Libreria delle donne: passato e presente femminista a Milano
Gianni Barbacetto
7 Febbraio 2025
da Il Fatto Quotidiano, rubrica “Nordisti”
Un pezzo importante della città si appresta a festeggiare i suoi cinquant’anni
Era il 1975, esattamente cinquant’anni fa. Le femministe erano una presenza giustamente inquietante, dentro la già inquieta società italiana, ma anche dentro (o fuori) i gruppi della nuova sinistra. In quell’anno nacque a Milano, in via Dogana 2 a un soffio dal Duomo, la Libreria delle donne. Era la prima in Italia, fondata da un collettivo che si ispirava alla Librairie des Femmes di Parigi fondata da Antoinette Fouque, del gruppo Psychanalyse et Politique. Fin dall’inizio fu perfino più radicale, perché decise di proporre solo opere di donne: quelle degli uomini avevano già centinaia, migliaia di vetrine. In via Dogana crebbe un luogo del sapere femminile e del “femminismo della differenza sessuale”. Lì non si vendevano solo libri, ma si elaborava un sapere, si aprivano polemiche, si creavano conflitti. Si costruiva il pensiero originale del femminismo italiano che rivendicava il «radicamento della teoria nelle pratiche femministe». Erano libraie e autrici di libri, le fondatrici di Via Dogana, fondatrici di riviste – Sottosopra, Via Dogana, Aspirina – che elaboravano e lanciavano idee come bombe aliene sulla cultura italiana, anche di sinistra, in dialogo – vivace e spesso acceso – con il femminismo internazionale. La filosofa Luisa Muraro elaborava la figura della madre simbolica. Altre “sputavano su Hegel” (e un po’ anche su Freud) e dibattevano le posizioni di Carla Lonzi sulla donna clitoridea. Oggi alle fondatrici, le decane – Lia Cigarini, Giordana Masotto, Luisa Muraro, l’artista Bibi Tomasi, Pinuccia Barbieri e tante altre – si sono unite le nuove leve – fra le quali Giorgia Basch e Laura Colombo – che continuano un lavoro interminabile come l’analisi, come la storia. Gli inizi furono aiutati dalla donazione di opere di alcune artiste, presentazione curata dalla critica d’arte Lea Vergine. Ancora oggi alle pareti della nuova sede della Libreria, in via Calvi 29, sono esposte opere di Valentina Berardinone, Carla Accardi, Dadamaino, Mirella Bentivoglio. La libreria ha un archivio e una biblioteca di libri rari sul femminismo. Da qualche parte ha anche le vignette di Pat Carra.
Un pezzo di storia di Milano (e d’Italia) è passata da lì, dalla Libreria delle donne. Le battaglie per il divorzio e l’aborto, il nuovo diritto di famiglia, i gruppi di autocoscienza, l’emancipazione diventata liberazione, l’elaborazione di una sessualità non subordinata al maschile, di una politica delle donne fuori dai radar maschili. La Milano del 2025 è un altro pianeta rispetto a quella del 1975. Eppure le donne della Libreria sono ancora lì, in un luogo aperto e fisico dove incontrarsi, guardarsi, parlarsi, discutere, produrre idee, leggere libri, venderli, scriverli. E preparare la festa dei 50 anni, a ottobre, con un saporito programma di incontri e iniziative. Ora sugli scaffali ci sono libri anche di uomini, agli incontri arrivano donne di tre generazioni (e anche uomini), la gestione è affidata a un gruppo di volontarie che le gonnellone a fiori delle femministe anni Settanta le hanno viste solo nelle foto in bianco e nero e oggi discutono di patriarcato e femminicidio, antiche violenze e nuovo femminismo.
Dopo cinquant’anni la Libreria resta un luogo fisico, dei corpi, in un mondo virtuale e social. Passato e presente si intrecciano nel programma per i 50 anni, con incontri sulle “maestre” – Simone Weil, Lina Merlin e altre –, assemblee sulla “radicalità del lavoro”, letture sceniche che attraverso il teatro portano in vita figure femminili «capaci di lasciare un segno nella storia e un’eredità di pensiero e pratica per il presente», collaborazioni con le scuole (il liceo classico Manzoni). Il programma completo è sul sito della Libreria; i prossimi cinquant’anni sono nelle idee delle ragazze che sono arrivate a prendere il testimone dalle mani delle fondatrici.