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Il corpo femminile fecondo sul quale l’umanità maschile ha cercato di mettere le mani con tutti i mezzi, legge, scienza e filosofia comprese, è tornato in primo piano con la fine del patriarcato. Spicca la pratica della procreazione per interposta persona (una femmina sana più materiale genetico di varia provenienza).

I modi e le circostanze dell’appropriazione sono in parte gli stessi di sempre (violenza, complicità tra uomini, contratto sessuale, il bene del minore…) e in parte sono nuovi, come questa nuova pratica, che ha tanti nomi. Tra i fattori che l’hanno resa possibile, ci sono le tecnologie procreative e il mercato globale. L’accordo che alcune donne non desiderose di maternità per sé ma semplicemente liberali, può essere visto come un fattore nuovo. O, viceversa, come il corrispondente di una spontanea, antica rispondenza ai desideri altrui.

L’indisponibile del titolo segnala l’esigenza di una nuova coscienza evolutiva che ci renda più consapevoli che la vita stessa e la ricerca della nostra felicità pongono delle barriere simboliche all’esercizio della padronanza sulle cose, sui corpi e sulle persone, compresa la propria. Questo processo è già cominciato; si tratta di svilupparlo mettendo risolutamente fine alla discontinuità traumatica tra natura e cultura in cui viviamo. In ciò l’umanità femminile ha un ruolo maggiore che la chiama ad assumere un’autorità anche pubblica e non soltanto famigliare.

L’indisponibile è primariamente il corpo femminile fecondo con il suo frutto. In tempi recenti alcune giuriste hanno proposto che l’inviolabilità del corpo femminile sia tra i principi costituzionali. Il matrimonio patriarcale altera quello che doveva essere il rito con cui la madre consentiva, a un uomo, di avere accesso a una sua figlia.

Consideriamo le conseguenze di ciò nel caso dell’interruzione volontaria della gravidanza. Nel linguaggio corrente se ne parla come di un diritto, ma non è esatto: il diritto riguarda semmai la salute della donna, non altro. La fine traumatica di una gravidanza indesiderata, è la conseguenza di una sessualità umana non libera. L’aborto di suo sarebbe nella sfera del non disponibile. Tuttavia molte di noi hanno difeso che la donna possa farlo e abbia diritto all’assistenza medica. Lo abbiamo fatto per ristabilire un principio di libertà: non si può obbligare una donna a diventare madre, e di maternità si può parlare a partire dal consenso libero della donna.

Ma non è questa la ragione della legge italiana in materia. In un’intervista a Una città n.227, il giurista Stefano Canestrari (autore di Principi di biodiritto penale, Il Mulino 2015) loda la 194 che basa su un principio diverso. Si tratta della tutela prioritaria della salute psicofisica della donna rispetto al concepito. In questa concezione, la donna resta quindi sotto tutela di un’autorità patriarcale che separa e confronta lei e il nascituro, e si dà il compito di giudicare sullo stato della sua salute. Di fatto sappiamo che non va più così, per cui il principio invocato finisce per essere una finzione legale. Segno che c’è una forzatura.

Fra noi molte pensano che la forzatura colpisca l’ordine simbolico della madre e segnalano il permanere di una morta autorità patriarcale in un ordinamento che non prevede la presenza di autorità femminile nemmeno in questo ambito di competenza squisitamente femminile.

Il non dell’indisponibile non è dunque il proibito e neanche il non negoziabile del diritto. Appartiene alla qualificazione delle possibilità concretamente presenti, e disegna nelle civiltà storiche una linea dinamica. Si tratta di seguire l’accrescimento delle possibilità avendo come criterio che non s’impoverisca l’essere di ogni cosa che è. Nel caso dell’essere umano, che non si perda di vista la sua destinazione libera alla felicità.


Introduzione all’incontro della redazione allargata Con l’universalismo è lei che ci perde, del 13 marzo 2016