Ma è davvero utopia?
Vita Cosentino
9 Gennaio 2025
Parlare di soldi è difficile e inconsueto, ma dice molto delle nostre vite e delle nostre storie. Laura Colombo nella sua bella introduzione a questo numero di Via Dogana 3 ha raccolto le posizioni davvero contrastanti emerse in redazione in due polarità: le utopiste, cioè a dire le femministe degli anni ’70 come me, e le individualiste edoniste a indicare l’esperienza delle femministe di ultima generazione. A suo stesso dire è uno sguardo che può sembrare cinico, di una che per età anagrafica sta nel mezzo.
È interessante notare che è stato proprio l’urto che sentivamo le une nei confronti delle altre a darci parola e intelligenza delle cose. In assenza (e per fortuna!) di quadri generali, di riferimenti ideologici e quant’altro, il partire da sé per confrontarsi con fiducia e apertura si conferma una delle risorse principali per pensare.
Dirci con franchezza non solo gli elementi di esperienza ma anche le emozioni negative – che spaziavano da “quelle vivono in un mondo di fiaba” a “quelle altre sono schiave del capitalismo” – ha aperto sprazzi di luce per capire cosa c’era in ballo. Ci ha poi spinte a cercare testi del passato e del presente che ci permettessero di articolare più a fondo la questione. Per me rimane imprescindibile il riferimento a un testo di Luce Irigaray del 1984: si intitola Le donne, il sacro e il denaro, ed è contenuto in Sessi e genealogie. Irigaray afferma che viviamo in società segnate da un forte squilibrio in quanto il denaro non va nei posti giusti: i lavori indispensabili, che costituiscono l’infrastruttura al funzionamento della società, sono compiuti dalle donne e dagli/e intellettuali e invece di essere riconosciuti e valorizzati, sono gratuiti o sottopagati. Oggi constatiamo che lo squilibrio e la sregolatezza si sono ulteriormente accentuati, creando concentrazioni di ricchezza e disuguaglianze inaccettabili. Io penso che nel ragionare attorno al denaro non possiamo perdere questo riferimento che ci orienta, che continua a dirci che è necessario un cambiamento alla radice, nella concezione stessa dell’economia. Da anni a questa trasformazione lavorano svariate pensatrici femministe e io mi riferisco a quelle che hanno rovesciato il paradigma, come Ina Praetorius per la quale “se l’economia è l’insieme dei mezzi per soddisfare i bisogni della vita umana, il denaro e il mercato sono risposte secondarie rispetto alla potenza delle relazioni”.
Per quanto riguarda la mia vita, Laura C. mi vede come un’utopista e devo dire che, se è utopia la mia, è un’utopia molto concreta perché sono arrivata alla vecchiaia mantenendo quella impostazione e non ho rimpianti, anzi sono contenta della vita e delle scelte che ho fatto.
Ma è davvero utopistica una cosa che riesci a fare pensando di poterla fare? Oppure si tratta di una postura da cui si può guadagnare in libertà e che può riaprire i giochi anche in climi pesanti come l’attuale? Per me, infatti, c’è sempre qualcosa che puoi fare.
Comunque è vero. Se guardo indietro, nella mia vita il denaro e la carriera hanno avuto un posto secondario, nel senso che non sono stati i fattori che orientavano le mie scelte. Appena laureata mi è stato offerto un posto di assistente all’università, ma io in famiglia mi sentivo soffocare e ho preferito scappare di casa con pochi soldi in tasca: il mio desiderio di libertà era più forte. Ho messo 600 km di distanza tra me, finalmente libera dall’oppressione familiare, e quel posto all’università. È anche vero, però, che allora, nel ’68 e dintorni, c’erano condizioni più favorevoli e in primis metto un aspetto soggettivo: un senso più comunitario del vivere. Fiorivano le “comuni”, in tanti e tante scappavamo di casa e volevamo inventarci una vita. Con lavoretti precari, necessità minime, acquisti solo ai mercati, aiuti che ogni tanto arrivavano, si pensava di potercela fare. Non erano belli quei tempi, ma avevamo dentro una passione bruciante e a tutti gli effetti nel ’68 e poi nel femminismo la politica e il desiderio valevano più del denaro.
Se guardiamo poi al femminismo della seconda ondata vediamo che ha avuto sì origine da grandi donne intellettuali di ceto elevato, alto borghese e anche aristocratico, ma è stato sostanzialmente un movimento interclassista, all’interno del quale avere molti o pochi soldi non era un elemento particolarmente significativo. Se penso alla Libreria delle donne di Milano c’erano moltissime insegnanti come me e anche operaie e sindacaliste, accanto ad avvocate, professoresse universitarie, giornaliste, artiste e via dicendo.
Costruire società femminile ha rappresentato un cambiamento significativo nelle nostre vite, perché ha creato un mondo in cui muoversi con agio. In questo contesto tuttavia è importante notare che la società femminile è anche stata un veicolo di redistribuzione della ricchezza, perché le più ricche erano anche generose. I rapporti che si intrecciavano in tutta Italia significavano anche ospitalità, inviti a cena, feste. Ricordo un episodio a Verona alla fine del primo convegno di Pedagogia della differenza: eravamo felici per la riuscita dell’iniziativa e con la voglia di stare ancora insieme abbiamo quasi imposto ad Anna Maria Piussi, docente universitaria fornita di una casa grande e bellissima, di organizzare una festa per tutte noi.
Laura Colombo mi chiama in causa ancora a proposito della sanità pubblica, per mostrare quanto sia cambiata in peggio rispetto a come io ne ho parlato del 2009, quando sono stata colpita da quell’accidente che mi ha reso invalida. Si riferisce a un mio testo presentato al Grande Seminario di Diotima di quell’anno: Sono una donna ricca. Il senso principale di quella riflessione – e qui mi rivelo ancora come utopista – era proprio quello di far vedere come le relazioni siano un vero e proprio “capitale” e come in quella occasione il “capitale” mi sia tornato indietro, permettendomi di affrontare una situazione a dir poco difficile. C’entra anche il denaro: nel testo portava ad esempio il fatto che mio marito Guido era stato ospite della mia amica Giannina Longobardi da maggio a settembre, per tutto il tempo che ho passato in ospedale a Borgo Trento e nel centro di riabilitazione di Negrar. Se avesse dovuto pagarsi un albergo, non avremmo potuto permettercelo. È vero però che in cambio, durante le vacanze di agosto, Guido curava i loro gatti.
L’altra forma di ricchezza che individuavo in quel testo era vivere in Italia, cioè era una ricchezza sociale data da una sanità pubblica che funzionava bene: infatti io ho ricevuto cure tempestive e prolungate e riabilitazione e controlli sanitari senza mai pagare un soldo.
Laura ha ragione a dire che oggi non è più così e anche io sono costretta a fare analisi a pagamento, perché i tempi di attesa sono troppo lunghi. Tuttavia il passaggio che manca al suo ragionamento e che mi sembra mancare troppo oggi, è l’idea della lotta per affrontare le situazioni che ci coinvolgono e ci riguardano. Idea che io invece ho avuto presente fin da adolescente, dovendo lottare ogni giorno contro un padre autoritario. La buona sanità di allora non è piovuta dal cielo, è frutto di una stagione di lotte sociali che hanno molto cambiato l’Italia. Si può lottare in tanti modi, anche con le parole, che è la lotta che preferisco, ma il primo passo è averlo in mente.
Al riguardo la questione si intreccia saldamente con un altro elemento emerso soprattutto dalla introduzione di Daniela Santoro: l’individualismo, che è la cifra dell’oggi. Ritengo sia arrivato il momento di metterlo davvero in questione.
C’è un individualismo inconsapevole, indotto dai tempi neoliberisti in cui viviamo, che nelle più giovani rischia di diventare una forma mentis. Non ne siamo esenti neppure noi che pratichiamo una politica delle relazioni. Infatti lo riscontriamo perfino nel quotidiano del lavoro della nostra redazione. Emergono forme di iperautonomia, laddove si pensa che fare le cose da sola valga di più di farle con le altre; quasi sfugge che siamo sempre e comunque in una rete di relazioni e quello che facciamo o non facciamo si ripercuote anche sul lavoro delle altre. Soprattutto è inibito il gesto di “chiedere aiuto”. Se stiamo facendo un lavoro comune e una redattrice sente che non ce la fa perché subissata da impegni personali, per prima cosa pensa che deve comunque farcela, invece di pensare di chiedere aiuto. Questo alla fine produce rinvii su rinvii, attese su attese, e genera molte tensioni nelle relazioni.
Tornando al denaro è inevitabile che assuma molta più importanza se ci si pensa da sola/o ad affrontare la vita. Diventa l’unico mezzo a disposizione per soddisfare i propri bisogni. Nella solitudine delle proprie esistenze poi aumentano i bisogni indotti dal capitalismo legati a oggetti che si sente si debbano assolutamente possedere.
Uscire dall’individualismo è prima di tutto un atteggiamento interiore e in questo orizzonte “chiedere aiuto” sembra diventare il primo passo di una rivoluzione.