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Mai come oggi ho sentito il bisogno di trovare le parole giuste. Sul conflitto israelo-palestinese in passato ho scritto argomentando le verità storiche, evidenziando le contraddizioni di chi difende Israele senza se e senza ma, o di chi non vede che non è uno scontro di culture ma banale e cinica politica di forza delle potenze in campo. Ho ripetuto come un disco rotto le stesse cose per anni finché, dopo l’operazione Piombo Fuso di dicembre 2008 (in cui a Gaza morirono non meno di 1200 persone), sono diventato afono sull’argomento.

Quindici anni dopo, con quello che è appena successo, non trovo le parole e faccio fatica a pensare, un senso di lutto pervade ogni cosa. Lutto per le vittime israeliane, tra cui molti giovani, donne e bambini. Lutto per le vittime di Gaza rinchiuse nella loro striscia di terra senza una via d’uscita e sotto una pioggia di bombe indiscriminate che distruggono vite e palazzi, ennesima violenza su un popolo che è sotto occupazione dal 1948 (prima egiziana e poi, dal 1967, israeliana).

Lutto per la perdita del senso di umanità. Vittorio Arrigoni terminava le sue corrispondenze da Gaza per il Manifesto con: «restiamo umani», a indicare la vera posta in gioco.

Senso di lutto per un linguaggio e per parole che qualcuno non fa alcuna fatica a trovare, parole sbagliate, in malafede, commenti urlati a notizie prive di documentazione.

Lutto perché quello che è appena successo è uno specchio che ci dice che razza di girone infernale è il luogo da cui provengono le persone che hanno fatto quello che hanno fatto. La sorpresa che ha generato in tutti questo attacco mi ha ricordato il «perché ci odiano tanto?» dell’11 settembre 2001. I governi israeliani che si sono succeduti, e in particolare Netanyahu, hanno fatto di tutto per soffocare i palestinesi e contemporaneamente nascondere e far dimenticare al mondo l’occupazione. Ma chi la subisce non la può scordare e ritorna prepotentemente alla ribalta non più nella veste di vittima della storia, ha imparato il linguaggio globale della politica di forza, oggi molto in voga in questa guerra mondiale a pezzi, come l’ha definita papa Francesco. Cinicamente parlando, l’attacco ha un senso politico, far ricordare al mondo che, contrariamente a quanto Netanyahu vuol far credere, mostrando la mappa di Israele che va dal Mediterraneo al Giordano, i palestinesi ci sono e adesso dimenticateli se ci riuscite.

Mentre le donne occidentali forse dicono il doppio sì, alla carriera e alla famiglia, o forse ne dicono uno solo come testimonia l’invecchiamento dei paesi occidentali, le donne della Striscia di Gaza sembrano avere uno scopo principale, imposto o volontario che sia: fare figli per garantire continuità alla resistenza di un territorio molto povero ma sovrappopolato e con un’età media molto giovane.

Mai come oggi ho bisogno di trovare parole e figure simboliche da far dilagare nel mondo e quella che mi parla più di tutte è Donna Vita Libertà. Intanto perché le due parole del binomio donna-vita sono intrinsecamente legate e opposte a quelle di soldato-guerra che dominano la scena della guerra mondiale a pezzi; poi la parola libertà fa capire che la strada non è obbligata, si può cambiare, ci si può ribellare, si può sovvertire l’ordine mondiale.