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Riprendo da La pratica dell’inconscio, di Chiara Zamboni, nella dispensa gialla, due punti di riflessione: uno è la differenza fra il femminismo della differenza e i movimenti sociali; l’altro è il collegamento fra pratica dell’inconscio e politica del desiderio, laddove si intrecciano simbolico e relazioni. Li riprendo a partire dalla grande esperienza che è stata per me, e per molte/molti altri, l’esperienza dell’autoriforma della scuola, ma anche, come suggerisce l’ultimo libro di Vita Cosentino, riconoscendo nell’autoriforma una postura che trasforma la vita pubblica. In qualche modo voglio mostrare a Giordana Masotto che non si tratta di un aut aut, anzi di riconoscere connessioni che ci aiutano perché a me sembra che spesso siamo bloccate da domande a cui non abbiamo ancora trovato risposta.

Se penso all’autoriforma vedo la sua profonda differenza dai movimenti sociali. Questi ultimi hanno delle caratteristiche di massa anche quando non sono molto estesi, o sono estesi a livello locale: c’è un obiettivo comune da raggiungere, le modalità di lotta sono concordate, attraverso un’organizzazione che vincola i partecipanti, insomma bisogna vincere; penso alla Rete della conoscenza o ai No Tav, per fare degli esempi.

L’autoriforma della scuola e dell’università, dove è nata, non è una organizzazione. Potrei dire che i soggetti sono delle singolarità in movimento che intrecciano relazioni e si danno uno spazio di incontro a cui partecipare continuando a lavorare ciascuna/o nel modo che sente più congeniale con l’aiuto delle relazioni vicine, ma col desiderio di sottrarre all’invisibilità ciò che di prezioso si mette in gioco nel proprio lavoro. Non c’è un obiettivo esterno da raggiungere, come nei movimenti sociali, il collante è il bisogno di significare la ricchezza della pratica quotidiana. Non è importante il consenso, ma il rimando di forza simbolica, e questa è una forza che non cancella il dubbio, accetta l’incertezza, si nutre delle intuizioni che accompagnano l’opera.

La scuola non è luogo di ripetizione meccanica o di esecuzione. Ci sono spazi di creatività diversissimi – tra le varie zone del paese e le varie scuole – che noi abbiamo voluto dire in incontri locali e nazionali, non per omologarci ma per farne sgorgare il senso, perché attraverso quel lavoro di scavo noi per prime/i capivamo la scuola che volevamo. E anche ciò che dentro o fuori di noi la ostacolava. Ciò che avevamo in comune era la consapevolezza che stavamo aprendo conflitti simbolici nati dallo scarto fra ciò che noi mettevamo nel nostro lavoro e il modo in cui era visto e nominato nella società. Nel nostro modo di sentire e di agire c’era un’eccedenza che indicava un altro ordine di senso e quello volevamo salvare.

Uno dei motivi per cui è nato il circolo La merlettaia a Foggia è stato proprio il desiderio di coinvolgere la città in questo percorso. Che cosa vogliono salvare oggi tante insegnanti?

Nel conflitto simbolico l’interlocutore fondamentale non è il potere, piuttosto invece le colleghe/i, che spesso coinvolgevamo nelle nostre iniziative, gli studenti e le studentesse con cui ci relazionavamo, i e le presidi. Con tutti si trattava di toglierci da una posizione pregiudiziale e mettere in gioco quello che Chiara Zamboni chiamò con espressione felice l’aspetto inconscio della relazione. Come facevo per esempio a far nascere la passione per la storia in studenti e studentesse che partivano chiedendo a cosa servisse la Storia e supponendo che fosse una cosa inutile? Eppure suscitare quella passione era la mia misura, per poterla ritrovare io stessa. E per arrivare dove?

Questa è una differenza fondamentale con i movimenti sociali che invece si pongono in modo frontale contro il potere e gli contendono il terreno decisionale. Non voglio sottovalutare ogni scontro con il potere, anzi nell’autoriforma c’è sempre stato su questo un dibattito molto acceso. Ma moltissime di noi hanno la consapevolezza che c’è un prima, c’è un dopo e c’è un altrove, cioè c’è altro che sfugge al potere, e questo altro ha a che fare con sogni, speranze, paure, desideri che si manifestano spesso in forme indirette, che ci sono oscuri o ci diciamo in modo distorto.

È il lavoro di relazione che trasforma il vissuto soggettivo in esperienza e in simbolico indicatore di un ordine.

È questa un’altra grande differenza con i movimenti di massa che vedono solo se il singolo ha sposato o no l’obiettivo, ma sottovalutano il simbolico e ignorano il conflitto tra sé e sé, le radici profonde del nostro agire, l’aspetto inconscio.

Una differenza di fondo è che nei movimenti sociali essere uomini o donne viene considerato indifferente. L’agire femminile viene diluito nell’universale neutro, o non viene ascoltato o addirittura viene ostacolato se apre ad altre logiche rispetto al previsto.

Nell’autoriforma invece le singolarità in movimento si incontrano proprio a partire dalla curiosità per ciò che l’essere donne e uomini fa comparire sulla scena simbolica, c’è disponibilità verso l’imprevisto e l’invisibile. E questo invisibile si trova sottraendoci alle regole o al sistema di aspettative dato dall’istituzione e dai saperi costituiti, non accontentandosi di quanto fino ad ora già simbolizzato, anche dal femminismo.

E quando si apre lo spazio del simbolico non si può parlare in termini di sconfitte o vittorie, piuttosto in termini di visibilità/invisibilità, dicibilità/indicibilità.

Per questo parlarne e raccontare diventa fondamentale.

E diventa fondamentale riconoscere la postura che caratterizza l’autoriforma anche quando non se ne usa il nome come a me sembra di vedere in alcune donne che operano nella mia città.