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All’inizio, mentre scrivevo questo testo, mi è venuto da chiedermi di come parlare del mio rapporto con le intelligenze artificiali. Quale fosse, insomma, il verbo che descrivesse al meglio la mia esperienza. Stavo infatti scrivendo che “uso le intelligenze artificiali solo per curiosità”. Sono arrivata alla conclusione che invece sarebbe meglio dire “mi relaziono con le intelligenze artificiali solo per curiosità”. Un uso si fa di uno strumento, ma qui non è di strumenti che stiamo parlando, ovvero un qualcosa che presuppone un senziente e un oggetto passivo-inanimato, che viene usato. Qui stiamo parlando di sistemi complessi, di veri e propri mondi, mi pare, che mediano relazioni, orientano desideri, e talvolta ci mettono di fronte a dei limiti – perlopiù nostri.

Ad ogni modo, dicevo, c’è qualcosa di profondamente limitato nel mio rapporto con le IA che mi mantiene aldiquà della soglia e non mi permette di raggiungerne una conoscenza articolata, complessa. Una resistenza che non mi fa andare oltre il vezzo amatoriale farà quindi in modo che io parli qui da profana. Ho deciso che non ne farò un vanto né una colpa. È così, ed è chiaro che dietro questa difficoltà si nasconda ciò che non sono disposta a cedere.

C’è però una cosa che mi interessa e mi affascina tremendamente di questi mondi: il fatto che siano formulati sul linguaggio, che provengano, in origine, dallo stesso materiale su cui spesso mi fermo – a volte poco, a volte a lungo – a pensare. Mi riferirò quindi alle IA innanzitutto come modelli linguistici. Cioè: modelli che vengono allenati su milioni e milioni di testi dai quali estrapolano poi le strutture, le relazioni delle parole fra di loro all’interno di una frase. È così che un’IA “impara a parlare”, a produrre testi: calcolando le probabilità che una parola venga dopo un’altra. In questo modo il – mi si perdoni il linguaggio poco raffinato – “calcolo delle probabilità” rende sempre disponibile la parola dopo, la porta sempre in essere, ovvero: Chatgpt mi risponde sempre e, anche quando dice di non sapere o potere rispondere, è difficile individuare errori.

Nell’ambito delle intelligenze artificiali generative non si parla di errori ma di allucinazioni, cioè falsificazioni della realtà. È diverso perché sottintende uno specifico rapporto con la verità. Il linguaggio dell’IA non è orientato alla verità ma alla statistica. Qualcosa è “vero” se è statisticamente probabile. L’IA però convalida anche il mio rapporto con la verità, lo media – per i motivi che dicevamo prima – dal momento che io cerco una conferma, ad esempio sulla veridicità di un enunciato, sull’esattezza di un’informazione. Ecco che l’IA mi risponde, allora io penso che quello che mi dica sia vero. Le risposte sono chiare e semplici e, dicevo, non contemplano l’errore, che implica a sua volta una scelta, né l’imprevisto, che implica una risposta a sollecitazioni materiali.

Cosa rimane della verità? In che modo creare orizzonti di senso, dove esistiamo noi ma esiste anche la tecnologia? Il nostro rapportarci al pensiero è destinato a diventare computazionale, algoritmico? La verità coincide con una grossa somma di informazioni e un vasto sapere sempre più preciso-schematico?

Del resto, anche le scuole dove insegno vivono questa contraddizione: le IA vengono usate come “supporto” dagli studenti per fare i compiti o formulare mappe concettuali, talvolta persino scrivere temi e altro. Dietro alla battaglia al nozionismo e alla critica dell’insegnamento dei contenuti resta viva l’idea che conoscere sia “sapere” delle informazioni. Che capire sia, in fin dei conti, finire di collegare la mappa, fare sistema.

Clarice Lispector, che di pensiero vivente ne sapeva qualcosa, diceva spesso che “capire è la prova che si sta sbagliando”. Lo ha scritto più volte e in modi diversi, ma il concetto rimane lo stesso. L’errore sembra essere un risultato del procedere del pensiero, del suo talvolta prendere strade impreviste. Nella struttura algoritmica, il pensiero è un pensiero che “sta sotto”, che viene in un certo senso “prima” della lingua che “parlano”. Le IA provengono dalla mente umana. O comunque quello su cui si allenano è molto umano. Con errori ammessi. Anche il mio pensiero ha un grosso bagaglio di immagini, ricordi, parole e molto altro a cui attingere. Anche il mio linguaggio funziona su sistemi di relazione ed è molto importante il luogo che occupa un elemento all’interno della struttura. Merleau-Ponty, un autore che invece ne sapeva molto di linguaggio, diceva che questo è molto importante perché il linguaggio possa essere orientato al senso. Infatti, se io scombino le singole parole di una frase vado a minare l’intera struttura, la sconvolgo e in tal modo nessuno capirebbe nulla. Ma poi sempre Merleau-Ponty continua, e dice che il linguaggio oltre a essere orientato al senso ha anche un altro aspetto, riconoscibile come una sorta di elemento di casualità.

Quest’ultimo elemento fa sì che quando parlo non conosca in anticipo ciò che vado dicendo. E questa locuzione “vado dicendo” rende effettivamente bene il modo in cui il mio pensiero si dispiega nel linguaggio. Io – neanche nel caso in cui lo abbia, come si dice, preparato – non conosco già il discorso che andrò a fare. Questo anche perché l’imprevisto, nel nostro mondo, esiste. Se adesso qualcosa piombasse sul tavolo, io dovrei fermarmi, probabilmente smetterei di scrivere. O se qualcuno irrompesse nella stanza sarei obbligata a distogliere l’attenzione dal pensiero che sto formulando, e forse cambierei rotta, e così anche il mio discorso cambierebbe rotta. L’imprevisto può portarmi anche all’errore. A un’esitazione della voce, a una pausa, a una flessione leggera o di un tono particolare che farebbe percepire la parola in un modo diverso. Anche nei suoi silenzi, il linguaggio sarebbe comunque orientato verso la verità. Perché risponde della matericità del contesto in cui sono immersa. Il mio dire, quindi, è sempre un dire in presenza, e il pensiero è sparso nel linguaggio, che in questo modo crea un tessuto di verità del mio discorso.

Tornando al caso dell’IA, invece, è il pensiero che facendo da sostrato algoritmico al linguaggio, che quella racchiude e replica, e fa del suo parlare un sempre già parlato. La verità, se si può usare questa parola, è una verità anch’essa replicata. Resta un dato.

Il mio parlare – su tutti i livelli, dal testo che sto scrivendo alla chiacchiera, al parlare a una platea – ha un certo momento imprevedibile e sempre contingente, perché risente sempre del contesto della mia-nostra esperienza. È questo aspetto altamente teatrale del linguaggio – che lo fa accadere – a farci scoprire ogni volta parlanti. Esseri che creano senso a partire dalla materia, da ciò che ci sta davanti ed è, naturalmente, un aspetto che gioca anche nel corpo, nei gesti, nel tono di voce. Non è qualcosa di replicabile. Il senso della totalità di ciò che dico rimane in gran parte inconscio, perché io non lo scopro se non in un secondo momento, quando realizzo ciò che ho detto, e il discorso mi si staglia davanti come un paesaggio.

Questo sostare nel linguaggio e nel silenzio, questa parola che tarda a venire fuori ma che poi si mette in fila una dopo l’altra, è il modo in cui creo pensiero. Il linguaggio pertanto, come parlante, è sempre pensiero vivente e dunque accadimento creativo. 

Non so se l’accadimento creativo si verifichi sempre (secondo Merleau-Ponty sembrerebbe di sì), ma di sicuro lo è in molti casi. Nella mistica, nella poesia, dove la parola ha una sua intensità particolare, ma anche in altri contesti. Nel momento in cui la parola delle donne ha fatto irruzione nella storia, per esempio. Se pensiamo a quell’istante, capiamo come la parola sia divenuta una forza che ha cambiato il corso degli eventi ed è stata in grado di trasformare veramente i contesti, proprio in quanto aveva a che fare con una verità. Per questo è stata anche fonte di autorità, che è arrivata fino a noi. In questa lingua che accade, oggi, noi ci assumiamo sempre e di nuovo la responsabilità di dire – e di sbagliare – fra le altre e di fronte alle altre, di dire le cose che si dovevano dire e persino quelle che non si possono dire (il Dio delle mistiche, o gli insulti, diceva qualcuna!). L’accadere della parola (poetica, mistica, certo, ma che ora scopriamo essere non poi così lontana da quella comune e quotidiana) è la fonte della mia autorità che proviene dal qui e ora. Escludere questa possibilità fa del linguaggio un sistema soltanto oppressivo. La storia del femminismo ci insegna invece a fare sempre nostra la capacità di ri-creare senso, possibilità realmente generativa e imprevista.

Oppure: rimanere in silenzio, come diceva Lia Cigarini. Fare la schivata, come diceva Luisa Muraro. Andare via. Non farsi trovare. Allora, anche un banalissimo silenzio può essere pensiero vivente in grado di creare autorità.

Questo non sono disposta a cedere.

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre, Pensiero vivente e intelligenza artificiale, 14 dicembre 2025

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