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Ancamò! Così ho pensato quando Marina mi informa sul prossimo VD3. È dallo scorso novembre con BookCity che si va avanti con Moran e Bindel, Bindel e Moran, insomma che in Libreria si debba sempre finire a… oddio ma che sto pensando? Poi arriva l’invito. La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti. Tutti? Tutti chi? I clienti per forza, sì poi anche le istituzioni, l’opinione pubblica. Ma Luciana è donna precisa: tutte e tutti e quindi anche me.

Nato nei primi anni cinquanta, non ho mai frequentato il mondo della prostituzione per molti motivi. Al di là di un mio istintivo fastidio per qualsiasi contatto fisico con estranei, posso elencare l’educazione ricevuta, il senso morale elaborato, il problema inquadrato nell’ambito più generale delle ingiustizie sociali, espresse qui nello sfruttamento mercantile tipicamente capitalistico che futuri sistemi socialisti risolveranno, la sessualità intesa come libero scambio di piaceri reciproci. In sintesi: la prostituta come una donna violata nella sua dignità che soffre ed è sfruttata; il cliente l’esemplare di un immorale irrispettoso, che sfrutta il bisogno materiale altrui, illudendosi di trasformare delle prestazioni pagate in manifestazioni di esuberante virilità, insomma uno squallido soggetto.

Definirei oggi questo modo di impostare la questione sfuggente e superficiale.

Primo caso.

Un adulto trentenne, allenatore di una squadra giovanile insulta sulla rete la giovane Greta, definendola pronta per debuttare nella prostituzione. Le conseguenze: indignazione, proteste, licenziamento, e le immediate scuse dell’adulto con la piena assunzione di responsabilità. All’agenzia Ansa l’allenatore ha poi aggiunto: «Quelle cose che ho scritto non le penso. È stata un’esternazione di pancia, ma non sono la persona che è stata descritta nei commenti che leggo su internet. Non sono sessista. Mi dispiace perché a 34 anni si dovrebbe ragionare di più prima di scrivere. È stata una cosa scritta di rabbia che non rifarei assolutamente»

(https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/09/30/grosseto-offese-contro-greta-thunberg-sui-social-licenziato-allenatore-di-calcio-delle-giovanili/5487299/).

Poco me ne faccio della sua buona fede, mi interessa la rabbia, che malattia non è, e soprattutto mi intriga la contrapposizione, davvero illuminante, tra esternazione di pancia e durata del ragionare.

Se riflettessi più a lungo quelle cose che penso non le scriverei. Bene, non sono affatto sessista, sì, ma perché le penso?

Secondo caso.

Qualche settimana fa ascoltando il Gazzettino Padano sulle solite vicende post discoteca, ho fatto un balzo sentendo: «maxi-rissa dopo apprezzamenti a una ragazza».

Credevo che l’espressione appartenesse ormai a un giornalismo superato, provinciale e mediocre, invece è furbescamente e ancor più maldestramente utilizzata per spiegare e giustificare la rabbia (toh, chi si rivede!) maschile. In rete sono ancora parecchie le notizie spiegate secondo una ricostruzione in cui «sembra che la scazzottata sia nata a seguito di un complimento, pare anche poco cortese, rivolto da uno degli avventori del locale ad una ragazza. Complimento che avrebbe infastidito non poco l’accompagnatore della giovane ed il gruppo di amici» (https://www.anteprima24.it/salerno/ragazza-discoteca-rissa/).

Per concludere: giudichiamo con superiorità di sesso, celata da difesa, della misura dei complimenti ambigui, provando fastidio per un apprezzamento che appunto disprezza noi, non lei, che del suo corpo ci siamo erti a controllori; proteggiamo una donna muta e passiva, come una proprietà che val bene una rissa: la rabbia si autogiustifica.

Ma… disprezzo, inferiorità, controllo del corpo, donna muta e passiva rispetto agli apprezzamenti più o meno volgari che riceve, proprietà: proprio come nella prostituzione!

Quello che la rabbia dunque non trattiene e lascia fuoriuscire è la convinzione dell’inferiorità femminile, sesso indegno e disprezzabile.

Un’eco di disprezzo risuonava dunque nel mio pensiero trattenuto?

I maschi che, come re pigri e indolenti, soltanto nell’arrocco si spostano di due caselle, beninteso restando sempre sullo stesso colore, impareranno a balzare come il cavallo da uno all’altro?