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da il manifesto

Correva l’anno 1948, quando «Harper’s pMagazine» pubblicò un breve saggio intitolato The Guilty Vicarage (nel 1956 Giorgio Manganelli lo tradusse per la rivista «Paragone»), in cui W.H. Auden analizzava personaggi, luoghi e procedimenti delle detective stories, distinguendole dai thriller – «libri che di rado mi piacciono» – e concludendo che a leggerle è soprattutto chi desidera essere restituito a uno stato d’innocenza, che lo si spieghi «in termini cristiani, oppure in termini freudiani, o di qualsiasi altro genere».

Un testo, il suo, che unisce la competenza del lettore all’acume del critico, e rende evidente come Auden, in netto contrasto con le spocchiose opinioni espresse nel 1945 da Edmund Wilson sul «New Yorker» – «Ci sono tanti bei libri da leggere, c’è tanto da studiare e da conoscere, che non c’è bisogno di annoiarsi con questa robaccia» – condividesse con altri intellettuali la passione per i romanzi polizieschi, pur non arrivando a seguire l’esempio del suo amico Cecil Day-Lewis, che col nome di Nicholas Blake ne scrisse una ventina; o di John Innes Mackintosh Stewart, professore al Christ Church College di Oxford, che firmandosi Michael Innes ne diede alle stampe addirittura cinquanta.

Forse è pensando a loro, autori di academic misteries, che Auden scrive: «Un sano istinto ha indotto tanti autori di romanzi gialli a scegliere come ambiente un college universitario». Il poeta non poteva sapere, allora, che nel 1970 lui stesso sarebbe diventato personaggio di un giallo ambientato in un campus nordamericano in cui non è difficile riconoscere la Columbia University, intitolato Giustizia poetica (Fazi 1998) e firmato da Amanda Cross, che aveva debuttato sei anni prima ed era già così apprezzata da venire proposta per il premio Edgar della Mistery Writers of America.

Non possiamo sapere se Auden abbia mai letto Giustizia poetica, ma è probabile che ne conoscesse l’autrice, sia pure con un altro nome: dietro Amanda Cross c’era Carolyn Gold Heilbrun, che tra il 1964 e il 2002 pubblicò una serie di undici romanzi sotto mentite spoglie, perché la sua identità di scrittrice non entrasse in conflitto con quella di illustre studiosa.

Per trent’anni, infatti, Heilbrun insegnò letteratura alla Columbia, occupandosi in particolare del modernismo inglese, pubblicò saggi importanti, fu presidente della Modern Language Association e creò con Nancy K. Miller la collana di Gender and Culture per la Columbia University Press.

Un curriculum di tutto rispetto per una donna che, nata nel 1926, riuscì a fare una brillante carriera in un ambiente dove il potere era saldamente in mani maschili, e che nel 1992, esausta e furibonda per le battaglie sostenute (qualcuno la ricorda ancora come «la madre del femminismo accademico»), si ritirò polemicamente, per vivere una feconda pensione, negli introiti della quale Amanda Cross non ebbe un ruolo secondario.

Sei gialli della serie, tutti in qualche modo legati all’Università e alla materia insegnata da Kate Fanslet (si può commettere un omicidio per un inedito di James Joyce? Certo che sì!), sono apparsi in Italia presso editori diversi, ma è dagli anni Novanta che i libri di Amanda Cross mancano dalle nostre librerie.

Almeno fino a oggi, perché Sellerio ha appena riproposto il suo primo romanzo, In ultima analisi (traduzione di Adriana Bottini, pp. 280, € 15,00): un piccolo avvenimento, per chi come Auden, Yeats o Borges ama il giallo «a enigmi».

Il romanzo di Cross, tuttavia, non si limita a costruire una trama-puzzle ben congegnata: come tutte le sue opere, anche questa offre un quadro d’ambiente perfetto (la New York liberal dei primi anni Sessanta, il ritratto di un’altra e perduta America), personaggi riuscitissimi, una ironia condita di battute da commedia brillante alla George Cukor, una succinta ma puntuta critica della psicoanalisi – la vittima viene pugnalata a morte sul lettino di un freudiano ortodosso – e infinite citazioni disseminate con adeguata leggerezza, il tutto legato da una scrittura raffinata, che coniuga leggibilità ed eleganza.

Al centro dell’indagine c’è la bella Kate con il suo Martini ghiacciato, in parte alter ego dell’autrice, in parte figura di una modernità anticipatoria: intelligente, coltissima, indipendente, anticonformista, audace, una favolosa zitella che nulla ha in comune con le tante versioni di Miss Marple cui il giallo della cosiddetta «età d’oro» ci ha abituato, e nemmeno con la maggior parte delle rudi detective che appariranno negli anni successivi.

Le vicende di Kate e il suo garbato femminismo, sempre più esplicito di libro in libro, sono spesso servite a Heilburn/Cross per suggerire alle donne la possibilità di inventarsi o di scegliersi altre vite, oltre che per regolare alcuni conti con i colleghi più tenacemente maschilisti, alcuni dei quali si saranno riconosciuti in certi personaggi (si dà per certo, ad esempio, che l’antipatico professor Canfield Adams scaraventato giù da una finestra in A Trap for Fools, del 1989, sia in realtà una caricatura di Edward Said).

Heilbrun, che ha dedicato al personaggio di Kate Fanslet qualche pagina di un suo brillante saggio del 1988, Scrivere la vita di una donna (La Tartaruga, 1990), dice di lei: «Senza figli, nubile, libera dal giudizio degli altri, bellissima e ricca… Volevo darle tutto e vedere cosa ne avebbe fatto». Provvista di un fondo fiduciario e di un paziente fidanzato che lei rifiuta a lungo di sposare, Kate finirà per cedere a un matrimonio celebrato negli anni della maturità. Lo stesso approdo cui giungerà la Harriet Vane creata da Dorothy L. Sayers; ma non è l’unico punto di contatto con i personaggi o le trame dell’autrice inglese, amatissima da Heilbrun/Cross.

Su Sayers, che fu tra le prime donne laureate a Oxford e, dopo aver confezionato undici romanzi attorno alla figura di un bizzarro e aristocratico investigatore dilettante, si dedicò alla sua passione più vera (la letteratura medievale e la traduzione della Divina Commedia), Carolyn Heilburn scrisse un incantevole saggio, e non mancò di confessare che a farle abbracciare la carriere di giallista era stata, almeno in parte, la lettura di Gaudy Night (1936), penultimo romanzo della serie Wimsey, ambientato in un college oxfordiano: un altro giallo accademico, dunque, in cui si parla, più che di delitti, del diritto delle donne all’istruzione superiore, all’indipendenza e alla scelta di consacrasi allo studio.

Ed è una coincidenza tanto curiosa quanto felice che il ritorno in libreria di Amanda Cross preceda di pochi giorni la pubblicazione di due dei più celebri romanzi di Sayers, Il cadavere senza nome e Il segreto delle campane (Rusconi Libri). A Edmund Wilson, inutile dirlo, non piacevano affatto: Sayers gli era insopportabile perché, «consapevole di essere più colta della maggior parte degli scrittori di romanzi polizieschi», osava parlare di incunaboli, architettura sacra o campanologia. Ma altri critici, altri lettori e soprattutto il passare del tempo si sono incaricati di confutare e perfino dileggiare il suo esibito disprezzo.

(Alias – il manifesto, 3 agosto 2025)