Libertà femminile in Rojava
Natasha Walter
7 Marzo 2025
da Internazionale
“Essere una donna” dice l’artista sul palco davanti a me, “non significa che io sono qui solo per crescere figli. Significa che sono qui per scrivere la storia. Noi donne possiamo parlare. Possiamo cantare. Nessuno ci ridurrà al silenzio”. Intorno a me esplode un boato di approvazione.
Mi trovo in un’enorme sala conferenze ad Hasakah, nel nordest della Siria. Sul palco c’è Mizgîn Tahir, una cantante dai capelli ricci e corti, in gonna e stivali. Le donne in platea sono vestite in modi diversi: lunghe vesti curde ricamate di lustrini, foulard con cappotti semplici, copricapi yazidi ornati di perline. Tutte applaudono. Tahir ha concluso il suo intervento e sta tornando al posto, ma il pubblico non glielo permette. «Canta per noi!», grida. «Canta!». Lei si volta, afferra il microfono e comincia a cantare. La sua voce intensa riempie la sala. Quando finisce, tutte le donne si alzano in piedi e intonano «Jin, jîyan, azadî» (Donna, vita, libertà), con la mano destra alzata in segno di pace.
Sono arrivata in questa sala conferenze il mio secondo giorno nel nordest della Siria, la regione nota come Rojava. (*) Il viaggio mi ha portato dal Kurdistan iracheno attraverso il fiume Tigri, dove gli aironi bianchi solcano le acque lente, fino allo spoglio paesaggio invernale della Siria settentrionale. Campi aridi si estendono a perdita d’occhio, l’aria è densa di fumo per il petrolio in fiamme e ogni pochi chilometri uomini armati ai posti di blocco scrutano chiunque passi. Per questo essere qui, circondata da tante donne piene di determinazione e passione, mi infonde energia e calore.
Tutto il mondo ha guardato i siriani festeggiare la caduta del brutale regime di Bashar al Assad. Anche in Rojava la popolazione ha festeggiato, contenta di vedere la fine di un governo che aveva portato tanta sofferenza. Anche qui sono state abbattute le statue e le persone sono scese in strada, mentre altre hanno pregato per il ritorno dei loro cari scomparsi nelle prigioni del regime. Ma la situazione in Rojava è diversa dal resto della Siria. Innanzitutto da qui il regime si era già ritirato. Nel 2012, mentre in altre parti della Siria le rivolte erano soffocate nel sangue, una ribellione guidata dai curdi ha preso il controllo della maggior parte di quest’area. È nata così un’amministrazione autonoma, oggi conosciuta come Amministrazione autonoma della Siria del nordest (Daanes). La Daanes ha dovuto affrontare sfide continue. Tra il 2014 e il 2019 il gruppo Stato islamico (Is) ha scatenato il panico in tutta la regione, e migliaia di prigionieri jihadisti sono ancora detenuti in campi sovraffollati creati in questa zona. Il governo turco, che accusa l’Amministrazione di essere alleata con il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk, il gruppo militante curdo attivo nell’est della Turchia, non ha mai smesso di attaccarla e oggi occupa alcune aree del nord della Siria dove ha recentemente intensificato raid aerei e offensive condotte tramite milizie locali. Anche se gli Stati Uniti hanno sostenuto la lotta della Daanes contro l’Is, nessuno nella comunità internazionale la riconosce come governo. Eppure è andata avanti più di dieci anni, e non solo. I suoi coraggiosi esperimenti di condivisione del potere e di democrazia diretta l’hanno resa una fonte d’ispirazione per molti socialisti e molte femministe.
Impegno incrollabile
Sono qui proprio per capire meglio questi esperimenti, perché sto scrivendo un libro che ruota attorno a una domanda: di quale femminismo abbiamo bisogno oggi? In un mondo in cui misoginia, conflitti e crisi ambientale sono in crescita, dove si riuniscono ancora le donne, nonostante tutte le avversità, nella speranza di creare un mondo migliore? Come stanno procedendo? Che possibilità di successo hanno? Anche se qui non è sempre facile capire dove finisce la retorica e comincia la realtà, una cosa mi è subito chiara: queste donne sono probabilmente le femministe più determinate che abbia mai incontrato.
«Questa è una rivoluzione delle donne», dichiara Rihan Loqo, la prima relatrice della conferenza. Rappresenta Kongra Star, la rete femminile del Rojava che mi ospita durante il soggiorno. Parla con sicurezza e un sorriso aperto, avvolta in un lungo abito verde e oro, i capelli scuri sciolti sulle spalle. «È una lotta storica contro ogni forma di violenza, contro ogni oppressione», afferma.
Lo slogan Donna, vita, libertà è nato in Rojava, ma le azioni di queste donne vanno molto oltre. Un giorno incontro Leyla Saroxan, copresidente del comitato locale per l’agricoltura e l’economia. Già il suo titolo rivela un aspetto cruciale: le strutture di governo del Rojava si basano su una divisione del potere rigorosamente paritaria tra uomini e donne. Il sistema prevede una rete articolata di comitati e consigli, dal livello di quartiere a quello regionale, ciascuno con due copresidenti, un uomo e una donna. In altre parole, l’Amministrazione potrebbe essere il modello politico più paritario al mondo.
Nonostante il suo aspetto austero (un foulard beige, un vestito nero e scarpe lucide) Saroxan è chiaramente guidata dalle idee progressiste che circolano qui. «La maggior parte degli stati nel mondo si regge su princìpi capitalistici. Il principio da cui partiamo qui è quello di un’economia sociale. Ci chiediamo come servire i bisogni delle persone, non solo come fare soldi», afferma con decisione.
Mentre discutiamo quanto sia davvero possibile, un giovane entra ed esce, portandoci tè e caffè. L’interprete fa una battuta sui ruoli di genere e Saroxan ride: non devono essere solo le donne a ricoprire ruoli che sfidano la tradizione, devono farlo anche gli uomini. Ammette di essere stata spesso interrotta mentre parlava dagli uomini intorno a lei, ma di aver continuato a fare il suo lavoro e a mantenere la sua posizione.
Il suo impegno incrollabile per i diritti femminili la rende scettica nei confronti del nuovo governo di Damasco. Non è l’unica. Anche se hanno accolto con sollievo la caduta di Assad, ora le donne qui si sentono sull’orlo di un precipizio. Non sanno se questi leader politici rispetteranno i progressi che hanno compiuto né cosa farà la comunità internazionale per sostenerle o ostacolarle.
Il gruppo che ha rovesciato il regime di Assad, Hayat Tahrir al Sham (Hts), è guidato da Ahmed al Sharaa, un ex esponente di Al Qaeda in Iraq. Nelle aree della Siria un tempo sotto il controllo dell’Hts sono state registrate pratiche di segregazione di genere e abusi contro donne e minoranze, ma ora Al Sharaa e i suoi alleati cercano di presentarsi con un volto molto più moderato. Saroxan ci crede? No. «Dobbiamo essere realistiche su chi sono. Tutti gli esponenti di spicco dell’esercito che ha sconfitto il regime in passato erano criminali e islamisti». Altre mi raccontano con orrore del video diffuso sui social media, in cui il nuovo ministro della giustizia sovrintende all’esecuzione di due donne nel 2015. E parlano con timore della stretta relazione tra i nuovi leader siriani e il governo turco.
Quando chiedo a Saroxan quale sia la sua opinione sulla libertà religiosa, risponde in modo pratico. «Io porto il velo, la mia amica no», dice, indicando una collega a capo scoperto, «però lavoriamo insieme». Passeggiando per Hasakah e Qamishli, due delle principali città della regione, noto che la maggior parte delle donne non indossa il velo. Nei negozi, nei caffè e all’università camminano da sole o con le amiche, fumano il narghilè nei locali e ballano per strada alle manifestazioni.
Durante un’animata protesta contro il femminicidio a cui partecipo un giorno a Qamishli sotto il sole di mezzogiorno, mi ritrovo a parlare con un gruppo di ventenni. Chiedo a una, Iman, cosa vorrebbe che si sapesse di loro all’estero. «Che non torneremo indietro», risponde senza esitare. «Abbiamo fatto tanta strada. Abbiamo combattuto, facciamo ogni tipo di lavoro. Il nuovo governo deve ascoltarci».
Il giardino della lettura
Questa determinazione non è frutto del caso. Le donne hanno costruito consapevolmente la loro rivoluzione, partendo dal basso. Un giorno visito una mala jin, una casa delle donne, a Qamishli. Questi spazi sono stati creati per offrire supporto e protezione alle vittime di violenza domestica o a persone coinvolte in dispute familiari. La responsabile del centro, Bahiya Mourad, è una signora sulla sessantina con un sorriso sempre pronto. «Le prime mala jin sono nate nel 2011», racconta, «quando il regime di Assad ancora controllava Qamishli. Un giorno le autorità vennero e ci ordinarono di chiudere. Prendemmo dei bastoni e le cacciammo via». Mourad e le sue colleghe sono andate di casa in casa, contribuendo a creare tra le donne una consapevolezza dei loro diritti.
All’inizio erano poche a rivolgersi ai centri. «All’epoca», dice Mourad, «non conoscevamo la nostra forza. Tutte temevano le conseguenze se avessero cercato di farsi avanti. Potevano perdere i figli, subire ritorsioni». Negli ultimi tredici anni la situazione è cambiata radicalmente. Mourad e le sue colleghe sono andate di casa in casa, contribuendo a far diventare le donne consapevoli dei loro diritti. Racconta con un sorriso un episodio dei primi tempi. Avevano saputo di una giovane tenuta prigioniera nella casa del fratello. Lei e un’altra signora più anziana bussarono alla porta dicendo di cercare un posto per pregare. Una volta dentro, chiesero della ragazza e convinsero il fratello a lasciare che la aiutassero. Le trovarono un lavoro. «Abbiamo cambiato la sua vita e quella della famiglia. Ci hanno fatto entrare pensando: che male potranno mai fare due vecchie? Ma il potere delle donne è grande. Sono anziana ma agguerrita».
Mi raccontano che dieci anni fa aiutavano una o due donne al mese; oggi il numero è salito a cento. Ora, per esempio, esistono leggi contro i matrimoni precoci, e quando vengono a sapere che una ragazzina sta per sposarsi, vanno a convincere la famiglia a ripensarci. Si occupano anche dei casi in cui un ragazzo e una ragazza s’innamorano e vogliono sposarsi contro il volere dei genitori. «Spesso finiamo per ballare ai loro matrimoni».
La trasformazione politica è stata guidata dalle donne curde, per le quali l’emancipazione è intimamente connessa alla riappropriazione della loro identità curda. Durante la conferenza mi si avvicina una signora dall’aria seria, Anahita Sino. È copresidente del sindacato degli intellettuali e vuole capire cosa abbia portato una scrittrice britannica nel nordest della Siria. Qualche giorno dopo vado a casa sua, un tranquillo appartamento a Qamishli. Sedute sui divani disposti lungo le pareti della stanza, insieme alla figlia e al marito, parliamo di libri e di libertà. La cultura curda è stata talmente repressa sotto il regime di Assad che lei e altri scrittori erano costretti a scrivere poesie e racconti a mano, nascondendo i fogli tra i vestiti e distribuendoli di casa in casa. «Quando organizzavamo le letture piazzavamo dei ragazzi sui tetti e agli angoli delle strade per avvisarci se arrivava la polizia».
Sino e i suoi colleghi hanno allestito una biblioteca in un giardino, uno spazio di incontro per scrittori e lettori. Qualche giorno dopo vado a visitare questo “giardino della lettura”. Qamishli è una città caotica e inquinata, ma qui le aiuole di rose sono bordate di ciottoli bianchi e gli eucalipti schermano la strada. Al centro ci sono la biblioteca, una sala lettura e una fontana, asciutta a causa della scarsità di acqua, a forma di albero e di libro. La cura con cui lo spazio è stato creato è evidente. Sino mi regala uno dei suoi libri, dicendomi che parla d’amore. «Gli scrittori non possono lavorare senza libertà», afferma. «Neanche in occidente sono sempre liberi di dire quello che vogliono. Dobbiamo lottare per la nostra libertà ovunque».
Fuori della gabbia
Ma la trasformazione qui non riguarda solo le donne curde. Quella siriana è una società incredibilmente variegata, dove armeni, siriaci, turkmeni e altre minoranze etniche e religiose convivono con la maggioranza araba. Georgette Barsoum, una donna cristiana siriaca, mi ricorda che anche queste minoranze erano oppresse dal regime di Assad, «che ci ha minacciato fino alla fine. Quando è caduto è stata una felicità indescrivibile: mi sono sentita come un uccello che vola fuori della gabbia».
Barsoum ci tiene inoltre a ricordarmi che le donne siriache, insieme ad altre, hanno partecipato e sostenuto l’Amministrazione autonoma della Siria del nordest fin dall’inizio. Tuttavia non mancano le voci critiche, secondo cui lo scarso sostegno all’Amministrazione tra la popolazione araba nel nordest della Siria è un segno dei suoi limiti, e che sottolineano altri problemi. Come per esempio lo stretto legame tra il Partito dell’unione democratica (Pyd), dominante nell’Amministrazione, e il Pkk, considerato un’organizzazione terroristica da molti paesi, che ostacola il riconoscimento internazionale. Oppure il fatto che l’impegno del Pyd in favore della libertà di espressione e del dissenso politico non è sempre effettivo, e che all’Amministrazione sono state rivolte accuse di violazioni dei diritti umani, tra cui maltrattamenti su alcuni prigionieri dell’Is.
Altri sono semplicemente scettici sul fatto che la Daanes sia riuscita a realizzare le sue promesse. Pensano che l’avanguardia femminile della rivoluzione non abbia ancora ottenuto i profondi cambiamenti culturali necessari. «Questa rivoluzione delle donne funziona per alcune», mi dice una scrittrice che chiamerò Aliya. «Ma non per la maggior parte». Aliya lavora nel settore dell’informazione e racconta che il suo stile di vita emancipato l’ha portata a scontrarsi con alcuni uomini e con la sua famiglia. «Gli uomini dicono di accettarlo, ma poi finiscono per sposare una ragazza con valori tradizionali. Non si può cambiare una società così in fretta».
In questo momento di transizione, tutto – ogni progresso, ogni fallimento – è motivo di dibattito. Però, mi ha colpito il fatto che nessuna delle persone con cui ho parlato desideri che l’amministrazione autonoma sia separata dal nuovo governo siriano. Tutti affermano di voler far parte di una Siria in cui le donne e le minoranze possano godere dei loro diritti. Molte spiegano che il federalismo democratico dell’Amministrazione e la condivisione del potere su base paritaria di genere possono essere un modello per tutta la Siria. Ma nessuna ha la certezza che questo possa accadere e alcune si stanno preparando a combattere. Come ha detto Rihan Loqo alla conferenza: «Abbiamo pagato questi progressi con centinaia di martiri, e combatteremo per difenderli».
Questione di sicurezza
Non è solo retorica. In occidente abbiamo visto le immagini delle soldate curde, con i capelli scuri intrecciati e i kalashnikov, che hanno avuto un ruolo cruciale nella sconfitta dell’Is. Nel 2014 le Unità di protezione delle donne (Ypj) hanno affrontato la forza più misogina del mondo e gli è stato riconosciuto il merito di aver ribaltato le sorti della battaglia a Kobane. Ora le Ypj fanno parte delle Forze democratiche siriane (Fds), l’esercito della Daanes, attualmente impegnato in delicati negoziati su un’eventuale integrazione in un nuovo esercito nazionale siriano guidato da Damasco.
Quello che non avevo compreso prima di venire qui è quanto siano celebrate le combattenti. Mizgîn Tahir, per esempio, dice con il suo tipico slancio: «Perché nessuno può mettermi a tacere? Perché le Ypj mi appoggiano». Ovunque vedo ritratti delle soldate cadute affissi sui muri. Più volte il canto Jin, jîyan, azadî si trasforma nel più aggressivo şehîd namirin (i martiri non muoiono mai).
Un pomeriggio visito il quartier generale delle Ypj a Hasakah. Mi accoglie una delle portavoce, Ruksen Mohammed, una giovane dall’aria pensierosa, insieme ad altre combattenti delle Ypj e della forza di difesa civile femminile. Beviamo il tè e discutiamo di femminismo e guerra. Mohammed considera le incursioni dell’Is in Rojava come un attacco deliberato ai progressi delle donne: «Ci hanno attaccate perché avevamo un ruolo di avanguardia nella società». Sono orgogliose di quello che hanno realizzato. «Non abbiamo sconfitto l’Is solo per noi, ma per l’umanità e per il mondo. Stiamo lottando per un domani libero per tutti».
Quando dico che riconosco il loro coraggio ma fatico ad accettare l’esaltazione del militarismo, accolgono con entusiasmo la discussione. Una combattente delle Ypj rilancia con la storia del femminismo nel Regno Unito: «Quando è stato necessario, anche le suffragette hanno scelto la militanza». Un’altra aggiunge che è una questione di sicurezza: «Se non possiamo difenderci, sappiamo quali sono i rischi. Cosa può succederci? Guarda le donne in Afghanistan, in Iran. Non prendiamo le armi perché ci piacciono, ma perché siamo costrette».
Ho la sensazione che troppo spesso, quando in occidente si discute del futuro siriano, questo appassionato femminismo sia completamente trascurato. Forse è troppo curdo. Forse è troppo militarizzato. Forse è troppo socialista. Forse è semplicemente troppo improbabile. Forse quello che gli osservatori occidentali vogliono quando pensano al femminismo in Medio Oriente è qualcosa di più educato, meno deciso, meno arrabbiato? Eppure, ogni giorno che trascorro nel nordest della Siria – che sia in una università o in un comitato per la giustizia, in una facoltà di ecologia o a una manifestazione – resto senza fiato davanti alla profonda dedizione con cui le donne sostengono quello che hanno creato. Come ha detto la femminista statunitense Robin Morgan: «Puoi fingere un orgasmo, ma non puoi fingere un movimento». Che parlino di dee mesopotamiche o di Rosa Luxemburg, del loro odio per l’occupazione turca o dell’amore per la libertà, l’irriducibile desiderio di difendere i loro diritti risuona forte e chiaro.
Un luogo speciale
Un pomeriggio viaggio per un paio d’ore da Qamishli a Jinwar. Nato come centro d’accoglienza, è un villaggio dove vivono circa venti famiglie di donne e bambini. Tra loro ci sono una yazida sopravvissuta al genocidio con suo figlio e altre persone che hanno bisogno della solidarietà di questo luogo speciale. Le casette hanno ciascuna un giardino, le donne coltivano erbe e ortaggi, e contribuiscono alle attività del villaggio, come infornare il pane e produrre rimedi erboristici tradizionali. Cammino nella luce del pomeriggio, respirando un’aria più dolce. Sul forno c’è un disegno di Nisaba, l’antica dea mesopotamica della scrittura e del grano. Più volte durante le conversazioni le donne hanno ricordato di essersi ispirate all’idea che, prima del patriarcato, in questa regione c’erano antiche società egualitarie in cui le donne condividevano il potere con gli uomini. A Jinwar hanno cercato di incarnare quelle tradizioni in una nuova forma.
Salgo sul tetto di una casa. Da quassù il villaggio sembra piccolo, quasi perso nella pianura che si estende fino al confine turco. Da un lato c’è un boschetto di melograni e ulivi, tra i cui rami cinguettano fringuelli; in un campo pascolano mucche e pecore. In questa terra martoriata, Jinwar sembra un’oasi di speranza. Sotto di me donne e bambini si radunano intorno a un fuoco: tostano frutta secca e semi, ridendo al tramonto. Donne di fedi e storie diverse possono condividere la cura dei figli, della terra e di loro stesse. Le loro risate si mescolano, salendo nell’aria fredda.
Ripenso alle parole di una delle poche arabe intervenute alla conferenza. Shahrazad al Jassem, del gruppo Zenobiya, che riunisce le donne arabe del nordest della Siria, ha parlato con fermezza: «Non faremo passi indietro, non perderemo i nostri diritti, costruiremo una Siria fondata sui diritti femminili, abbiamo acceso una nuova fiamma». Nella tenue luce dorata, ascolto le risate delle donne e spero, con tutto il cuore, che la fiamma che hanno acceso possa resistere.
Natasha Walter è una scrittrice e attivista britannica, tra le fondatrici di Women for refugee women, un’associazione per i diritti delle donne che chiedono asilo politico nel Regno Unito.
(*) Rojava. Dalla rivoluzione all’inclusione (scheda):
– In Siria i curdi costituiscono tra il 7% e il 10% della popolazione. Prima della rivoluzione del 2011 vivevano in condizioni di marginalità a Damasco, Aleppo e intorno a Kobane, Afrin e Qamishli.
– Nel 2012 i curdi siriani hanno espulso l’esercito e le autorità di Damasco da tre zone del nord del paese. Nel 2014 hanno istituito l’Amministrazione autonoma del nordest della Siria, nota come Rojava.
– Nel settembre 2014 il gruppo Stato islamico (Is) ha attaccato Kobane, ma è stato respinto dai combattenti curdi e dai loro alleati. Le Forze democratiche siriane (Fds, un’alleanza a maggioranza curda sostenuta dagli Stati Uniti) hanno combattuto contro i jihadisti fino alla loro sconfitta nel marzo 2019.
– Dal 2016 l’esercito turco e l’Esercito nazionale siriano (Sna, una milizia sostenuta da Ankara), hanno lanciato varie operazioni militari contro le Fds e conquistato centinaia di chilometri lungo il confine.
– Dopo la caduta di Bashar al Assad nel dicembre 2024, l’Sna ha lanciato una nuova offensiva contro le Fds.
– Il leader siriano Ahmed al Sharaa ha promesso di formare un governo inclusivo e ha chiesto a tutte le fazioni armate di deporre le armi. Sono in corso negoziati con le Fds per trovare una soluzione per il nordest della Siria.
(Bbc, Rojava information center)
(Pubblicato con il titolo La resistenza femminista, https://intern.az/1LMqInternazionale, 7 marzo 2025, da The Guardian, 9 febbraio 2025)