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Ho partecipato alla redazione aperta del 14 giugno e mi va di condividere un pensiero. Mi ha colpito nel testo l’osservazione di Jennifer Guerra [in “Fare il femminismo in una maniera nuova”, Ndr] per cui «il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione [quella delle trentenni o giù di lì] è una generazione di orfane». Il passaggio mi chiama in causa perché la generazione delle “madri assenti” dovrebbe essere quella delle cinquantenni, cioè la mia. Però anch’io scopro il femminismo nel pensiero della differenza adesso, dopo un vuoto, e mi domando dove siamo state fin qui.

Il ricordo va a un dettaglio della giornata del seminario sul pensiero di Luisa Muraro del settembre scorso: avevo approfittato della presenza a Milano per salutare un’amica che abita poco distante. Tra gli incastri delle faccende affaccendate, siamo riuscite a prendere un caffè giusto all’inizio del pomeriggio, così ho invitato la mia amica a fermarsi con me. E lei mi ha detto: «Ma perché? Io non ho bisogno del femminismo, per me, in casa con mio fratello, con mio marito, con mio figlio e mia figlia, con i miei amici, con i colleghi e i miei alunni non ho mai avuto problemi: maschi e femmine fanno le stesse cose, non c’è differenza» (poi è rimasta per farmi compagnia e ci siamo divertite tantissimo).

Lì per lì non ho fatto caso alla risposta, però adesso mi viene in mente che questo è il punto: all’inizio la disparità era tanto sul piano del fare, quanto sul piano dell’essere, con delle connotazioni molto concrete e visibili. Negli anni ’80/’90 alle giovani donne sembrava aperta ogni possibilità, ed effettivamente è stato (quasi) così: noi donne abbiamo iniziato a fare le stesse cose degli uomini, sul piano del fare si è conquistato un buon grado di parità, ma questo ha mascherato la disparità che continuava a esistere sul piano dell’essere. Il “vuoto” storico che si è creato nella genealogia femminile è della stessa natura del mio sentire di cinquantenne, che qualcosa non torna nel “fare lo stesso lavoro” che fanno gli uomini ed essere donna.

Ci siamo incontrate, tre generazioni di donne, intorno a questo vuoto. Un vuoto che forse è stato necessario per fare emergere con più chiarezza il punto da mettere a fuoco adesso, che l’essere donne è libero, indipendente, altro dal fare le stesse cose degli uomini.

Da qui si parte.