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Domenica 8 novembre in Libreria c’è stato l’appuntamento di Via Dogana 3. La proposta del tema in discussione mi ha colta di sorpresa, con curiosità e con una certa apprensione, come spesso mi succede quando sentimenti opposti e confusi tra loro si agitano in me, ho deciso di esserci.

Gli interventi si sono susseguiti incalzanti, affrontando a viso aperto un tema che appare controverso. Per molte tra le presenti la parola odio è evocativa, rimanda a sé, alla propria storia, dove ognuna ritorna per ritrovare esperienze e ricordi anche molto lontani, fino ad un’infanzia con la guerra. E’ una parola forte, c’è chi la associa alla forza, chi dice “si odia quando si è deboli”. Si cerca di aggirare il disagio che odio ci suscita e altre parole vengono chiamate in causa, parole come rabbia e conflitto, più intessute alla trama dell’esperienza di noi donne.

Lì mi ritrovo, come già altre volte negli incontri in Libreria trovo una forte corrispondenza tra il mio vissuto e l’argomento di cui si parla. Questa volta è il sentimento della rabbia che ha una forte risonanza in me e mi fa essere lì.

Ho attraversato in questo ultimo anno un lungo periodo di depressione connesso essenzialmente alla perdita quasi contemporanea di due persone importanti: mio padre ed un’amica con cui a diciassette anni, negli anni 70, sono arrivata a Milano

La depressione mi ha sottratto forza, capacità di combattere, proprio in un periodo della mia vita in cui mi sentivo vicina ad un passo avanti: nella mia esperienza lavorativa mi riconoscevo un potenziale di forza e riuscivo ad utilizzarla per me e per altre, guadagnandone in autorità.

Dai vissuti abbandonici, sollecitati dalla perdita di affetti significativi e che a volte invadono ogni ambito della mia vita, sto provando a riemergere, e ciò che mi sta aiutando è proprio l’aver dato spazio e legittimità ad un sentimento di rabbia.

Così la rabbia mi aiuta a stare meglio perché mi sottrae alla passività che mi induce a subire e spegne la parte più vitale di me.

A volte però, la rabbia tracima e più acquisisco consapevolezza di me anche attraverso il pensiero della differenza, più mi è difficile contenerla: sento che nella sua forza, nella sua capacità dirompente si fa quasi simile all’odio poiché forse ancora non ha trovato possibilità di trasformarsi in altro, utile per me e per altre/i, così come io desidero.

Tuttavia nell’incontro di via Dogana 3 si pone con forza la questione dell’odio come sentimento politico poiché il contributo di Sandra De Perini pone in discussione l’esistenza dell’odio politico tra donne di cui lei, che molto ha messo in gioco di sé nella politica delle donne, ha fatto esperienza.

Dell’odio di cui ha scritto io trovo eco nella mia esperienza lavorativa dentro l’istituzione, in essa è circolato e circola odio con la sua portata di annientamento e distruzione.

E’ un odio connesso al potere e al suo riconoscimento tra donne; nell’ istituzione in cui lavoro le donne ricoprono ruoli di responsabilità intermedi rispetto ad altri superiori nella scala gerarchica e gestiti quasi esclusivamente da uomini.

De Perini afferma che forse potrebbe non avere più senso parlare dell’odio oggi che l’autorità femminile c’è, ma io sperimento che questa autorità non è presente nel mio contesto lavorativo. Proprio in un contesto di lavoro a rilevante presenza femminile nel quale si gioca la possibilità di dare risposte adeguate a bisogni sociali emergenti non ci riconosciamo autorità e ci adeguiamo a modelli maschili di potere.

C’è un legittimo desiderio di esserci e contare nel proprio ambito lavorativo ma anche una ricerca di potere, che ci rende inconsapevoli strumenti di un sistema maschile dominante al quale ci si adegua perché percepito come unico modello possibile per acquisire riconoscimento e visibilità.

In questo contesto può nascere un odio tra donne che definirei politico perché strettamente intrecciato con l’esercizio del potere.

Se si riconosce il valore di sé e il senso del proprio lavoro quotidiano ci si può difendere da quest’odio subito e provato e fare uso del pensiero della differenza e della forza che ne deriva per salvaguardare, per quel che è possibile dentro l’istituzione, la coerenza a sé e al senso che si vuole dare al proprio lavoro.