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Ci sono tante cose che non capisco ancora, ce n’è una invece di cui mi sento abbastanza sicura. Ho sperimentato in questo periodo di quarantena quanto poco mi basti per essere contenta: sapere che le persone care stanno bene, godere l’aria fresca sulla pelle quando esco, sentire le amiche più vicine. L’aumentato senso di precarietà ha aumentato la capacità di provare una pazza gioia. Quanta felicità ci toglie il falso senso di sicurezza in cui viviamo!

Non cerco molte persone, per la maggior parte dei legami mi basta sapere che sono lì, pronti a riallacciarsi, perché ciò che ci siamo scambiati in questi anni era prezioso. Potremo attingervi senza ansia e senza fretta.

Questo sento io e questo mi rimandano i pochi cenni che ogni tanto ricevo.

Accanto a questo sentimento che accompagna la mia quotidianità ce n’è un altro.

Se basta così poco, se stiamo scoprendo che cosa è essenziale e cosa no, non possiamo permettere che dopo questa esperienza tutto torni come prima, a un ordine sociale ed economico che questo essenziale lo dimentica.

L’essenziale deve essere accessibile a tutti e, perché lo sia, tutto deve essere ripensato e per questo debbono avere peso e sostanza le parole e il pensiero delle donne.

Molte figure autorevoli, a cominciare dal Papa, stanno sostenendo la necessità di far emergere la voce femminile.

Ma soprattutto la centralità dell’opera femminile in tutti i campi non è mai stata più visibile.

Inoltre la dimensione di cura, dedizione, passione, attenzione all’altra/o, qualcosa in cui le donne sono maestre, è emersa con chiarezza come componente in ogni lavoro. Viene presentata come una eccezionalità del momento, ma, se leggo la mia vita di insegnante e quella delle tante persone con cui mi sono accompagnata, questa è la dimensione fondamentale del lavoro sicuramente per le donne; negli uomini questo aspetto è invece oscurato, almeno in passato, già per mio figlio non è più così.

Ed è stato grave averlo oscurato.

La cosa grave è avere organizzato in una logica massificante orario, tempi, ritmi, e spazi del lavoro, senza salvaguardare la dimensione di cura. Né quella sul luogo di lavoro, né quella sottratta dal lavoro alla propria vita, che a sua volta richiede tempo, dedizione e fatica.

Sappiamo tutti, grazie al ricordo impresso nel nostro corpo, di aver incontrato insegnanti, medici, donne e uomini, e anche altri, altre, che facevano lavori più umili, ma li facevano con passione. Abbiamo conservato gratitudine nei loro confronti, e tuttavia abbiamo permesso che il modello di professionalità fosse costruito sull’idea astratta di un agire neutro, asettico, ripetitivo, mentre il luogo degli affetti sarebbe stato altrove. Abbiamo permesso che l’esperienza fosse ignorata e tradita. È stato grave.

Il lavoro separato dalla dimensione affettiva, di cura e attenzione all’altro corre il rischio di diventare luogo di non libertà, se sostituiamo il chi siamo con l’abito professionale, se rinunciamo a cercare insieme agli altri la soluzione ai problemi, se accettiamo supinamente i limiti delle regole burocratiche, se troviamo rifugio in ogni tipo di esperto pur di non interpellare noi stessi. Invece la nostra esperienza ci racconta che cura, passione, relazione, competenze formano un tessuto unitario. Racconta quanto ci ferisce quotidianamente il tentativo di comprimere la ricchezza relazionale, umana e lavorativa che viviamo nelle strettoie dell’efficientismo, della concorrenza, della prevedibilità, della produttività.

La perdita di legame con l’esperienza è un male fondamentale della cultura di stampo maschile che abbiamo ereditato. Non a caso un grande incontro femminista di alcuni anni fa all’università Roma 3 si titolava: Il sapere dell’esperienza.

In quella occasione una delle relatrici, Vita Cosentino, parlò del movimento di autoriforma della scuola a cui per anni abbiamo dato vita per sottolineare, a fronte delle assurde riforme che stavano distruggendo la scuola pubblica, la necessità che fossimo noi, i docenti, uomini e donne, a dire cosa è la delicata relazione di insegnamento/apprendimento e di quanta cura abbia bisogno, cosa diventano le materie di studio quando diventano nutrimento per la crescita delle ragazze e dei ragazzi e risposte alle domande del mondo.

Qualsiasi cambiamento dell’ordine sociale deve ripartire da questa assunzione in prima persona della responsabilità, da questa presa di parola che non vale solo per gli e le docenti.

Si parla sempre della corruzione e degli sprechi negli ospedali. Nessuno sa meglio dei buoni medici e dei buoni infermieri, che oggi si rivelano soprattutto donne, come si dovrebbe fare per impedirli.

Come nessuno sa meglio di loro come si dovrebbe organizzare la sanità sul territorio per diminuire l’ospedalizzazione e farsi carico della persona anziana, disabile, o della puerpera, a casa propria.

Nessuno sa meglio degli operai se ciò che si produce è fatto nel migliore dei modi e se è ciò che serve all’intera società.

Perché è di questo che si tratta, dell’interesse dell’intera società, non di salvare tanti piccoli corporativismi. Questa è la situazione attuale da quando le rivendicazioni si sono ristrette all’ambito salariale o pensionistico.

Dobbiamo ripensare, facendoci guidare dall’essenzialità, tutti i luoghi di lavoro.

Si tratta di ritrovare una visione sociale di cosa debba essere la scuola, la sanità, la produzione, l’assistenza, il rapporto con l’ambiente, sacrificati fino ad ora all’unica logica di canalizzare il danaro nei giochi del potere finanziario.

La politica delle donne invece, rimettendo in gioco l’esperienza femminile, l’ha riconnessa con la vita e ha intravisto un’altra civiltà e un’altra economia.

Susanna Camusso lo ha detto recentemente con fermezza: «[la “cura” non è attitudine femminile “dovuta e scontata”, marginale e non economica, ma è, invece, tratto necessario in un mondo che è giunto ai suoi limiti e va reso sostenibile socialmente, economicamente, ambientalmente []» (https://www.huffingtonpost.it/, 8 aprile 2020).  

E aggiunge: «[non c’è quello che resta nelle mura di casa e quello che riguarda il palcoscenico pubblico [Quelle cabine di regia, quei luoghi, avranno un valore di innovazione, di progettazione di sostenibilità effettiva, se non saranno ancora una volta il luogo del pensiero della parzialità maschile, ma sapranno coinvolgere il pensiero femminista e femminile, per rappresentanza e specialità [Riconoscendo un’elaborazione e un pensiero che certo non nascono oggi». (https://www.huffingtonpost.it/, 8 aprile 2020).

Il suo intervento è reperibile sul sito della Libreria delle donne che è quella che ha dato uno dei contributi più importanti e più anticipatori al tema del lavoro con il Sottosopra «Immagina che il lavoro».

Anche l’Avvenire del 4 marzo riprende in un articolo in prima pagina il tema: «Lavorare meno, lavorare tutti. L’utopia si riaffaccia dal web

«La ripartenza è sostantivo femminile» dice la copertina dell’Espresso del 10 maggio 2020.

Scriveva Simone Weil che «la missione, la vocazione della nostra epoca è di costituire una civiltà fondata sulla spiritualità del lavoro».

Bene. Rimettiamo al centro la spiritualità del lavoro.

Molti, e noi donne in particolare, ci stiamo assumendo questo impegno, come dimostrano il proliferare di incontri on line e i molti appelli che stanno passando dalle mani delle une alle mani delle altre.

Ci sono ormai sia le conoscenze scientifiche che la presa di coscienza, ci sono le esperienze e c’è un pensiero, in massima parte femminile, che ci permettono di ripensare, a partire dalla relazione fra la cura e il lavoro, tutta l’economia come ci insegna Ina Praetorius, tutta un’altra relazione con l’ambiente e un’altra civiltà, relazionale appunto, orientata dall’amore per la vita e non dall’ansia di accumulare danaro.