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Ci ha lasciato a Natale 2024 una delle voci più lucide e profonde che io abbia conosciuto, che ha collaborato anche con la nostra rivista: Pinuccia Corrias, docente, scrittrice, femminista del pensiero della differenza. Viveva «sola in faccia al Mar d’Africa» in Sicilia, «in mezzo a libri, oliveti, vigneti, manoscritti, mucche e macchia mediterranea». Aveva appreso, come amava scrivere, da Lia Cigarini l’importanza del “desiderio” e da Luisa Muraro di essere stata allevata secondo “l’ordine simbolico della madre”. Così sono nati i libri Abbardente (Torino Neos 2016) e l’inedito Rosario sardo.

Questa era Pinuccia: una visionaria spinta dalla necessità di coinvolgere altre donne in un viaggio interiore verso nuovi orizzonti di libertà ed espressione di sé. E spesso ci riusciva, con il coraggio e la grande passione che la contraddistinguevano.

Ciò che più colpiva di lei era il suo incessante esercizio del “partire da sé”, quel rivolgersi continuamente al proprio vissuto per trarne pensiero e una scrittura politica che mettesse radici nel mondo. La sua era una ricerca ininterrotta di un linguaggio trasformato e trasformante, di “parole non consumate”, come le definiva la filosofa Chiara Zamboni. Parole iniziatiche, vive e vivificanti, che aprono processi dinamici. Per molte donne è stata maestra in questo esercizio generativo di libertà soggettiva e di espressione di sé. Una maestra sarda, non facile, perché anche in lei permaneva l’impronta delle “Madri di Roccia Sarde”, di cui spesso parlava, ma proprio per questo una maestra potente.

Con Pinuccia era possibile tessere linguaggio, risignificare le parole e condividere la gioia che questo processo procura, innescando trasformazioni individuali e collettive. Sperimentavamo lo stupore per la risonanza tra parole e vita vissuta. Come descrive poeticamente in Abbardente: «Avviene per la parola ciò che avviene per il pane: lo si crea ogni giorno daccapo, con gli ingredienti più antichi del mondo, e ce ne si nutre senza mai saziarsi. Quando è necessario, poi, se ne fa cosa sacra, che esprime e alimenta, oltre che il corpo, anche l’anima».

Pinuccia cercava continuamente contesti relazionali, gruppi di donne in cui ci fossero le condizioni materiali perché ciò accadesse. Con questo taglio ha dato un contributo fondamentale al “Gruppo donne per la ricerca teologica” di Pinerolo, nato a metà degli anni ’90. Il gruppo, che riuniva donne valdesi, cristiane delle comunità di base, cattoliche e non credenti, ha esplorato, alla luce delle pratiche del pensiero della differenza sessuale (partire da sé, pensare in relazione, il riconoscimento di autorità tra donne), i nostri vissuti di fede. Era uno spazio spirituale e politico, dove si produceva pensiero e si intrecciavano relazioni che cambiavano i luoghi in cui ognuna di noi operava.

Resta a tutte quelle che hanno partecipato a questa esperienza un ricordo vivo, un’eredità che continua a risuonare, un’“energia di legame”, come l’hanno definita le amiche valdesi in La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi (Claudiana, 2007). Un’energia che continua a fare il suo corso e che alcune di noi hanno ritrovato nel condividere l’esperienza della “Comunità di storia vivente in faccia al Monviso”, di cui ha fatto parte Pinuccia negli ultimi anni, continuando a elaborare l’opera inedita Rosario Sardo. Per lei questo è stato l’ultimo orizzonte di senso con cui si è misurata per concludere il suo lavoro. Emerge spesso dalla sua opera l’idea che la memoria è cosa viva che resta nelle viscere: «Nella memoria vive il dolore, il pianto, la pietas, ma se non si dà senso agli accadimenti […] restano solo dolore, pianto e pietas senza parole».

Ci lascia in eredità anche il suo ultimo scritto, quasi un testamento spirituale e politico: “La bambina di Gaza con il vestitino rosa”. Scritto all’inizio del 2024, quando la malattia l’aveva già colpita, è stato pubblicato in Pagine di pace: poesie, scritti, pratiche di donne (Iacobellieditore, 2025). Abbiamo letto alcuni brani di questo toccante racconto il 16 settembre 2025 a Pinerolo, durante l’incontro dedicato a lei, Pinuccia Corrias. Quando la vita è scrittura: Primum Vivere, all’interno del Pine Hope Festival: un momento di memoria vivo ed emozionante, organizzato da molte amiche che hanno condiviso con lei diversi ambiti del femminismo.

Il suo testo esprime un “no” deciso a ogni guerra con il linguaggio profondo e poetico che l’ha sempre contraddistinta. Le riflessioni sul potere redentivo della parola e del gesto sono il cuore pulsante di questa sua ultima testimonianza. Per fermare «il vento delle parole» tremende, terribili, orribili, che hanno il potere di scolpire «con lettere di fuoco una realtà che è menzogna», la sua voce si fa grido, si fa maledizione: «Sì, maledetti voi, facitori della Storia […] Quando vi maledico, voglio intendere ciò che questa parola significa alla lettera: dico di voi il male che io vedo e soprattutto il male che io sento». A noi resta il potere di chiamare le cose con il loro vero nome, di dire il vero sul male. Maledire, in questo caso, non è augurare il male, non è odiare, bensì un atto di verità e giustizia, essenziale per non barcollare nel buio. È così che si mantiene quel barlume di luce che si accende solo attraverso i gesti e le parole di pace che nascono dall’amore. Pinuccia ci insegna che si può attraversare il dolore senza consegnarsi all’odio, lasciandosi orientare dalla pietà e dall’empatia.

Il racconto prende ispirazione dall’immagine stupenda colta nel film Una storia sbagliata: l’incontro tra le due vedove che si conclude con l’atto semplice e sacro della condivisione del cibo. Una è la moglie di un kamikaze che si è fatto esplodere in un attentato, l’altra è la moglie del militare che è saltato per aria insieme al kamikaze. Gesti di donna che il potere, concentrato sull’odio, non è in grado di vedere.

La storia termina con la speranza racchiusa in quell’immagine fragile della bambina di Gaza con il vestitino rosa e con l’invocazione universale di pace che abbraccia le tre tradizioni: Amen, Inshallah, Shalom. Questa è l’essenza stessa dell’eredità di Pinuccia: la capacità di saper vedere il bello e il buono e saperlo dire. Le parole di benedizione aprono al bene. Immagini e parole che, pur essendo solo «un volo di farfalla, un fremito dell’anima», bastano per redimere il mondo.

Grazie Pinuccia.

(Viottoli, n.2/2025)Ci ha lasciato a Natale 2024 una delle voci più lucide e profonde che io abbia conosciuto, che ha collaborato anche con la nostra rivista: Pinuccia Corrias, docente, scrittrice, femminista del pensiero della differenza. Viveva «sola in faccia al Mar d’Africa» in Sicilia, «in mezzo a libri, oliveti, vigneti, manoscritti, mucche e macchia mediterranea». Aveva appreso, come amava scrivere, da Lia Cigarini l’importanza del “desiderio” e da Luisa Muraro di essere stata allevata secondo “l’ordine simbolico della madre”. Così sono nati i libri Abbardente (Torino Neos 2016) e l’inedito Rosario sardo.

Questa era Pinuccia: una visionaria spinta dalla necessità di coinvolgere altre donne in un viaggio interiore verso nuovi orizzonti di libertà ed espressione di sé. E spesso ci riusciva, con il coraggio e la grande passione che la contraddistinguevano.

Ciò che più colpiva di lei era il suo incessante esercizio del “partire da sé”, quel rivolgersi continuamente al proprio vissuto per trarne pensiero e una scrittura politica che mettesse radici nel mondo. La sua era una ricerca ininterrotta di un linguaggio trasformato e trasformante, di “parole non consumate”, come le definiva la filosofa Chiara Zamboni. Parole iniziatiche, vive e vivificanti, che aprono processi dinamici. Per molte donne è stata maestra in questo esercizio generativo di libertà soggettiva e di espressione di sé. Una maestra sarda, non facile, perché anche in lei permaneva l’impronta delle “Madri di Roccia Sarde”, di cui spesso parlava, ma proprio per questo una maestra potente.

Con Pinuccia era possibile tessere linguaggio, risignificare le parole e condividere la gioia che questo processo procura, innescando trasformazioni individuali e collettive. Sperimentavamo lo stupore per la risonanza tra parole e vita vissuta. Come descrive poeticamente in Abbardente: «Avviene per la parola ciò che avviene per il pane: lo si crea ogni giorno daccapo, con gli ingredienti più antichi del mondo, e ce ne si nutre senza mai saziarsi. Quando è necessario, poi, se ne fa cosa sacra, che esprime e alimenta, oltre che il corpo, anche l’anima».

Pinuccia cercava continuamente contesti relazionali, gruppi di donne in cui ci fossero le condizioni materiali perché ciò accadesse. Con questo taglio ha dato un contributo fondamentale al “Gruppo donne per la ricerca teologica” di Pinerolo, nato a metà degli anni ’90. Il gruppo, che riuniva donne valdesi, cristiane delle comunità di base, cattoliche e non credenti, ha esplorato, alla luce delle pratiche del pensiero della differenza sessuale (partire da sé, pensare in relazione, il riconoscimento di autorità tra donne), i nostri vissuti di fede. Era uno spazio spirituale e politico, dove si produceva pensiero e si intrecciavano relazioni che cambiavano i luoghi in cui ognuna di noi operava.

Resta a tutte quelle che hanno partecipato a questa esperienza un ricordo vivo, un’eredità che continua a risuonare, un’“energia di legame”, come l’hanno definita le amiche valdesi in La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi (Claudiana, 2007). Un’energia che continua a fare il suo corso e che alcune di noi hanno ritrovato nel condividere l’esperienza della “Comunità di storia vivente in faccia al Monviso”, di cui ha fatto parte Pinuccia negli ultimi anni, continuando a elaborare l’opera inedita Rosario Sardo. Per lei questo è stato l’ultimo orizzonte di senso con cui si è misurata per concludere il suo lavoro. Emerge spesso dalla sua opera l’idea che la memoria è cosa viva che resta nelle viscere: «Nella memoria vive il dolore, il pianto, la pietas, ma se non si dà senso agli accadimenti […] restano solo dolore, pianto e pietas senza parole».

Ci lascia in eredità anche il suo ultimo scritto, quasi un testamento spirituale e politico: “La bambina di Gaza con il vestitino rosa”. Scritto all’inizio del 2024, quando la malattia l’aveva già colpita, è stato pubblicato in Pagine di pace: poesie, scritti, pratiche di donne (Iacobellieditore, 2025). Abbiamo letto alcuni brani di questo toccante racconto il 16 settembre 2025 a Pinerolo, durante l’incontro dedicato a lei, Pinuccia Corrias. Quando la vita è scrittura: Primum Vivere, all’interno del Pine Hope Festival: un momento di memoria vivo ed emozionante, organizzato da molte amiche che hanno condiviso con lei diversi ambiti del femminismo.

Il suo testo esprime un “no” deciso a ogni guerra con il linguaggio profondo e poetico che l’ha sempre contraddistinta. Le riflessioni sul potere redentivo della parola e del gesto sono il cuore pulsante di questa sua ultima testimonianza. Per fermare «il vento delle parole» tremende, terribili, orribili, che hanno il potere di scolpire «con lettere di fuoco una realtà che è menzogna», la sua voce si fa grido, si fa maledizione: «Sì, maledetti voi, facitori della Storia […] Quando vi maledico, voglio intendere ciò che questa parola significa alla lettera: dico di voi il male che io vedo e soprattutto il male che io sento». A noi resta il potere di chiamare le cose con il loro vero nome, di dire il vero sul male. Maledire, in questo caso, non è augurare il male, non è odiare, bensì un atto di verità e giustizia, essenziale per non barcollare nel buio. È così che si mantiene quel barlume di luce che si accende solo attraverso i gesti e le parole di pace che nascono dall’amore. Pinuccia ci insegna che si può attraversare il dolore senza consegnarsi all’odio, lasciandosi orientare dalla pietà e dall’empatia.

Il racconto prende ispirazione dall’immagine stupenda colta nel film Una storia sbagliata: l’incontro tra le due vedove che si conclude con l’atto semplice e sacro della condivisione del cibo. Una è la moglie di un kamikaze che si è fatto esplodere in un attentato, l’altra è la moglie del militare che è saltato per aria insieme al kamikaze. Gesti di donna che il potere, concentrato sull’odio, non è in grado di vedere.

La storia termina con la speranza racchiusa in quell’immagine fragile della bambina di Gaza con il vestitino rosa e con l’invocazione universale di pace che abbraccia le tre tradizioni: Amen, Inshallah, Shalom. Questa è l’essenza stessa dell’eredità di Pinuccia: la capacità di saper vedere il bello e il buono e saperlo dire. Le parole di benedizione aprono al bene. Immagini e parole che, pur essendo solo «un volo di farfalla, un fremito dell’anima», bastano per redimere il mondo.

Grazie Pinuccia.

(Viottoli, n.2/2025)