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Gli slogan «Il corpo è mio e lo gestisco io» o «L’utero è mio e lo gestisco io», che in tante gridavamo nelle manifestazioni, fu una presa di parola che cercava di esprimere un’integrità di sé. Fu un tentativo di voler dire libero ma, proprio perché iniziale, ancora approssimativo e impreciso. Fu uno sforzo per svincolarci dalla dissociazione che gli uomini cercavano di produrre in noi donne, riconoscendosi padroni del nostro corpo.

Ma, grazie al movimento delle donne, tale pretesa non fu più sostenibile.

Alcune leggi ce lo rivelano.

Nel 1956 la Corte di Cassazione decise che al marito non spettava nei confronti della moglie e dei figli lo jus corrigendi (art. 571 c.p.), il diritto di picchiarli, abolito nel 1963.

Fino al 1968 l’adulterio era reato solo per la moglie, che poteva andare in carcere.

Nel 1981 furono abolite le attenuati per il delitto d’onore per cui uccidere la moglie era giustificato, se veniva leso l’onore dell’uomo. E sempre nel 1981 non fu più in vigore il matrimonio riparatore che permetteva di stuprare una ragazza senza essere punito se la si sposava.

Anche la rivoluzione sessuale, per me iniziata nel 1970, provocò in me, come in molte mie amiche, una nuova dissociazione: mi fece credere che rendendomi disponibile al piacere maschile lo avrei trovato anch’io. Non fidandomi del mio sentire, mi sono scissa dal piacere femminile. Già nel 1972 Carla Lonzi ne segnalava il pericolo in La donna clitoridea e la donna vaginale, ma allora mi ostinavo inutilmente a cercare piacere dove era impossibile trovarlo. Solo successivamente ho scoperto, sempre con lo stesso uomo, che, come annuncia il titolo del libro di María-Milagros Rivera Garretas, Il piacere femminile è clitorideo o non è.

Pensiamo anche all’aborto: veniva considerato un “delitto contro la integrità e la sanità della stirpe”, invece che una conseguenza patita dalle donne per le irresponsabili pratiche sessuali maschili. Né io né nessuna altra che conosco vogliamo una sessualità che ci faccia restare incinta se non desideriamo mettere al mondo una creatura. Ma la legge 194 del 1978, permettendo l’aborto solo a certe condizioni, ancora non considera una donna come intera e capace di autodeterminazione: altri decidono cosa permetterle di fare o non fare del suo corpo gravido.

E lo stupro era reato contro la morale e solo dal 1996 diventa reato contro la persona.

Queste leggi sono frutto delle lotte delle donne per smascherare il contratto sessuale tra uomini che, immaginandoci “cose” piacevoli o utili a loro disposizione, avevano creato regole per spartirsi i corpi femminili e i loro frutti.

Però i due slogan femministi, mentre li gridavo, mi provocavano un dissidio interiore che segnalava l’esigenza di lavorare sulla lingua: mantengono infatti una dissociazione come se il corpo o una sua parte potesse essere una proprietà, non più dell’uomo di turno, ma di un io scorporato, sebbene femminile. Ora ho capito che era un modo di reagire, ma essere reattive non è buona politica. Ci spinge là dove chi ci vuole colpire prevede che siamo. Luisa Muraro suggerisce invece la schivata, ma per farla occorre stare presso di sé e in relazione almeno con un’altra per essere capaci di sentire la propria verità. Così ho potuto recuperare l’indissolubilità dell’anima corporea, come dice Antonietta Potente. Riesco a partire da me, dal corpo che io sono, e prendere parola pubblicamente, forte del mio sentire.

Una donna che sta studiando testi del pensiero della differenza, riferendosi a una sua esperienza da giovane, mi ha scritto che allora non aveva il vocabolario politico che l’avrebbe aiutata a nominare ciò che le accadeva, mentre ora sa riconoscere quello che le permette di essere libera. Segnala dunque l’importanza delle parole giuste. Credo che sia fuorviante l’attuale slogan «My body, my choice», perché perpetua la dissociazione, moltiplicata dal neoliberismo e nascosta dall’idea della libertà di mettere a profitto parti del proprio corpo, come ad esempio con l’utero in affitto o con la prostituzione, ignorando quello che tante di noi diciamo dell’esperienza trasformante della gravidanza e quello che le sopravvissute al sistema prostitutivo affermano, come scrive Rachel Moran in Stupro a pagamento.

Forse è meglio dire «Io sono intera e in vendita non sono».

Oppure «Io sono intera e non mi fate a pezzi», rifiutando la guerra che è un modo per farci letteralmente a pezzi.

Una volta sotto le parole “caduti per la patria”, “vittime civili” si nascondeva la riduzione a “cose” di esseri fino a poco prima viventi e si cercava di non farli vedere. Oggi le immagini di chi muore, di chi soffre e fugge ci vengono proposte senza pudore perché da anni è in atto una sorta di assuefazione alla violenza, indotta anche dai film di intrattenimento. E il numero spropositato di cadaveri all’inizio di questa guerra ci veniva dato come il punteggio al contrario di squadre avversarie: l’importante sembrava fosse che la squadra per cui “dovevamo tifare” ne avesse sempre meno dell’altra. Poi, per confonderci sull’enormità della carneficina, i numeri dei “nostri” ci vengono dati man mano solo a due cifre, oppure mostrando un massacro per volta solo ad opera degli “altri”. È in atto una dissociazione tra immagini-numeri e la realtà di creature nate da madre e vive solo perché continuamente sostenute nell’interdipendenza.

Con me però questa dissociazione non funziona perché non smetto di partire da me.

So cos’è stato far nascere e crescere mio figlio e mia figlia.

Ho seguito le due gravidanze di mia nuora e conosco l’attenzione rotonda di tante persone per le mie nipotine e i loro sorrisi.

Non dimentico l’amoroso impegno di mia madre perché mio padre, cieco di guerra, potesse provare una sufficiente felicità per avere desiderio di vivere.

E ricordo la tenera fermezza con cui mio marito e io abbiamo trasformato noi due, chi ci stava intorno e la nostra casa perché la coabitazione con mia madre, sempre più anziana, riconoscesse e continuasse la genealogia d’amore in cui lei ci aveva inserito.


Libri citati:
– Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, Rivolta femminile, Milano 1971.
– Rachel Moran, Stupro a pagamento La verità sulla prostituzione, Round Robin editrice, Roma 2017.
– Luisa Muraro, L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011.
– Antonietta Potente, Come il pesce che sta nel mare. La mistica luogo dell’incontro, Paoline, Milano 2017.
– María-Milagros Rivera Garretas, Il piacere femminile è clitorideo, Edizione indipendente, Madrid e Verona 2021.