“Manzanas”, abitare l’attenzione
Angela Condello
25 Maggio 2026
A Bogotà, dal 2019, ci sono gli “isolati della cura”, un sistema distrettuale e un programma locale di sostegno
Ottobre 2019. Pochi mesi prima che il mondo venga turbato dalla pandemia, la città di Bogotà elegge Claudia López, prima sindaca apertamente omosessuale a guidare una città strutturalmente attraversata dall’ingiustizia sociale (tanto da essere divisa in sei “strati”: ricchi, intermedi, poveri, con degrado estremo, etc.). Tra le altre cose, la vittoria di López segna una svolta nella gestione urbana del sostegno al lavoro di cura. Bogotà, come tutta l’America Latina, era già dagli anni Ottanta un luogo di una fervente elaborazione femminista che è riuscita a coniugare, specialmente negli ultimi anni, teoria e pratiche, portando avanti un lavoro casa per casa, storia per storia, per reimmaginare la vita quotidiana.
2020. Esplode la pandemia e si crea così l’occasione per testare, finalmente, un nuovo indirizzo politico a partire dalla cura. Le aree urbane, come Bogotà, sono quelle in cui più si percepisce l’assenza di relazioni solidali, di spazio, di tempo. Il lavoro di cura balza improvvisamente in cima alle questioni da affrontare subito e collettivamente. È in tale contesto che López e la sua squadra lanciano il Sistema Distrital de Cuidado (sistema distrettuale della cura), che con le sue tre R – reconocer, redistribuir, reducir (riconoscere, ridistribuire, ridurre) – è il primo programma locale di sostegno alla cura e ruota essenzialmente intorno alle manzanas del cuidado (isolati della cura).
2021. Apre la prima manzana del cuidado. Oggi sono in tutto 26 e a breve diventeranno 45. Molte città del mondo le vorrebbero replicare. Sindaci e leader progressisti le considerano un modello per la giustizia di genere. Studiose di economia, femminismo, sociologia urbana le usano come paradigma. Ma che cosa sono e come funzionano, in concreto?
L’idea è molto semplice: non si tratta di costruzioni nuove sostenute da fondi miliardari (come quelle previste dal Pnrr, che in molti casi ancora aspettiamo di visitare): le manzanas nascono dal riutilizzo di luoghi già esistenti. Scuole, strutture sportive, community centers. Le prime 26 sono presenti nelle zone periferiche e con percentuali altissime (quasi esclusivamente femminili) di caregivers a tempo pieno che non hanno studiato, non fanno alcuna attività per sé stesse e badano a tempo pieno a partner, figli, genitori, prossimi non autosufficienti. Queste persone, essenzialmente donne, iniziano a veder riconosciuto il proprio lavoro finora invisibile. Come? Il principio chiave è l’economia del tempo: chi sostiene il carico anzitutto mentale della cura, si sa, porta avanti tante azioni nello stesso momento (cucina, guarda i figli o gli anziani, programma la gestione della casa) e per questo non ha spazio da dedicare a sé o alla partecipazione politica, alla propria comunità.
Molte di queste donne non sanno andare in bicicletta, non hanno mai seguito una lezione di nuoto o di yoga, non hanno finito la scuola e quindi non possono cercare lavoro. Così, per esempio, vanno alla manzana e portano con sé i figli e il bucato sporco. Mentre i bambini seguono alcune attività e qualcuno si occupa di fare il bucato e ripiegarlo, loro seguono una lezione di matematica per prendere un diploma, o fanno una lezione di yoga per ricentrarsi. Il principio guida, per come lo descrive la sociologa María José Álvarez, è quello del «mentre accade A, mentre qualcuno si occupa di B, mentre io faccio C, etc.». Il tempo delle donne non viene liberato facilmente? Le manzanas riconoscono lo sforzo della cura ridistribuendolo (altri lo fanno per loro) e riducendo (quando rientrano a casa ne hanno di meno).
Non ci sono costie non ci sono orari. Sono aperte anche di sabato e ci sono solo alcune regole da seguire, per esempio: la biancheria intima non la si porta, i soggetti con malattie molto gravi vengono sostenuti nelle case private, sempre dal Sistema Distrital. Non sono richieste procedure di accesso e la burocrazia è minima. Naturalmente sono aperte anche agli uomini, e naturalmente non conta l’orientamento sessuale. Non si deve provare di essere sposati, o di trascorrere un determinato numero di ore a svolgere lavoro di cura. Se ci si prende cura di un animale e questa è un’attività time-consuming, si può accedere. Altro principio chiave è infatti la fiducia: non si chiedono prove per offrire sostegno, basta la parola. Il successo di questo sistema diffuso e locale della cura è spiegato da ragioni diverse, alcune contestuali, altre generali. Le prime: l’America Latina è la zona del mondo con le maggiori ingiustizie sociali e con una distribuzione di ricchezze estremamente polarizzata, per cui ci sono pochissime persone molto ricche e una maggioranza di persone molto povere. In più, in Colombia non è mai esistito un sistema di welfare come quelli europei. La presenza di community centers che smistano ogni esigenza (salute, lavoro, servizi sociali) è indice di una generale assenza dello Stato.
Le manzanas sopperiscono, quindi, a un sistema strutturalmente carente. Per questo motivo si potrebbe pensare che un modello simile non servirebbe, allora, nelle grandi metropoli europee. E invece no. In molti propongono di espandere il modello manzanas anche da questo lato dell’Atlantico, e questo lo si spiega con il secondo ordine di ragioni per cui il sistema ha avuto così successo: questo progetto coglie bene lo spirito del nostro tempo, perché sono cambiati gli assetti famigliari ed è cambiata la logistica quotidiana.
Nei primi incontri, molte delle persone che arrivano dagli operatori e dalle operatrici nelle manzanas denunciano malesseri legati a isolamento, depressione, ansia. La cura è un carico: se viene rimosso, ritorna ancora più pesante. Riconoscerlo, ridistribuirlo e ridurlo è il primo passo verso l’alleggerimento individuale e collettivo. Come? La grande intuizione dietro il progetto manzanas è stato un investimento costante sull’interazione tra istituzioni della cura e la scelta accurata delle persone responsabili di questo piano.
Claudia Lópeze la sua amministrazione hanno richiesto che a coordinare i presidi fossero reclutati soggetti con una sensibilità femminista alle politiche della cura e, possibilmente, cresciuti vicino a quelle zone, perché è inutile dare in mano a qualcuno uno strumento che serva a qualcosa che gli sta poco a cuore. Da un punto di vista globale, il carattere virtuoso di queste esperienze si spiega con il fatto che esse intercettano un doppio bisogno concreto e spesso disatteso, anche dalle amministrazioni europee: vedere riconosciuta da un lato la complessità logistica dell’organizzazione famigliare, e, dall’altro, liberare parte del proprio tempo per fare ciò che davvero si desidera. Le manzanas hanno insomma sia un impianto intersezionale, perché rispondono all’organizzazione di vari aspetti della vita che possono anche richiedere interventi contestuali, sia fortemente liberativo – perché non danno priorità al bucato rispetto allo yoga ma grazie alla logica del «mentre faccio questo, qualcuno fa l’altro…» fanno sì che la complessità diventi gestibile, persino possibile, visto che a prendersi cura degli altri e di sé stessi si può sempre imparare.
A cuidar se aprende [‘a prendersi cura si impara’, ndt] è il nome di un piano, sempre gestito dal sistema, per chi vuole imparare a svolgere attività di cura ma non è capace a farlo: moltissimi uomini lo stanno seguendo. Intersezionalità, prossimità, contesto, educazione: il piano è chiaro, le potenzialità molteplici. Accanto a Claudia López ci sono state donne straordinarie come Natalia Moreno, Diana Rodriguez e María José Álvarez che insegna alla Universidad de los Andes di Bogotà, sociologa e urbanista che mi ha raccontato, oltre alla genesi e agli sviluppi delle manzanas, anche una breve storia significativa. Un giorno arriva alla manzana per il suo consueto lavoro e vede una donna seduta, come in attesa. Le domanda cosa sta facendo, se sta per iniziare una qualche attività. La donna le risponde di no. Non aspetta nulla e nessuno: i figli sono a giocare al sicuro, tra un’ora le restituiranno i panni. Estoy cansada [‘sono stanca’, ndt]: semplicemente, non se la sente di fare nulla e si gode un po’ di vuoto mentre il resto accade, finalmente, al di là del suo intervento. Dalla conquista di questo spazio vuoto, solo da questo, può ricominciare a chiedersi che cosa le andrebbe, davvero, di fare.
(il manifesto, 25 maggio 2026)