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Da Il Quotidiano del Sud – Identità di genere, maternità surrogata (Gpa), legalizzazione della prostituzione intesa come lavoro (sex-work), blocco della pubertà in bambine/i che si percepiscono di sesso diverso da quello di nascita, uso di un linguaggio “neutro” che per essere inclusivo esclude le donne, sono temi che in questi anni sono stati divisivi e scomodi. Divisivi tra le femministe e scomodi per quei partiti e organizzazioni della sinistra che li sostengono, li hanno fatti propri, e non hanno mai accettato un dialogo e un confronto con le femministe della differenza che pure, in varie occasioni, l’hanno cercato. Alcune di loro oggi ci riprovano con un libro dal titolo Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su temi scomodi, curato da Daniela Dioguardi, con l’introduzione di Francesca Izzo e edito da Castelvecchi. Le autrici, «unite dalla passione per la differenza e la libertà femminile» ribadiscono le ragioni, ragionate e argomentate, della loro contrarietà alla teoria dell’identità di genere che «elimina il dato di natura in base a cui si nasce di due sessi», alla Gpa che elimina la madre, la donna, al sex-work che sdogana la prostituzione definita da Rachel Moran “stupro a pagamento”. Questioni sostenute dal movimento Lgbt+, da Non Una di Meno e dal transfemminismo, che «inneggiano a una libertà individuale incondizionata», «senza vincoli nel disporre di sé sul mercato». Con il transfemminismo lo slogan «il corpo è mio e lo gestisco io» è diventato «il corpo è mio e lo vendo io», ultima «frontiera del neoliberismo». Non è un caso che nel movimento ci sia «una forte presenza maschile che rielabora il femminismo». Molti i racconti di esperienze, fatti, eventi, che testimoniano il clima di intolleranza, intimidazione e «prevaricazione ideologica» in Italia, in Europa, come nel mondo anglosassone, alimentato da chi sostiene quelle teorie. Un clima in cui chi osa «manifestare un pensiero diverso, esprimere una critica, un dissenso» viene insultato, accusato di “istigazione all’odio”, bollato come di destra, reazionario, omofobo, transfobico, perfino fascista. La narrazione corrente vuole che chi è a favore è di sinistra, progressista, difende la libertà e l’autodeterminazione. Le autrici raccontano di femministe cacciate «con urla e spintoni» da università, eventi, manifestazioni, censurate con impedimento a parlare. Un clima inaccettabile, nel silenzio assordante delle forze progressiste. Perché «le transfemministe condannano la violenza domestica e applaudono la violenza a pagamento nella prostituzione e nella Gpa?», «credono davvero che prostituirsi o portare figli che non si desiderano siano forme di libertà?». «Perché per porre fine alle discriminazioni e dare diritti a transgender, queer, gay, si deve cancellare la differenza sessuale?». Perché la sinistra sostiene queste idee? Per convinzione, per paura di perdere consensi o per l’uso della «terminologia dell’inclusione e della lotta alle discriminazioni, cara al mondo progressista dei diritti»? Le autrici mettono in luce come “inclusione”, “parità”, “diritti ugualitari” si stanno ritorcendo contro le donne. Nei tribunali se una madre tenta di opporsi all’“affido condiviso” con l’ex violento, la minaccia è l’allontanamento delle/i figlie/i. Associazioni storiche di donne come Udi e ArciLesbica vengono escluse dai finanziamenti pubblici perché non hanno “soci”, sono vietate le società quotate in borsa di sole donne come le liste di sole donne nelle elezioni politiche e il ministro Valditara introduce la “quota blu” nel concorso per dirigenti scolastici. Basta rivendicare nuove leggi paritarie, va fatto “vuoto legislativo” e quelle che danneggiano le donne vanno cancellate. La sinistra e le forze progressiste accetteranno di dialogare con le femministe della differenza?