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In questi giorni sta circolando sui social l’appello di una ragazza vittima di un molestatore che, presentandosi come ginecologo, l’ha contattata telefonicamente e le ha rivolto domande intime. Divulgando la notizia, la ragazza ha raccolto testimonianze simili: sempre più giovani donne rivelano di essere state contattate dallo stesso uomo con modalità identiche e adesso il caso è diventato nazionale.

Casi come questo sono senza dubbio singolari per le modalità, ma non certo per la dinamica di fondo: le donne sono sistematicamente oggetto di molestie sessuali da parte degli uomini. Ed è essenziale parlarne, e farlo in questi termini – donne e uomini.
È per questo che alla domanda chiave dell’incontro della Libreria del 10 ottobre scorso, se sia possibile trovare un punto di incontro tra femminismo della differenza e teorie queer, alcune voci decise rispondono un secco “no”: risulta difficile riuscire a parlare di donne, di esperienze femminili e delle ipotesi per un futuro basato su tali esperienze, che derivano da una commistione di aspetti corporei e sociali, se ci si confronta con una cultura che di donne non parla, preferendo termini alternativi come “portatrici di utero”. Ed effettivamente espressioni come questa non ci permettono di ritrovarci in un vissuto comune, fatto sì di biologia ma anche di socializzazione, nostra e degli altri nei nostri confronti. Le donne non subiscono molestie come quella che ho raccontato nei paragrafi sopra perché sono “portatrici di utero”, né perché si identificano come donne. È l’eredità di una storia che sulla nostra biologia ha costruito dei ruoli che persistono nell’influenzare i comportamenti nostri e altrui a determinare episodi come questo. E per parlarne, abbiamo bisogno di un terreno comune e di parole con le quali ri-conoscerci.
Tuttavia, come è anche stato fatto notare all’incontro in Libreria, i fenomeni che vediamo verificarsi nella cultura queer sono mossi, tra le altre cose, da un bisogno che il femminismo della differenza conosce bene: smantellare i costrutti sociali, i ruoli e le norme di genere che pongono il potere nelle mani degli uomini e che opprimono le donne. Tra i temi più importanti che circolano negli ambienti queer vi è la critica alla cis-etero-normatività intesa come la norma sessuale e comportamentale che si accompagna all’essere uomo e all’essere donna. Insomma, se i ruoli di genere diverranno obsoleti anche grazie alle teorie queer, non potremmo esserne più felici. Anzi, è proprio in questa spinta anti-tradizionalista che femminismo e teorie queer convergono.
Rimane però al femminismo della differenza l’arduo compito di parlare alle donne mentre distrugge il concetto di donna tradizionalmente inteso – un compito la cui difficoltà è intrinseca e attribuibile solo parzialmente al movimento queer. Quest’ultimo tutela le identità non binary e trans, il femminismo ha come obiettivo la libertà delle donne (comprese quelle che “donna” l’hanno rifiutata come identità e come parola) anche attraverso una critica del concetto patriarcale di donna.
Un obiettivo che, a mio parere, è possibile portare avanti anche attraverso il dialogo con chi si identifica come queer, specialmente nelle più giovani generazioni non ancora giunte alla cristallizzazione del dibattito.