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Da Pinar Selek, sociologa, femminista e attivista turca, da molti anni impegnata anche nella difesa dell’esperienza del Rojava e, in particolare, in stretta relazione con le donne che ne sono protagoniste, riceviamo questo testo, che pubblichiamo (Silvia Marastoni).

Care amiche, compagne e sorelle,

vi salutiamo con un nuovo aggiornamento dal Rojava. Oggi è sabato 31 gennaio. È la giornata di mobilitazione nell’ambito della campagna “Women Defend Rojava” (le donne difendono il Rojava). La maggior parte di voi avrà sicuramente partecipato a manifestazioni e azioni. Anche noi eravamo in strada con le donne, qui, in Rojava. In tempo di guerra, la situazione cambia da un giorno all’altro. È impossibile pianificare o preparare qualsiasi cosa. Ma a volte, le cose si incastrano a meraviglia. Come oggi. Cosa sarebbe potuto accadere di meglio che scendere in strada come donne proprio nel giorno dell’annuncio di un accordo tra le FDS [Forze Democratiche Siriane, l’esercito multietnico a guida curda che ha sconfitto l’ISIS, ndr] e il governo transitorio siriano! In questa giornata riaffermiamo la nostra certezza: noi donne difenderemo la nostra Rivoluzione.

Dall’accordo di cessate il fuoco, possiamo dire che la situazione al fronte sembra più o meno calma. Ma sappiamo che non esiste una vera pace con il governo di transizione. Quando volgiamo lo sguardo verso le altre regioni della Siria, vediamo attacchi e assassinii incessanti.

Questo accordo non significa un cambiamento del Governo Transitorio Siriano (GTS) o delle forze imperialiste che lo sostengono. Il loro obiettivo rimane l’annientamento della Rivoluzione. Se oggi sono pronti a fare delle concessioni, è solo perché non hanno scelta. Non abbiamo fiducia nel fatto che proteggano i diritti delle donne. Crediamo piuttosto nella capacità della società di difendersi.

Il futuro dipende dalla resistenza continua delle donne in tutto il mondo. Donne che si mobilitano affinché possiamo continuare a difendere e mettere in sicurezza le conquiste di questa Rivoluzione, affinché questo accordo porti a un’integrazione democratica e non a un’assimilazione all’interno delle strutture statali. I diritti delle donne non vengono menzionati nei negoziati, così come la liberazione delle nostre combattenti dell’YPJ [le Unità di Difesa delle Donne, ovvero le brigate femminili, ndr]. Una solidarietà e una resistenza incrollabili sono indispensabili, la lotta continua!

La sicurezza non può essere garantita da alcun cessate il fuoco con l’HTS [Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo militante islamista che controlla parti della Siria nord-occidentale], ma solo dalla nostra stessa forza. L’autodifesa ha molteplici sfaccettature. È quanto abbiamo potuto constatare in modo impressionante nelle ultime settimane. Le forze armate, le FDS, sono importanti. Ma la forte pressione esercitata dai milioni di curde/i e dalle persone solidali che sono scese nelle strade del Kurdistan e del mondo intero in queste settimane è altrettanto importante. Le istanze politiche si sforzano di aprire una via diplomatica, ma traggono la loro forza dal sostegno della popolazione. Ancora una volta, la società in Rojava dimostra che la migliore autodifesa è l’organizzazione. Una società organizzata, che ha coscienza di sé, che ha valori democratici e li difende con fiducia e determinazione, non si lascia reprimere. Ed è con questa chiarezza che guarda al futuro.

La guerra non è finita. Forse la guerra militare perderà intensità, ma abbiamo visto in queste settimane che questa guerra è condotta con altrettanto accanimento nei media e con tutti i mezzi della guerra psicologica speciale. È una guerra per l’informazione, per la diffusione dei punti di vista, per le nostre menti, i nostri cuori, la nostra morale. Anche quando i nostri corpi non sono colpiti dai proiettili, sentiamo l’impatto della disinformazione che mira a farci arrendere ancora prima di aver iniziato a lottare. In questo senso è fondamentale restare vigili. L’amministrazione autonoma del Rojava continua a esistere, la Rivoluzione delle donne è viva e non si lascerà smantellare da alcuna integrazione. Dobbiamo essere consapevoli che viviamo nella terza guerra mondiale e nel suo caos. Il capitalismo, il sistema degli Stati-nazione e la mentalità patriarcale hanno condotto il mondo in una crisi profonda alla quale le potenze dominanti reagiscono con sempre più violenza, più repressione, più guerra. Possiamo constatarlo in Medio Oriente, in Europa, in Abya Yala[il nome usato dai popoli indigeni per riferirsi al continente americano, ndr], in Asia, negli Stati Uniti. Per proteggere le nostre società, la vita su questa terra, da questa forza distruttrice, abbiamo bisogno di numerosi metodi di lotta. Abbiamo bisogno di autodifesa in tutte le sue forme.

Quasi due settimane fa Mazloum Abdi, in qualità di comandante in capo delle FDS, ha fermamente rifiutato il piano d’integrazione proposto dal governo transitorio siriano. Quell’accordo avrebbe portato a una morte lenta della Rivoluzione. Invece, la società ha deciso di resistere ancora una volta. Questa resistenza ha esercitato la pressione necessaria per dar luogo a un nuovo accordo, conforme ai valori dell’amministrazione autonoma. Le FDS rimarranno unite e saranno ufficialmente integrate nell’esercito siriano come divisioni e non come singoli individui. Nessuna forza armata dell’HTS entrerà nei villaggi e nelle città curde. Unità delle forze di sicurezza del ministero dell’Interno siriano saranno stazionate temporaneamente in basi a Hasaka e Qamishlo, per proseguire il processo di integrazione, e poi lasceranno nuovamente le città. L’accordo copre molti punti e altri dovranno ancora essere negoziati prossimamente. Inoltre non sappiamo per quanto tempo il governo rispetterà le decisioni prese. Ufficialmente la Francia e gli Stati Uniti sono i garanti di questo accordo e supervisionano il processo. Ma noi non ci fidiamo delle forze imperialiste. Abbiamo fiducia nella forza della società e nella solidarietà internazionale.

Una cosa è chiara: dall’inizio del movimento di liberazione curdo e dallo scoppio della Rivoluzione in Rojava, le potenze egemoniche, siano esse regionali o internazionali, hanno sempre avuto interesse a impedire ogni rivolta del popolo curdo, ogni alleanza tra i popoli democratici e ogni auto-organizzazione. Eppure, oggi, siamo qui. E siamo riusciti a sventare un nuovo tentativo di annientamento della nostra resistenza.

Il governo di transizione siriano, che beneficia di un sostegno militare e finanziario e gode di una legittimazione politica da parte di Turchia, Stati Uniti, UE, Israele e Gran Bretagna, non è riuscito a entrare nelle città curde. L’HTS e l’alleanza delle forze governative pensavano di poter distruggere la Rivoluzione delle donne con un unico attacco massiccio. È stato un errore. Sono stati costretti a tornare al tavolo dei negoziati e la pace è stata rimessa all’ordine del giorno.

Solo una lotta comune, una resistenza comune, garantisce la sopravvivenza della Rivoluzione delle donne – e questo, ogni volta.

La lotta continua. Dobbiamo restare particolarmente vigili e continuare a esercitare pressione nei prossimi giorni e settimane. Sappiamo di trovarci di fronte a un governo islamista e ai suoi alleati imperialisti che sono privi di valori e di umanità. Allo stesso tempo, sappiamo che qui in Rojava vivono migliaia di donne che non accetteranno mai più di essere ridotte in schiavitù. La resistenza delle donne è, soprattutto in questo momento, la linea rossa centrale che garantisce i principi della Rivoluzione. Sappiamo che non c’è nulla di più antinomico alla Rivoluzione democratica delle donne delle idee islamiste e fasciste. È per questo che la giornata di oggi era perfetta affinché noi donne scendessimo in strada insieme.

Come oggi ha chiaramente sottolineato Rihan Loqo, del comitato diplomatico di Kongra Star[l’organizzazione-ombrello del movimento delle donne in Rojava, ndr] a Qamishlo [città nel nord-est della Siria, al confine turco, considerata la capitale de facto dell’amministrazione autonoma curda del Rojava, ndr]: «Questo sistema che rivendicano e nel quale l’esistenza stessa delle donne è messa a repentaglio, non potranno imporcelo. […] Finché i diritti, l’esistenza, la Storia, la volontà delle donne non saranno garantiti, non smetteremo di lottare, non aspetteremo che il tempo passi e non accetteremo questo sistema. Scenderemo in strada Ogni giorno per le nostre conquiste, la nostra esistenza, la nostra Storia, la nostra Rivoluzione».

In questo senso, restate vigili, restate attive, la guerra non è finita e una lunga battaglia ci attende. La nostra lotta come donne ha una storia millenaria e un futuro altrettanto lungo. Saremo testimoni di molti cambiamenti, avremo bisogno di molte metodologie,ma ciò che è certo è che la nostra libertà, la nostra autodeterminazione, la nostra organizzazione comune non sono negoziabili.

Jin, Jîyan, Azadî (Donna, Vita, Libertà)

(email, 31 gennaio 2026)