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Le Pussy Riot sono tornate. Le attiviste antiputiniane si preparano a protestare contro la partecipazione della Russia alla mostra internazionale di Venezia. In queste ore, la leader del gruppo, Nadja Tolokónnikova, arrivata in Laguna, attacca la Biennale e pianifica una dimostrazione. «Non posso anticipare né dove né come per ragioni di sicurezza – risponde a Repubblica – ma pensi al nostro intervento alle Olimpiadi di Soči nel 2014». Lì il collettivo femminista si presentò con i cappucci colorati e fu fermato dalla polizia nell’area dei traghetti.

Nadja, che cosa pensa della partecipazione della Russia a Venezia?

«Per la Russia, la cultura è uno strumento di guerra. L’infiltrazione attraverso media, arte e lingua – il cosiddetto soft power – fa parte della strategia militare russa ed è un’operazione molto ben organizzata e finanziata. In Europa ci sono ancora “utili idioti” che si lasciano sfruttare cinicamente da Mosca e accolgono la propaganda di Putin proprio nel cuore culturale del continente: la Biennale di Venezia. Questo avviene nonostante la Russia abbia dichiarato apertamente guerra a quello che definisce “l’Occidente collettivo”, nonostante le fosse comuni e il terrore di massa».

Il Padiglione appartiene alla Russia, secondo le regole della Biennale. Si poteva fare qualcosa di diverso, secondo lei?

«Il presidente della Biennale, insieme al consiglio, ha il potere di prendere decisioni in merito. La partecipazione della Russia è illegittima a causa delle sanzioni europee. Secondo le ultime indagini governative, il presidente della Biennale, invece di escludere la Russia, avrebbe facilitato un sofisticato schema legato all’Fsb, l’intelligence russa – guidato da Anastasia Karneeva, figlia di un generale dell’Fsb, insieme ad altri – per individuare una scappatoia che permettesse alla Russia di partecipare. Noi definiamo i curatori del Padiglione russo “curatori con le mostrine” perché fanno parte della macchina di Putin, la stessa che guida la guerra in Ucraina».

Ma dalle indagini risulta che non c’è stato un invito della Biennale. Conosce gli artisti russi coinvolti?

«I russi presenti alla mostra non sono dissidenti: si tratta di persone collegate al governo russo e a figure vicine a Vladimir Putin. Non sono prigionieri politici e non sono emigrati. Ad esempio, Elizaveta Anšina è direttrice dell’ensemble russo Toloka ed è anche relatrice del progetto “Società Russa Conoscenza”, una piattaforma che ospita interventi di Denis Pušilin, capo dell’amministrazione filorussa nella regione occupata di Donetsk, dell’ideologo ultranazionalista Alexander Dugin e dei cosiddetti “eroi dell’operazione militare speciale”. Aleksej Khovalijg si esibisce nelle case degli ufficiali in tutta la Russia e ha espresso sostegno alla cosiddetta “operazione militare speciale”».

È vero che è in contatto con l’ex governatore del Veneto Luca Zaia?

«Non so se l’incontro avrà luogo. Ma trovo curioso che i vertici della Biennale abbiano tempo per collaborare con Karneeva ma non per incontrare me, in quanto rappresentante delle forze democratiche russe».

Ci sono altri Paesi “problematici” che non dovrebbero essere presenti alla Biennale, secondo lei?

«Sono esperta esclusivamente della Russia totalitaria».

(la Repubblica, 5 maggio 2026)