si chiedono, ancor oggi, se sarebbero state possibili mediazioni più accurate rispetto alla normale dialettica IO-TU-NOI, quali pause di riflessione, sospensioni temporanee concordate, diverse modalità di collaborazione al posto della totale interruzione dei rapporti. 

Altro esempio, su cui è tuttora in corso un vivace confronto tra di noi (una socia è uscita per divergenza su questo punto, altre non partecipano più alle riunioni in zona), è quello del rapporto con i gruppi politici del territorio che hanno preso a cuore, come noi ma parecchi anni dopo di noi, l’area della Piazza d’Armi. Sono realtà contrassegnate da una pratica politica di pressione/contrapposizione, che si esprime con linguaggio belligerante e sfidante, anche se – lo riconosciamo – più mitigato e ironico rispetto a quello degli anni ’70. Ma il più delle volte incompatibile, non con gli obiettivi, ma con il nostro sentire e le nostre parole. Un sentire e un linguaggio, ilnostro, che dai gruppi politici viene vissuto come inopportuno,quando non ingenuo o – peggio – “oggettivamente”collaborazionista. 

Ma non sapremmo fare altrimenti. Là dove si ergono fronti e steccati, noi apriamo e dialoghiamo con tutti, dovunque e comunque; là dove si scommette su complotti e doppi giochi, noi stiamo alle parole spese e allo stato reale delle relazioni che abbiamo intrecciato. Ma vigilando… Anche con l’Amministrazione infatti siamo sempre in campana: ora stiamo collaborando, insieme alle maggiori associazioni ambientaliste, a un Tavolo istituzionale di progettazione della parte verde della Piazza d’Armi, ma… che controllo abbiamo sulla superficie già destinata all’edificazione dal vecchio come dal nuovo PGT?

È ovvio che la sproporzione tra noi e la controparte è fortissima: c’è in gioco un grande business, dell’ordine di un miliardo di euro. Le ragioni della forza sono le solite: il debito pubblico da risanare (il terreno, ora smilitarizzato, appartiene al Demanio Civile che deve fare cassa con le privatizzazioni), il bisogno di appartamenti in una città con un trend abitativo in crescita (?), mentre la forza della ragione ha avuto un sussulto grazie a Greta e al movimento mondiale contro i cambiamenti climatici. Che però non investe ancora appieno la coscienza di chi ci governa, ostaggio della ben nota schizofrenia per cui alle parole seguono fatti che le contraddicono.

A tutt’oggi non sappiamo se la nostra pratica di relazioni sempre e comunque, ostinata e realistica, dialogante e radicale, riuscirà a portare a casa qualcosa per noi, per le future generazioni, per Milano.

Sappiamo che non potremmo farne un’altra: non solo perché abbiamo quasi l’età degli ulivi del Salento, ma perché è quella che più ci piace, ci soddisfa, ci ha aperto tante porte e finestre sul mondo, ci ha fatto crescere senza venire meno al nostro sentire e alle nostre parole di donne.

Per noi la Piazza d’Armi non è solo un luogo da difendere e tutelare o, peggio, un “vuoto urbano”, noi la Piazza d’Armi, coi suoi vecchi magazzini militari anni ’30, il suo bosco, le radure, la zona umida, i leprotti, i fagiani e gli uccelli, anfibi e rettili compresi, la amiamo. 

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