Le madri di tutte noi – La genealogia femminile come possibilità
Angela Condello
2 Marzo 2025
«Scartata la critica letteraria», scrivono le autrici alla prima riga del Catalogo giallo (1982, oggi ristampato), «diversi approcci erano possibili» (p. 1). Siamo appena all’inizio e ci troviamo immediatamente coinvolte in una ricerca, accanto alle donne della Libreria. Tuttavia, lo scopo di questo percorso non è ancora chiaro e verrà precisato nei testi del Catalogo (che hanno stili e temi vari): che cosa cercano, nella letteratura femminile (romanzi e poesie), queste donne di generazioni diverse? Delle madri che alimentino un simbolico femminile? Scrivono: «la trama del romanzo era seguita fino a che qualcuna non diceva: abbiamo inventato un altro romanzo… Fermiamoci ad analizzare questo nostro modo di leggere che confonde vita e letteratura» (p. 1). Come in un lavoro analitico, la letteratura è una sorgente di figure e codici che generano riflessioni e permettono di evocare episodi in cui identificarsi o da cui distanziarsi. A partire dai testi si riflette sulle proprie vite, e a partire dalle proprie vite viene risignificata la letteratura: le loro autrici sono Jane Austen, Emily Brontë, Charlotte Brontë, Elsa Morante, Gertrude Stein, Sylvia Plath, Ingeborg Bachmann, Anna Kavan, Virginia Woolf, Ivy Compton-Burnett.
Dove conduce la ricerca? Vogliono «vedere se i loro scritti, magari in misura ridotta, a sprazzi, momenti, facessero apparire un simbolico delle donne» (p. 1), e la rilettura delle scrittrici offre l’occasione per ripensare sé stesse e per far emergere «quello che andiamo cercando» per loro (p. 2). Come lavorano? Spesso scrivono: «alla rinfusa», «confondendo» i piani, prendendo tutte le direzioni possibili. Si tratta dunque di un lavoro genealogico portato avanti senza conoscere a priori l’origine verso cui le condurrà: le possibilità sono aperte e la genealogia serve a trovare quel che le donne sanno e quel che le donne sono.
Le scrittrici e le storie vengono deformate, ridotte a una frase o a una immagine, a una figura retorica: la madre al singolare (“The mother”, nel titolo di Gertrude Stein, The mother of us all) diviene «le madri», al plurale, a indicare proprio la possibilità di una moltiplicazione genealogica delle direzioni che il simbolico femminile può intraprendere e cioè qualcosa che è aperto in senso plurale, che non è detto una volta per tutte, che non cerca un «pieno» in cui stabilizzarsi ma cresce in uno spazio vuoto – che è quello in cui ciascuna può agire la propria libertà secondo forme anche impreviste. Si tratta di un lavoro genealogico che fuoriesce dalla condizione della necessità di trovare una e una sola origine o una e una sola identità: contro il «pieno» e «determinato» tipico dell’autorità maschile, le scrittrici sono il terreno dell’autorità femminile in cui pensare, dubitare e immaginare quello che le donne desiderano essere.
La madre, le madri e l’autorità femminile in genere sono temi volutamente confusi nel Catalogo: scrivono (ripensando al seminario di Caspoggio del 1980) che non capiscono «perché i discorsi sulla madre arrivano sempre allo stesso punto» (p. 13) e cioè al punto in cui si dice che la madre è un limite a quel che una donna avrebbe potuto essere, godere o volere. D’altra parte, spesso questi sono fantasmi: dalla madre si è nate e il seno materno non può che avere una connotazione ambigua e ambivalente, come un farmaco platonico è infatti ragione e soluzione di problemi. In questo senso però la lettura delle scrittrici aiuta a non distorcere il proprio pensiero rispetto all’essere donne: rispetto alle scrittrici esiste sia una distanza sia una relazione, sono «altre» eppure sono anche loro stesse, sono figure femminili grazie a cui ogni donna può chiamare in causa tutto quello che non è e che vorrebbe, invece, essere o diventare (ecco ancora la possibilità genealogica). Meglio che nel lavoro individuale su sé stesse o sull’astratto materno, spesso troppo concettuale e metaforico (qui il pensiero va a Maglia e uncinetto di Luisa Muraro, naturalmente), le pagine dei romanzi o i versi delle poesie ci mettono davanti alla possibilità di poter essere – ora e subito – diverse «da come la società, madre compresa, immagina e vuole che una donna sia» (p. 13).
Nel movimento genealogico, com’è ovvio e naturale, accade anche che alcune scrittrici siano citate più spesso di altre e che i loro testi finiscano per essere più generativi di altri. Le ragioni per questa differenza sono molte. Scrivono (p. 49): «avete dimenticato le sofferenti e vi siete lasciate trasportare dall’interesse per le vostre preferite, come la Stein, Ivy Compton-Burnett e Austen. […] Si è creata, come per convenzione del gruppo, questa dimenticanza delle scrittrici infelici perdenti sofferenti suicide vittime». Tuttavia, non è stata negligenza né rimozione: semplicemente, alcuni codici e alcune trame le hanno condotte prima o meglio nella direzione in cui stavano andando, e questo è accaduto durante le letture, durate anni (come ci ha confermato Rosaria Guacci durante la redazione aperta del 2 marzo scorso): la distinzione se la sono inventata, è vero, ma è anche emersa indipendentemente dalla loro intenzione, in un processo molto più ampio di questa dicotomia fra vincenti e perdenti che è diventata possibilità per generare uno spazio che si espande ancora oggi, come la lunga conversazione in Libreria ha confermato.
Di nuovo, come allora, il Catalogo è una chiave che mette in comunicazione letteratura, esistenze femminili e lotta politica: le vite di Emma di Jane Austen o Ida di Gertrude Stein, delle lettrici dei primi anni Ottanta, e di noi lettrici di oggi sono intrecciate, si incontrano e poi si allontanano; tuttavia, luci e colori, così come modi e tempi della scrittura, si confondono. Chi sono loro, chi siamo noi, chi sono loro? Dietro questa domanda c’è un chiaro intento confusivo e produttivo insieme in cui i testi, «scartata» appunto la «critica letteraria» (p. 1) in senso tecnico, funzionano come spazi dell’immaginazione in cui le categorie e i determinismi sono abbattuti in favore della generazione di nuove possibilità (semantiche, esperienziali, esistenziali).
Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre Le madri di tutte noi, 2 marzo 2025