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La nostra cultura occidentale ci ha abituato a pensare l’essere umano come il dominatore sicuro e inarrestabile che si muove al centro del mondo. I continui progressi fatti nel campo tecnologico e scientifico hanno contribuito a instillare l’idea delle potenzialità infinite di utilizzare la terra con tutte le sue risorse per il nostro sviluppo: quello che ancora non sappiamo o non si può fare oggi, lo si farà domani, è solo questione di tempo, e la padronanza sul mondo sarà una linea in costante ascesa. Il mondo ci appartiene: chi può al pari di noi rivendicare un tale concetto?

Ma in realtà siamo noi che apparteniamo al mondo, così come gli elementi che costituiscono la terra e che condividiamo con gli altri esseri viventi, anche con quei microrganismi invisibili, i virus, che possono parassitare le nostre cellule, alterarne gravemente le funzioni, e diffondersi da una persona all’altra in maniera rapidissima, cambiando tutto: le nostre vite individuali e l’assetto della società in cui viviamo.
Sono proprio le società occidentali più avanzate (Usa Uk Eu) quelle dove, più che altrove, il virus Covid 19 sta portando effetti devastanti e grande disorientamento. Esse si sono fatte cogliere di sorpresa dal virus, non solo dal punto di vista organizzativo (ma chi se non queste società, con i loro alti standard sanitari, avrebbero dovuto sapere cosa fare?), ma anche dal punto di vista esistenziale: non sono state in grado di percepire la vulnerabilità dell’essere umano di fronte alla propria appartenenza alla sfera biologica, quasi accecate da una presunzione di superiorità e invincibilità. 

Ancora oggi non si sa esattamente quale siano le risposte più efficaci da dare: si alternano misure restrittive ad allentamenti per rispettare le “libertà individuali”, per salvare l’economia e continuare con i nostri abituali stili di vita. Ci sembra che le restrizioni costituiscano delle incomprensibili “dittature sanitarie”.
Abbiamo dimenticato che noi siamo da sempre condizionati naturalmente dal nostro corpo: lo sappiamo bene a livello individuale quando i ci ammaliamo anche in modo lieve; vorremmo poter correre come sempre, ma non possiamo, dobbiamo fermarci, perché abbiamo una incapacità funzionale.
Le ragioni del corpo umano, e soprattutto le relazioni tra la nostra salute individuale e l’assetto della società tutta, improvvisamente oggi si sono imposte con prepotenza. Ma nella società occidentale debolezze, fragilità, imperfezioni e malattie sono state accuratamente rimosse dalla percezione collettiva, per dare spazio all’immagine di un uomo moderno, sempre efficiente, sano, produttivo, positivo, quasi invincibile. Anche la gravidanza che rivoluziona il corpo della donna in una evoluzione fuori dal suo controllo personale, viene un po’ nascosta nei suoi aspetti più fisici e debilitanti: le limitazioni che comporta vengono percepite come debolezze personali e comunque di genere esclusivamente femminile, menomazioni compatite in uno stato d’eccezione “fuori” dalla regola comune.
Che dire dell’invecchiamento? nella nostra cultura occidentale gli anziani godono di visibilità solo in quanto “giovanili”, attivi ed allegri, sportivi e consumatori, meglio se ancora produttivi, cioè solo nella misura in cui possono confermare l’immagine di positività e di potenzialità quasi infinite del genere umano nella nostra società. Improvvisamente ora ci accorgiamo che con l’invecchiamento convivono spesso fragilità, debolezza, solitudine, e scopriamo che la vulnerabilità può appartenere anche ad altri gruppi di persone, affette da fattori di rischio che li rendono fragili. E che potenzialmente tutti siamo vulnerabili di fronte ad un virus patogeno. 

Questa pandemia potrebbe e dovrebbe essere l’occasione per una riflessione oltre che personale, generale della nostra cultura: una occasione per utilizzare al meglio tutte le nostre conoscenze e potenzialità di società occidentali a sviluppo avanzato, in modo da saperci adattare e riorganizzare di fronte alle possibili sfide del mondo esterno, non ultima la grossa sfida dell’emergenza climatica.