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Ho prima atteso e dopo ascoltato con curiosità l’intervento de Le Compromesse. Le parole di Daniela hanno un sapore che ho conosciuto da vicino: la Calabria, sì, ma anche l’esperienza della solitudine. È curioso come una donna che condivide l’esperienza della propria solitudine possa apparire splendidamente irriverente, penso: tanto più adesso che internet trabocca di foto di gruppo e di denti bianchi.

Ho raccolto l’invito al confronto rivolto a tutte e, in particolare, alle più giovani tra noi, perché nell’ascolto mi sono riconosciuta e, poi, perché il racconto di Daniela ha riportato il mio cuore e la mia mente al legame più risalente e prezioso dacché i miei ricordi iniziano, quello con mia sorella, di cui ho saputo fin da subito, ad esempio, che era apparsa appena due anni e mezzo dopo di me.

È servito tempo, però, sono serviti incontri e coincidenzeperché potessi prendere atto della sua inestimabilità: che noi due fossimo, siamo, una comunità coesa, infatti, non è mai stato in discussione, solo, non avevo messo bene a fuoco il ruolo attivo che lei ha svolto sulla mia formazione e sulla mia coscienza. Chiamo ora in aiuto le parole di Simone de Beauvoir nelle Memorie: «Non avevo fratelli, nessun paragone poteva rivelarmi che certe licenze mi erano vietate a causa del mio sesso; le costrizioni che mi venivano imposte le imputavo soltanto alla mia età; mi rammaricavo vivamente della mia infanzia, mai della mia femminilità».

Ri-cominciando, ancora una volta, dal corpo, mia sorella è stata, almeno per molto tempo, il corpo più prossimo, ma anche un corpo che si è modificato, alle volte con rigore, determinazione, estremismo, in un modo che rendeva impossibile ignorarne i cambiamenti. Non saprei dire in che misura quei cambiamenti possano essere ricondotti alla storia particolare del suo corpo e in quale, invece, a fattori esterni. Tuttavia, se è vero che l’avvento di internet e delle piattaforme, inclusi i social network, ha introdotto elementi inediti, l’altro dato certo è che lei li abbia recepiti sicuramente prima di me e con minore diffidenza.

A proposito di questo, io, di anni, ne ho trentuno: qualcuno in più di mia sorella e di Daniela, ma non abbastanza da poter dire di aver vissuto la maggior parte della mia esistenza nel mondo analogico. Oggi non uso social network come Facebook e Instagram in virtù di una scelta istintiva e non ideologica: l’ho fatto, in passato, privilegiando, soprattutto nell’ultimo periodo, un utilizzo passivo; un giorno, li ho solo trovati definitivamente dispersivi e noiosi. Questo modo di operare, da sola e insieme ad altri, è stato giudicato, di tanto in tanto, sintomatico di un’attitudine che nel tempo mi è valsa qualche battuta pungente – per lo più fuori contesto – e, in senso più ampio, la scoperta di certi luoghi comuni legati al mio sesso, al mio corpo; luoghi comuni che, per quanto falsi e infondati, inducono sempre domande sgradevoli e, in alcuni casi, solitudine.

L’esperienza de Le Compromesse deriva, mi pare di intendere, per alcuni aspetti significativi, da una reazione alla solitudine attraverso la solidarietà, una dinamica positiva, che dovrebbe apparire automatica e naturale. La mia percezione spontanea è però quella di una pratica affascinante e desueta e, da questa percezione, nasce la mia domanda diretta a Daniela, non originale, per la verità, ma che apre prospettive di risposta tutt’altro che scontate: se la destinazione più immediata di un corpo è l’aggregazione con altri corpi, se la storia offre molte testimonianze di corpi che hanno veicolato istanze di cambiamento, perché questi corpi e le città sono stati sostituiti in modo consistente, sebbene non totale, dalla rete?