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da Avvenire

Don Riccardo Mensuali (Pontificia Accademia per la vita) riflette sui riferimenti culturali per gli uomini del nostro tempo: abbiamo un modello antropologicamente sicuro, quello di Gesù nei Vangeli

Maschi contestati e processati, ai margini delle relazioni sociali e di quelle familiari. Ma maschi anche che hanno deciso di costruirsi una nuova identità, più presentabile e interessante. La traccia potrebbe essere rappresentata da quell’antropologia cristiana che sull’argomento offre, a chi li sa cercare, modelli spiazzanti proprio perché ispirati all’immagine maschile di Gesù nei Vangeli. È la lunga cavalcata alla ricerca del maschio, del padre, del marito presentata da don Riccardo Mensuali nel libro Pieno di grazia. La sfida cristiana per il maschio del nostro tempo (San Paolo, pagg,192, euro 18).

Le quotazioni della paternità non sono mai state così basse, ma le statistiche ci dicono che i ragazzi – più delle ragazze – raccontano che a loro piacerebbe avere molti figli, desiderio che poi nella maggior parte dei casi non viene realizzato. Perché questa contraddizione?

Si potrebbe banalmente dire che i ragazzi sono meno consapevoli di quanto “costi” una maternità. Invece credo che nel cuore di un giovane esista un vero desiderio di realizzarsi anche a partire dalla paternità, da un servizio che per forza ci porta a renderci più gentili, più attenti e pazienti, più impegnati nella cura. Come se tanti ragazzi avvertissero che l’antidoto a violenza, modi bruschi, durezza è far da padre ad un figlio. È un po’ quello che ha cantato a Sanremo Lucio Corsi: Non sono nato con la faccia da duro / Ho anche paura del buio.

Il maschio, programmato da secoli di vita sociale a usare la parola in pubblico, nella vita familiare sceglie spesso il mutismo, o al massimo i monosillabi. Perché imparare ad esprimere emozioni e sentimenti attraverso la parola può essere una via privilegiata per far crescere la qualità delle relazioni?

La scarsa loquacità maschile nelle relazioni è quasi proverbiale, come se dovessimo spendere le nostre energie solo davanti a un gran pubblico. Ma anche questo comincia a diventare uno stereotipo vecchio. Ai corsi matrimoniali ormai si parla moltissimo, anche di sé, e lo fanno volentieri anche i futuri mariti. Per noi cristiani, figli della Parola, è una grande occasione. Dare le giuste parole alle emozioni, descrivere con sobrietà e saggezza quel che si sente non è solo da lettino da psicologo. È da vero uomo. Ricco di interiorità.

Qualcuno ha ipotizzato che la crisi del maschio è andata in questi decenni di pari passo alla crescita di responsabilità e di ruoli della donna, come se la parità fosse il più grande problema dell’uomo. Traguardo, sotto sotto, inaccettabile. Quanto c’è di vero in questa posizione?

Bisogna stare attenti a come si parla. Perché si fa presto a dire che siccome l’uomo non accetta di buon grado l’emancipazione, fa fatica, allora la colpa è delle donne. Qualcuno non solo lo pensa, ma lo dice pure. Direi, più precisamente, che troppi maschi li troviamo arretrati, impreparati al nuovo mondo, più femminile, dove prevale la forza del cervello, dell’empatia, della ricchezza di capacità relazionali. In questa nuova e buona “gara” bisogna allenarsi. Se il maschio rimane indietro, è colpa sua. Come lo è reagire con l’istintiva e non curata violenza del frustrato.

Molto interessante, tra le tante riflessioni che lei propone, quella sull’ultima paternità, quella dei grandi anziani che spesso hanno figli prossimi alla pensione. Si tratta però di valorizzare il loro ruolo e rispettare la storia che c’è alle spalle di ciascuno di loro. Come riuscirci?

Spesso non ci si riflette molto su quanto non sia semplice invecchiare bene, con serenità e costituire buoni padri anche sugli ottanta, novant’anni. Si dà per scontato che sia tutto sorgivo. Non è così. Si impara anche a diventare vecchi. Lo spirito cristiano ci propone di essere figli e discepoli del Maestro sempre. Prepararsi bene e con cura a lasciare questo mondo per entrare nella vita eterna può costituire una testimonianza importante per figli ormai molto adulti, che ricorderanno di certo come il padre se n’è andato.

Perché ritiene che il modello di uomo, di maschio, di marito offerto dall’antropologia cristiana possa rappresentare una strada percorribile e auspicabile per “vivere da uomini”, oltre tutte le contraddizioni e i luoghi comuni?

Semplicemente perché noi uomini potremmo, con qualche scaltrezza, quasi “approfittare” del fatto che abbiamo già un vero modello d’uomo nella figura di Gesù, come emerge dai Vangeli. Lo sappiamo, non era sposato né aveva figli, ma chi più di lui è maestro d’amore, maestro privilegiato di relazioni umane? Sapeva avvicinare una donna come un uomo, sapeva parlare o ascoltare a seconda del momento, adirarsi o essere maschio dolce e diverso da tutti quando occorreva. Sapeva sbrigarsi ma anche fermarsi. Ha saputo far da padre agli Apostoli delegando loro poteri e responsabilità, li ha fatti scontrare coi loro limiti perché li superassero. E quando tutti volevano che rimanesse, se ne è andato per agire attraverso di loro, cioè di noi e della Chiesa. Non vedo, al mondo, modello di maschio più efficace ed attraente. Un uomo che conquista.