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di Bianca Baldassarri


In occasione della giornata internazionale della donna, l’iniziativa del collegio Marianum dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano è stata quella di visitare la Libreria delle donne e avere l’onore di conoscere Luisa Muraro, filosofa e attivista nonché ex collegiale del Marianum. Quest’ultimo motivo ha aumentato in me, una delle organizzatrici insieme ai membri della direzione, il desiderio di incontrarla.

L’iniziativa è stata fortemente voluta da tutta la comunità collegiale soprattutto dopo aver letto alcuni suoi libri, presenti nella libreria del collegio, e fatto ricerca sulla sua storia e sul suo pensiero. Tutte volevano partecipare e alla fine siamo andate in una “delegazione” di quaranta studentesse.

Io all’inizio ho posto alcune domande a Luisa Muraro, principalmente riguardanti la sua concezione di femminismo della differenza e della lotta che le donne devono fare verso la libertà. Ho anche domandato se le donne sono riuscite a rompere il “soffitto di cristallo” di cui tanto si parla.

Durante l’incontro Luisa Muraro ha spiegato a noi collegiali come la parità di genere non debba essere l’obiettivo ultimo, ma solamente il punto di partenza verso la vera realizzazione di sé stesse. La nostra libertà non può essere delimitata da paletti posti dagli uomini, che ci hanno prevaricate per anni, ma ci si deve ergere con forza oltre questi limiti per poi soverchiarli, in una costante ricerca e autodeterminazione del proprio sé, della propria libertà.

Ho capito che parità di genere e uguaglianza sono due concetti molto diversi, il primo presupporrebbe l’adeguarsi a un confine già scelto da qualcuno che non siamo noi e di cui dovremmo passivamente accontentarci, la seconda presuppone invece pari diritti, pari opportunità, non in quanto uomini e donne, ma in quanto esseri umani.

Sul sito di presentazione della Libreria delle donne c’è scritto: «È un’impresa femminista che non rivendica la parità, ma, al contrario, dice che la differenza delle donne c’è e noi la teniamo in gran conto, la coltiviamo con la pratica di relazione e con l’attenzione alla poesia, alla letteratura, alla filosofia». Questa frase mi ha colpito molto perché secondo me in poche parole spiega che la nostra libertà, che ci caratterizza e costituisce in quanto donne, non può avere come unità di misura e metro di giudizio i risultati degli uomini, dato che noi siamo diverse ed è giusto sottolinearlo.

Un altro punto saliente di cui si è dibattuto è stato quello delle famose “quote rosa”, le quali molto spesso sviliscono l’importanza e la bravura di una donna perché, agli occhi di molti, sembra che la donna ricopra quell’incarico lì non per le sue capacità ma semplicemente per la “quota rosa”.

Durante l’incontro sono nate riflessioni spontanee da parte di molte studentesse, una di queste è stata: «Molte donne preferiscono declinare il nome della propria professione al maschile invece che al femminile, come mai si prende questa scelta? È giusto parlarne o è qualcosa di superfluo?». Si è quindi aperto un dibattito sull’importanza del linguaggio. Il modo in cui parliamo rispecchia quel che pensiamo e in senso lato anche quel che siamo. In quest’ottica si è dibattuto sulla necessità di chiamare le cose col proprio nome e, soprattutto, il proprio genere; dunque, si è parlato dell’appellativo femminile e maschile circa i nomi di mestiere. È sicuramente più importante focalizzarsi su come una donna svolga il proprio lavoro rispetto a quale appellativo di genere usi per definirne il nome. Però, il volersi sottrarre all’appellativo femminile favorendo quello maschile veicola un messaggio di inferiorità e insicurezza, come se l’appellativo femminile togliesse prestigio alla carica istituzionale e professionale solo perché svolta da donne, le quali piuttosto che chiamarsi col proprio nome (“direttrice d’orchestra”, “ministra”) preferiscono l’appellativo maschile che non ne “snaturi” l’importanza, il potere.

È stato un incontro molto interessante, mi ha dato tanti spunti di riflessione, in particolar modo sul concetto di parità di genere che io fino ad ora avevo sempre ritenuto l’atteso traguardo e mai come l’inizio di qualcosa di più grande. Mi è rimasta tanta voglia di sapere cos’è realmente il femminismo e cosa è riuscito a ottenere in questi anni di lotta, ma soprattutto di cercare di capire cosa io voglio ottenere e come, grazie alla partecipazione della nuova generazione di donne, riuscirci.