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Il conflitto tra donne è sempre stato presente nel femminismo, portando con sé un alto tasso di distruttività. Conflitto temibile perché chiama con sé emozioni forti e fantasmi incontrollabili: l’invidia femminile e una minacciosa potenza materna che sembra avere potere di vita o di morte sull’altra. Eppure la forza che sprigiona tale conflitto, se prende forma, se riceve misura, se si affida a gesti scelti, può essere feconda e generativa. Per questa ragione Angela Putino – a partire da un testo sulle amazzoni scritto con Lina Mangiacapre – si dedica dalla seconda metà degli anni ’80 alla funzione guerriera come pratica ed esercizio della relazione tra donne che apra ad un modo di «fare polis», di «fare cosmo» a partire da un simbolico femminile.

Alla base della funzione guerriera c’è l’inaddomesticato che Putino sottrae a qualsiasi designazione: è «una zona di taglio», «una modalità di azione». Nei materiali di un workshop presso il Virginia Woolf di Roma, Angela espone le figurazioni che portano dall’inaddomesticato alla funzione guerriera. La prima figurazione è la «solitaria» che guarda «a sé come un bene superiore che non può essere barattato con nulla». L’inaddomesticato è il proprio punto di leva, il partire da sé. Il passaggio dalla “solitaria” alla “guerriera” avviene nel linguaggio, quando entra in gioco la relazione. La guerriera emerge nel dialogo, davanti al «tu privilegiato che una donna rivolge a un’altra donna, questo tu è un imprevisto del sistema culturale» (Putino, Donna guerriera). Essere guerriera non significa avere nemici o nemiche, è «sapersi raccogliere e indirizzare» dal momento che la «funzione guerriera è soprattutto un’arte di alleanze», alleanze tra straniere, dove «risiede nell’altra la possibilità di inaddomesticarmi da me», cioè di uscire dal perimetro chiuso dell’identità personale.

La parola tra donne deriva dal rivolgersi l’una all’altra, afferma la relazione, chiama il mondo a partire da questa: ecco il terreno condiviso che dà dignità alla guerra tra loro. Il «polemizzare tra donne» è un’arte di cui Putino traccia traiettorie, gesti, regole. Le duellanti debbono saper fare un passo indietro per aprire uno spazio di movimento, ritrarsi dai propri codici. Occorre che siano “limpide” e diano trasparenza all’accadere per evitare l’opacità delle interpretazioni. Una guerriera deve stare vicino alla propria ferita, muove dalla propria vulnerabilità, non dalle ferite narcisistiche dell’io, ma da quelle che interrompono le significazioni dominanti, ti tirano fuori da te fino a scoprire un ritmo a te più appropriato. Questo polemizzare tra donne «non si sa se è lotta o abbraccio», è una guerra intesa come «uno dei più puri riconoscimenti» (Putino, Arte di polemizzare tra donne). La guerriera deve infatti poter distinguere le altre guerriere, poiché vuole per sé e per le altre una velocità maggiore. Occorre qui una certa “crudeltà guerriera”, per Putino meno temibile della “violenza pulita”, delle strategie della “non libertà femminile” che nascono da istanze di potere determinate altrove vanificando il polemos tra donne. La funzione guerriera schiude la visione di un «mondo di differenza, non agglomerato di diversità, ma cosmo: insospettato, sorprendente avvicinarsi, affiancarsi, relazionarsi». Dalla singolarità si va verso il collettivo che Angela chiama “razza” (richiamando Deleuze e Guattari, la razza minoritaria e ribelle che rompe le strutture di dominio): «semplice, sobria […] aurorale, ha dei cominciamenti, la bellezza e la visionarietà degli inizi; invita ad abitare in lei secondo scelte, secondo regole del suo cosmo; fa spazio, fa tempo; dona velocità» (Putino, Cosmo).

Da questi punti di intensità tracciati da Putino possiamo rilanciare oggi un discorso vivo sul conflitto tra donne che parta da una fedeltà a sé stesse e da una posta in gioco comune, per creare alleanze fuori da logiche di potere esteriori.

(L’Imprevista, 24 luglio 2026)