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Da il manifesto – A Ravenna un Istituto conserva vite e immagini delle staffette partigiane. Tessere di un mosaico che racconta il coraggio, i sogni e le speranze di emancipazione. Andate deluse nel dopoguerra

Milioni di vite dormono all’interno degli archivi storici. Dentro pile di cartelle, cassetti cigolanti e burocrazia scoraggiante. Questa volta però ne abbiamo svegliate alcune: quelle delle donne partigiane romagnole che durante la guerra ai nazifascisti agivano nelle campagne del ravennate. Possiamo farlo grazie al lavoro dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Ravenna e provincia.

È un mosaico che prende forma, quando apriamo la cartella «Biografie di staffette» dell’Archivio dell’Istituto di Ravenna, che dei mosaici, tra l’altro, è la regina. Fatto di tante tessere, o meglio di foto-tessere, ognuna collegata a un documento scritto che ripercorre dettagliatamente le azioni nella guerra di liberazione. Era così che le partigiane e i partigiani chiedevano, dopo la guerra, il sussidio dello Stato per avere fatto parte della Resistenza. Per ottenere il riconoscimento serviva aver usato le armi in combattimento. Molti partigiani hanno potuto dimostrare facilmente la propria partecipazione ad azioni armate. Per le donne è stato un po’ più complicato. Ne abbiamo parlato con Laura Orlandini, ricercatrice presso l’Istituto.

Questi documenti sono in fondo atti burocratici, eppure sono ricchi di dettagli, come mai? 

Sono vere e proprie biografie, compilate nel primissimo dopoguerra dalle sedi del Partito Comunista e dell’Anpi sparse nella provincia. L’obiettivo era probabilmente la richiesta di sussidio, lo ottenevano solo le staffette direttamente collegate alle brigate che dimostravano di avere compiuto azioni di carattere militare, ovvero se avevano trasportato armi o direttive strategiche. Le attività di resistenza civile delle donne, come la laboriosa opera di sostegno alle brigate, il recupero di cibo e indumenti, la rete organizzata di accoglienza e rifugio dei partigiani nelle proprie case, ma anche le azioni di protesta pubblica, sono state dimenticate. Derubricate talvolta, nel discorso pubblico, come parte dell’opera di cura che spetta “naturalmente” al ruolo femminile. Invece ognuna di queste azioni aveva origine da una scelta, consapevole e rischiosa, e cosciente della propria forza.

Quali tipo di informazioni si possono dedurre dalle fotografie e dalle biografie?

Ogni coppia biografia-foto è un minifilm: alcune sono estremamente dettagliate, altre molto più telegrafiche, quasi dei flash. In questi casi, a volte colpisce come poche semplici parole riescano a descrivere le situazioni estreme che vivevano quotidianamente, come ad esempio una biografia dove c’è scritto che la persona «ha più volte sfidato la morte, risolvendo sempre i compiti che le venivano affidati». Le fotografie invece sono diverse: alcune sono in posa, ritratti curati da studio fotografico, altre invece sono foto private, scattate nel giardino di casa o in una piazza. C’è un esempio molto interessante: sul retro dell’immagine, c’è scritto «per essere sempre ricordata tua», era quindi una foto destinata ad una persona amata, ma poi chissà per quale ragione dovuta alla guerra, si è ritrovata tra queste biografie.

C’è anche un altro tipo di documento che accompagna in maniera parallela le storie di queste donne partigiane, ovvero i volantini dei Gruppi di Difesa della Donna, che sono anch’essi conservati nel vostro archivio. Di che si tratta?

I Gruppi di Difesa della Donna erano un’organizzazione che univa tutte le donne in lotta contro il nazifascismo. Parte integrante del C.L.N, la loro storia è stata completamente dimenticata dalla storiografia sulla Resistenza fino a pochi anni fa. Le donne che aderivano volevano comunicare con tutte, distribuivano i loro volantini alle contadine, alle massaie, alle operaie, invitandole a protestare contro le requisizioni alimentari e la violenza dell’occupante. Stupisce leggere come, insieme alle rivendicazioni della lotta di Liberazione, si parlasse già di parità di salario, del congedo di gravidanza dal luogo di lavoro e della libertà di scelta per la professione. Si parlava, insomma, di democrazia e partecipazione. Non si tratta di chiedersi cosa hanno fatto le donne per la Resistenza, ma riconoscere che c’è stata una Resistenza delle donne, che partiva da presupposti e obiettivi diversi e che ha portato avanti istanze di emancipazione. Come si legge in uno di questi volantini «rivendichiamo il nostro posto nella vita sociale, facciamo sentire la nostra voce: anche noi vogliamo partecipare attivamente nei Comitati di Liberazione Nazionale e nelle Giunte Popolari».

E dopo la guerra che ne è stato?

La maggior parte delle donne che avevano preso parte alla resistenza civile durante la guerra non hanno avuto altra strada se non rientrare nella vita quotidiana nel ruolo che gli era stato assegnato dalla famiglia patriarcale con al vertice il capofamiglia. Il sogno di cambiare il mondo, avuto durante la Resistenza, non ha trovato spazio nella realtà. Non bastava la fine della dittatura fascista per superare una mentalità che resisteva da secoli e mentre mariti e compagni di partito riprendevano il loro spazio, le donne si trovavano a combattere una battaglia molto più dura e lunga, in una società che continuava ad affidare loro tutto il peso della cura dei figli e della casa. Rare sono state le eccezioni. Ma quell’esperienza è stata per molte la scoperta della propria forza: generazioni successive avrebbero raccolto quel seme.