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Beati i puri di cuore ché questo mondo non è per loro, mi veniva da pensare, interpretando a modo mio la Beatitudine, dopo aver visto l’ultima opera di Alice Rohrwacher, ancora più visionaria e magica delle precedenti.

Da un’umanità contadina, misera, schiava, paurosa, ignorante per la cupidigia e l’inganno dei latifondisti – nel film il ferreo dominio della marchesa Alfonsina de Luna – a quella postindustriale delle periferie emarginate, i poveri sono sempre gli stessi, anzi di più insieme alle schiere dei migranti, e sempre più poveri; i ricchi sempre più lontani e invisibili.

Lazzaro (Adriano Tardiolo, al suo felice esordio), il mite, il semplice, il buono, passa dagli uni agli altri – dopo la sua miracolosa resurrezione che segna i due tempi – con la sua naturale gentilezza, l’inesauribile generosità e altruismo, l’assidua attenzione e cura per loro e le loro vite, senza quasi lasciare mai traccia. Invisibile anche a chi gli dovrebbe un gesto di gratitudine. Ma per queste donne e uomini, provati dalla fatica e dal disinganno, i suoi non sono beni spendibili e trasformabili in denaro sonante. Lui stesso, man mano che la storia procede, è sempre più un Lazzaro stralunato che si vede ricambiare la bontà con la sgarberia e la violenza, la fiducia con la noncuranza, l’inganno e le bugie.

Lazzaro non ha origini, non ha famiglia, non ha terra, è l’ingenuo, lo “scemo”, lo sfruttato dagli sfruttati perché questa è la condizione sua di stare nel mondo: innocente, fedele a se stesso, spontaneo, incapace di mentire e di tradire.

Nelle sue precedenti opere – Corpo celeste e Le meraviglie – Alice Rohrwacher tracciava per le sue protagoniste percorsi di presa di coscienza e di  possibilità di scelta di un futuro di libertà fuori da tradizioni, costrizioni e pregiudizi; qui, la suggestione è verso un’intera umanità, donne e uomini, che potrebbero prendere in mano il proprio futuro liberandosi dal dominio delle paure e scoprendo che il lupo della favola, che porta terrore e morte, è vecchio e debole e non può più diffondere né incutere timore (esplicito il riferimento al libro di Chiara Frugoni, San Francesco e il lupo. Un’altra storia, Feltrinelli, 2013).

La regista rinnova il desiderio degli altri suoi film di rapportarsi alla natura e ai suoi segni. In Lazzaro felice vediamo la natura passare da entità forte, potente e rispettata a una sua versione ridotta e deformata: piccoli bordi ai margini delle ferrovie, dove crescono erbe e arbusti, stentate verzure lungo strade ancora sterrate delle periferie abbandonate che contornano capannoni e depositi in disuso. Il suo desiderio di riscatto fa meglio comprendere la scena finale del film.

Lo sguardo della regista, attraverso quello di Lazzaro, è nuovo ed esplora, con un’immaginazione ineguagliabile, stati e momenti delle esistenze, stati nascosti che forse preferiremmo ignorare, muovendoci sinuosamente per non vedere, facendoci passare per normalità quello che normale non è.

Mi piace qui riportare ciò che ha scritto in una nota di regia sul film: «Racconta la possibilità della bontà, che gli uomini da sempre ignorano, ma che si ripresenta, e li interroga con un sorriso.»

Lazzaro felice è stato premiato al 71° Festival di Cannes per la miglior sceneggiatura.