Le cure negate alle donne in città senza documenti
Tiziana De Giorgio
26 Gennaio 2026
Arrivano in Italia sole, spesso dopo aver studiato ma con diplomi e lauree che qui non possono usare. Lavorano nelle case dei milanesi senza contratto come colf, baby-sitter, badanti. Ma quando si ammalano, non hanno alcun medico di base a cui rivolgersi perché sono quasi tutte tagliate fuori dal servizio sanitario pubblico, «vivendo così in un limbo di precarietà legale, lavorativa e sanitaria» che le mette a rischio.
Racconta la salute invisibile delle donne migranti lo studio condotto dalla Bocconi e dal Naga, che mette per la prima volta sotto la lente 7.463 visite mediche di tremila donne senza documenti che fra il 2022 e il 2025 si sono rivolte al poliambulatorio dell’associazione di volontariato che fornisce assistenza sanitaria, sociale e legale agli stranieri. Si tratta della più ampia indagine mai realizzata in Italia su questo tipo di popolazione.
Una ricerca che mostra l’altra faccia della Milano del lavoro. «Donne che rappresentano un laboratorio estremo di disuguaglianza», spiega Carlo Devillanova, professore di Economia dell’università milanese che firma lo studio insieme ad Anna Spada, del Naga. «Sono istruite, spesso madri, ma intrappolate in lavori invisibili e in una rete di barriere che peggiorano la loro salute».
Più della metà delle donne del campione è disoccupata, il 55 per cento non ha una casa propria e vive ospite di amici o parenti. E la quasi totalità, il 92 per cento, non ha un permesso di soggiorno valido. Arrivano soprattutto dal Sud America e il 60 per cento ha almeno un diploma. «Donne che lavorano in case private o nell’economia informale senza alcuna tutela, spesso con orari massacranti e la paura di farsi vedere – spiega Devillanova – madri che si ammalano mentre tengono in piedi la vita quotidiana di altri».
Si presentano al poliambulatorio del Naga in buona misura per visite ginecologiche, seguite da richieste per disturbi alla schiena, ai muscoli o ai legamenti e in generale per problemi muscoloscheletrici. «Ma la cosa più preoccupante emerge nel tempo», sottolineano gli autori del lavoro. Perché a una donna su sette, tra quelle che alla prima visita non presentavano alcuna patologia cronica, ne viene diagnosticata una in quelle successive. Tra le più frequenti diabete, ipertensione oltre a patologie respiratorie. «La mancanza di un medico di base fa sì che i problemi spesso si scoprano tardi e si curino peggio». Tra le pazienti più anziane, si legge, il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari è trenta volte più alto rispetto alle più giovani, quello di patologie endocrine sei volte maggiore. «Eppure proprio le donne oltre i quarantacinque anni sono quelle che accedono meno alle visite preventive».
Da qui, la conclusione: «Escludere le migranti senza documenti dalla medicina di base è un errore di salute pubblica», sostiene il docente della Bocconi. Garantire a tutte il medico di famiglia ridurrebbe ricoveri evitabili e costi per il sistema. «Non una misura di carità – sottolinea Devillanova – ma di efficienza sanitaria».
(Repubblica Milano, 26 gennaio 2026)