Condividi

Una delle prime urgenze che io e le mie compagne, le Compromesse, abbiamo portato sulla tavola virtuale dei nostri incontri settimanali su Meet, in piena pandemia, è stata quella di costruire rapporti profondi con le altre donne. Tutte quante volevamo ricominciare una relazione lasciata in sospeso, quella con l’altra, relazione messa alla prova dalle invidie e dalle competizioni che la socializzazione femminile innesca in adolescenza, per farla evolvere in una dimensione che partisse sì da noi, ma coinvolgesse il mondo intero.

Ci siamo riuscite: Le Compromesse sono le mie prime amicizie politiche. Le parole di Chiara Zamboni nel descrivere questo tipo di amicizia hanno risuonato molto in me e non ho potuto fare a meno di pensare a questo bellissimo gruppo di donne che ho la fortuna di frequentare.

Anche il racconto di Jennifer Guerra, intensamente personale, ha toccato alcune corde che proprio adesso sono più importanti che mai. Jennifer ha trovato nel femminismo una forma di amore, un amore come pratica politica quindi, a cui si dedica da diversi anni. Ha parlato di letture, manifestazioni, impegno nei centri antiviolenza. Tutto questo però ha subito una piccola frenata in seguito a un momento di crisi personale, nel quale però ha riscoperto un altro amore, quello per sé stessa, che non significa abbandonare gli altri amori e passioni, ma soltanto ascoltarsi e adeguare il proprio ritmo. Questa è la nota del racconto di Jennifer che più ha risuonato in me. Anche io ho attraversato un periodo di crisi, terminato poi con la fine di una storia d’amore molto importante, nel quale mi sono ritrovata – senza esplicitamente esprimerne il desiderio o nemmeno rendermi conto che lo desideravo – ad assecondarmi come mai nella mia vita da adulta avevo fatto: vivendo giorno per giorno, dedicandomi più ai piaceri piccoli ma quotidiani che a progetti dilatati nel tempo, anche a costo di rimandarli un po’; un assecondarmi che mi ha portata a finire la mia relazione senza strappi bruschi, ma che mi ha anche allontanata momentaneamente dall’impegno politico. Tuttavia è stato un periodo ugualmente fervido e pieno. Guardandolo in retrospettiva mi sono accorta che, anche mettendo in pausa certi elementi della mia vita, questi non sono affatto scomparsi, anzi. Le amicizie che ho coltivato – con molta più cura rispetto a periodi più “impegnati” – e che hanno composto gran parte dei “piccoli piaceri quotidiani” che mi sono concessa, sono state quasi tutte amicizie a tre: io, te e il mondo. Sono sicura che il mio coinvolgimento nel femminismo ormai non possa non coinvolgere a sua volta le persone a cui voglio bene; domenica all’incontro di Via Dogana ho portato una mia amica, che non era mai stata in Libreria prima. La sera prima mi aveva detto che, conoscendo il “femminismo mainstream” e neoliberista del sex work, si vergognava di definirsi femminista. Era un’affermazione che denotava sfiducia, ma in cui ho intravisto un desiderio di essere smentita. Così d’istinto le ho risposto proponendole di partecipare alla redazione aperta; dopo l’incontro mi ha detto che aveva capito perché lo avevo fatto e ne era grata. È bastato così poco! Eppure credo che quel semplice scambio abbia portato qualcosa di molto rilevante per me e per lei, sia dal punto di vista affettivo che dal punto di vista politico.

Nel suo racconto, Jennifer menzionava centri antiviolenza, manifestazioni, piazze e letture messe in pausa. Io credo che la politica come amore non possa essere messa in pausa. Le parole stesse di Jennifer lo fanno trasparire, e nel mio piccolo lo osservo anche nella mia esperienza: dal piccolo gruppo di studio o dalla piazza, si trasferisce inevitabilmente nel rapporto con l’altro – che in fondo è politica.