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I numerosi interventi all’incontro di VD3 del 10 ottobre sul possibile dialogo tra differenza sessuale e gender hanno fatto emergere con chiarezza che due sono gli ordini di realtà a cui siamo messe di fronte nel dibattito gender e LGBTQ: è legittimo che chi si sente sotto attacco lo dica, ma è bene non confondere le due realtà.

Questo mio vuol dunque essere prima di tutto un invito a distinguere: c’è un “sotto attacco” reale, da parte di una lobby potente, laddove il conflitto è portato avanti con una logica di potere, forte.

Ma c’è anche – e soprattutto – un’istanza diffusa che vediamo nei maschi e nelle femmine delle giovani generazioni, come emerge bene dall’intervento di Giorgia Baschirotto, ripreso da Laura Colombo a partire dall’esperienza di sua figlia. E così capita che anche noi, come il personaggio di Amma (nel romanzo di Bernardine Evaristo, Ragazza, donna, altro) scopriamo che «la figlia che ha educato a essere femminista, di questi tempi neanche si definisce tale […] In futuro saremo tutti non-binary, né maschi né femmine, tanto i ruoli di genere sono solo performance, e questo significa che le tue battaglie politiche per le donne, mami, diventeranno superflue, ah, e fra l’altro io mi definirei umanista, che è un concetto molto più alto del femminismo».

Questo è il nodo. Lo dico in un altro modo. A partire dagli anni Sessanta, con il femminismo della seconda ondata, abbiamo buttato all’aria in modo radicale l’essere uomini e l’essere donne, abbiamo rotto equilibri secolari. E adesso ci troviamo nella necessità di dover affrontare un ribaltamento totale: che cosa vuol dire oggi essere uomini e donne, ricollocarsi? Beh, ragazze, è un bel successo, non vi pare? In fondo è quello che volevamo. Pensavamo forse che mettendo in discussione il maschile come neutro universale, tutto andasse a posto? Le donne vanno dappertutto, gli uomini si mettono in discussione e tutto va a posto?

Come diciamo sempre, la libertà delle donne mette in crisi radicalmente l’essere uomini e l’essere donne. Ascoltiamoci: è questo che sta avvenendo. Certamente non lo risolveremo noi settantenni, ottantenni. No. Ma mi interessa e molto: voglio confrontarmi con quello che sta accadendo e che io sento in parte generato – creativamente e allegramente – da quello che in fondo volevo, come credo molte di voi. Ma cosa pensavamo? Che tutto andasse liscio? Noi mettiamo in discussione un equilibrio secolare e tutto va a posto? Non è che per un cambio di civiltà… basta che spostiamo i mobili e spolveriamo un po’ in questa casa comune. Non basta qualche decina di anni. Sta accadendo ed è quello con cui stanno facendo i conti le giovani generazioni. Per di più cresciute in un mondo connesso e performativo. Un mondo in cui è cambiato il rapporto con i corpi, nuova bandiera identitaria da sbattere in faccia al mondo, nuda o ammantata di simboli. Questo è il mondo con cui dialogare e da prendere sul serio se vogliamo insieme generare parole nuove.