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da la Repubblica-Milano

In via Pietro Calvi, non si vendono solo libri: “È rimasto un luogo per incontrarsi e discutere. Le giovani vogliono ricreare pratiche femministe”. Tante iniziative per celebrare l’anniversario

Correvano gli anni ’70, le femministe erano ridenti, arrabbiate e per la prima volta rivendicative, gonne mini o lunghe e fiorate, alcune sugli zoccoli, altre a piedi nudi come Joan Baez. Nottate intere a discutere, e poi le battaglie, il divorzio, l’aborto e il nuovo diritto di famiglia, argomenti di mille e una manifestazione, dei gruppi di autocoscienza nei quali si parlava di sessualità e di ribaltamento dei ruoli imposti alle loro madri e nonne, in un movimento che faceva della ripresa di un sapere personale la risposta alla medicalizzazione del corpo e di tutti i suoi processi, dal parto alle mestruazioni. Questo era il clima in cui, esattamente 50 anni fa, nasceva in via Dogana 2 la prima Libreria delle donne in Italia, sul modello di una simile impresa a Parigi.

Fra le fondatrici c’erano Luisa Muraro, Lia Cigarini, l’artista Bibi Tomasi e Giordana Masotto, la prima libraia, ancora oggi orgogliosamente sulla breccia assieme alle nuove leve, fra le quali ci sono Giorgia Basch e Laura Colombo, web mater curatrice del sito sul quale è appena stato messo on line un folto programma di iniziative da qui a ottobre, quando ci sarà la festa celebrativa nella nuova sede in via Pietro Calvi 29.

«Volevamo un luogo sulla strada, aperto a tutte, un negozio, dove anche ci si potesse ritrovare, un luogo per coniugare l’espressione della creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte», spiega Giordana Masotto che, alla bella età di 78 anni, è ancora una delle anime di questa libreria, che oltre a vendere una sterminata messe di libri che riguardano le donne, possiede anche un fondo di testi esauriti e introvabili.

Ma la libreria è «una realtà politica composita e in movimento», come si legge sul sito, e sforna pubblicazioni in proprio e una rivista online – Via Dogana -, oltre a organizzare tutte le settimane riunioni e discussioni politiche, proiezioni di film, presentazioni di saggi e romanzi che diventano momenti di riflessione collettiva. «All’inizio pagavamo l’affitto in una sede che ci aveva dato il Comune e per partire facemmo un’asta con opere d’arte che ci vennero donate da varie artiste vicine al nostro collettivo, fra le quali c’era Lea Vergine. Vendevamo solo libri di donne, come gesto politico, ma nel corso degli anni ci si è ripensato. Tante cose si sono evolute», racconta ancora Giordana che, con Pinuccia Barbieri, è la memoria storica della Libreria, anche se a mandare avanti oggi il negozio e le iniziative è una folla di volontarie, alcune molto giovani, che negli anni ’70 non erano nemmeno nate.

Il pubblico e la clientela negli anni sono cambiati, così come la contaminazione col dibattito sul patriarcato che mobilita la folla delle nuove femministe e della rete “Non Una di Meno”, integrando i temi che vengono dalla vecchia guardia. «C’è interesse nelle più giovani per la riappropriazione dei nostri pensieri e gesti degli anni ’70 – rivela Masotto -, trasformando la memoria in qualcosa di più vivo. Siamo molto grate per le sensibilità nuove, le interlocuzioni col femminismo di oggi, in una fase di crisi radicale del modello patriarcale. Tanti i nodi ancora da affrontare. Quello delle violenze, soprattutto. Su questo le giovani hanno un’esigenza forte di confronto in presenza, perché nelle relazioni virtuali c’è una sensazione di inganno e di svuotamento, per cui si sta riscoprendo il bisogno di ricreare delle pratiche».

Tante le iniziative per i 50 anni, dalle conferenze su alcune “maestre di vita” (Simone Weil, Lina Merlin e altre), all’assemblea del 9 aprile sulla “Radicalità del lavoro” alla Cgil in corso di Porta Vittoria 43.