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Fin dal primo giorno di quarantena abbiamo sentito il desiderio di scambiarci pensieri e impressioni su quanto stava accadendo, nella convinzione che anche nell’emergenza non avremmo rinunciato a porci domande politiche radicali. Da femministe sappiamo che il nostro bene più prezioso sono le relazioni ed erano proprio queste ad essere messe in scacco dalla situazione, e non solo perché eravamo costrette in casa ma anche perché sembrava che non fosse più lecito porsi domande, riflettere, discutere su quanto veniva deciso sopra le nostre teste.

Se, per ragioni sanitarie, era proibito vederci, almeno dovevamo fare il possibile per continuare a pensare insieme e non lasciarci sopraffare dalla paura. Lo scambio quotidiano ci ha permesso di sentirci meno sole, regalandoci forza. L’alternativa ci era chiara: la passività, l’impotenza di una vita totalmente confinata nella sfera privata, il rinunciare alla politica, intesa come possibilità di giocarsi lo scarto tra dentro e fuori, tra personale e politico, tra stanza tutta per sé e città, domestico e inaddomesticato.

L’amore per la politica ci ha dato una spinta «fuori» dal guscio delle emozioni – rabbia, paura –, ci ha portate a cercarci, ma non è stato solo questo. Ci ha aiutate la consapevolezza che sono tantissime le donne che ci hanno precedute che hanno trascorso la loro vita tra le mura domestiche, un’esperienza non così lontana di cui ciascuna di noi conserva ancora le tracce dentro di sè, anni in cui le donne hanno dovuto trovare lo spiraglio per far sentire la propria voce, forzandosi ad abbattere quei muri, anche per noi. Sappiamo soprattutto, grazie a chi ci ha precedute, che la vita chiuse in casa non è vita. Ci portiamo dentro questa storia, questa consapevolezza e soprattutto questa forza, il desiderio antico di riprenderci la vita fuori, di essere in tutte le attività e in tutti i luoghi.

L’altro passo è stata la scrittura collettiva, che presupponeva l’immaginare un piano di riapertura che mettesse insieme delle idee per il dopo in grado di rispondere alla nostra esigenza primaria: avevamo bisogno di uno sguardo ampio in un tempo che sembrava obbligarci a una visione miope incapace di vedere al di là di domani. La politica è guardare lontano, necessita di aria, di spazi e tempi sconfinati, di un orizzonte grande, soprattutto in un momento difficile come questo.

Abbiamo capito quanto fosse importante, perché profondamente politico, l’immaginare insieme un progetto di riapertura che rispondesse alle necessità reali: l’importanza delle relazioni, la salute di tutte e tutti (bambine e bambini, donne e uomini di tutte le età), l’imperativo irrinunciabile della libertà, l’importanza del lavoro e del reddito.

Come non farci schiacciare dall’angoscia data da un virus sconosciuto, dalla mancanza di prospettiva e di informazioni chiare, dalla paura inevitabile con il bollettino quotidiano dei morti? La lotta politica è stata la nostra risposta. Sentivamo e sentiamo la necessità di continuare a riflettere insieme, non rinunciare a farci domande radicali, anche se scomode, anche se la reazione di tante amiche è stata di sconcerto. Affidarci l’una all’altra nello scambio di articoli, di riflessioni, di conoscenze è stata la nostra risposta.

Questa pandemia ci ha cambiate profondamente. Ci ha rivelato aspetti di noi, delle nostre relazioni e del simbolico che guida le nostre scelte che non ci aspettavamo. La necessità di stare presso la nostra verità, fuori da schemi ideologici, ci ha mostrato contraddizioni che ci hanno spiazzato e che ridisegnano il panorama delle alleanze politiche. Cosa mettiamo al centro delle nostre lotte? Noi sentiamo il rischio di ammantare di politica posizioni segnate dalla paura. Comprendiamo bene la necessità di non correre rischi inutili, ma invece di affidarci alle relazioni e alla fiducia nei confronti dell’altra/o, vediamo intorno a noi tante/i che non riescono a immaginare scenari diversi rispetto a quelli imposti dall’alto.

Le donne hanno lottato per la libertà come un bene prezioso che non può essere barattato con il diritto alla salute né messo in contrapposizione con il bene della comunità. La libertà per cui le donne si sono battute non ha nulla a che fare con l’egoistica libertà individualista ma è profondamente legata alla politica relazionale che abbiamo imparato con il femminismo.

Ancora adesso, di fronte alla fantomatica fase 2, lo stato entra nelle nostre vite a dare delle gerarchie di importanza nelle relazioni personali. Proprio di fronte all’ordine paterno che vorrebbe regolare le nostre urgenze, noi iniziamo a costruire reti ed immaginare il prossimo convegno femminista.