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La lotta alle discriminazioni e ai condizionamenti culturali che ereditiamo dalla storia patriarcale ha portato molte femministe a rifuggire da ogni riferimento alla femminilità. Per lottare contro il sessismo si preferisce parlare di persone invece che di donne e uomini e si finisce paradossalmente per non dare importanza a chi scrive un libro, chi dirige un film, chi presiede un convegno.

Per essere inclusive molte giovani femministe usano l’asterisco al posto delle desinenze, o usano le u come in Non Una Di Meno (NUDM): care, cari e caru. NUDM, che lotta con determinazione e creatività contro la violenza sulle donne, nasce come movimento internazionale e risente delle influenze del movimento femminista del nord Europa e americano, che spingono in questa direzione. Nel 2016 a Oxford, il sindacato degli studenti ha proposto di eliminare del tutto “she” e “he”, per sostituirli con un pronome non binario come “ze”, abitudine già adottata dall’università del Tennessee. In Svezia dal 2012 è stato ufficialmente introdotto nella lingua e nell’Enciclopedia Nazionale il nuovo pronome neutro, “hen”, al fianco del maschile e del femminile (1). La motivazione è che il linguaggio inclusivo aiuterebbe a ridurre i pregiudizi di genere e a essere più tolleranti.

Ma il linguaggio neutro serve anche a nascondere ciò che capita e a evitare conflitti, così quando si dovrebbe nominare la violenza sulle donne si preferisce parlare di violenza di genere, per affrontare le molestie che le donne subiscono sul lavoro, denunciate con il #metoo, aziende e università hanno creato infiniti codici di comportamento per il “reciproco rispetto della libertà e dignità della persona”.

Ho trovato quindi importante l’invito della redazione di Via Dogana 3 a discutere de «La differenza sessuale alla prova del presente» e in particolare l’intervento di Chiara Zamboni che mostra una postura che invita anche gli altri femminismi allo scambio. Zamboni apre conflitti con un pensiero fine e puntuale ma aperto al mondo e scrive: «…io credo che la tentazione del neutro nasca dalla fatica della differenza e in primo luogo dalla fatica dello stare in rapporto alla differenza dell’altra e poi dell’altro. Nasca dal desiderio di una libertà senza vincoli e senza attraversamenti di parzialità.» E continua «Di fronte al neutro ricordo la passione della differenza sessuale, espressione presente nel primo libro di Diotima. Ha un doppio significato: sia di patire qualcosa che ci è capitato e non abbiamo scelto – essere una donna con il peso delle nominazioni già date –, sia di patire come verbo che indica la passione desiderante verso scoperte esistenziali, soggettive e singolari.» (2)
Fare i conti con la propria parzialità sessuata vuol dire in primis confrontarsi con il fatto che si nasce da una donna, che quindi è parziale, e la relazione con la madre di un figlio o una figlia non è uguale, come spiegava magistralmente anche Evelyn Fox Keller in ambito scientifico («A Feeling for the Organism: The Life and Work of Barbara McClintock»).

Parlare di corpi implica tenere conto che natura e cultura, la storia da cui veniamo, sono legate in un percorso di soggettivazione a partire dall’esperienza con la madre, il primo oggetto d’amore. Ed è importante rimettere al centro della riflessione politica i corpi perché il corpo delle donne è un campo di battaglia. Ma la lotta per contrastare l’utero in affitto, combattere la prostituzione e lottare per l’inviolabilità del corpo femminile non può basarsi sulla rivendicazione dei “diritti basati sul sesso”.

Quando ho letto che una rete di associazioni italiane ed europee sta organizzando in Italia e non solo una serie di iniziative facendo riferimento a La Dichiarazione dei diritti delle donne basate sul sesso (3), ho sentito fortemente la necessità di prendere le distanze. Io penso che il linguaggio che caratterizza la Women declaration ci conduca verso un femminismo essenzialista/biologista che crea schieramenti e dogmi, mettendo insieme tra l’altro in modo manipolatorio obiettivi condivisibili con una smania definitoria, che attraverso la negazione dell’altra pretende di rivendicare una purezza identitaria. Guerreggiare sull’identità è politicamente miope perché il femminismo dovrebbe allearsi con tutte le soggettività che lottano contro il dominio sessista. 

Condivido che in questo momento storico sia fondamentale affrontare nodi politici cruciali come l’utero in affitto o la prostituzione, ma non creando steccati che impediscono la discussione, perché in questo momento bisognerebbe avere un pensiero fine per individuare strategie politiche efficaci e un linguaggio convincente che sappia parlare a tutte e tutti.

Questo è un conflitto squisitamente politico, e non si può tirare in causa internet. Prendo le distanze da quel testo perché ne va del mio femminismo, della mia politica, del femminismo radicale di cui voglio continuare ad andare fiera. Mi sono innamorata del pensiero della differenza quando la comunità filosofica di Diotima definiva la differenza sessuale un significante, un fatto «da scoprire e da produrre». Le femministe che ho considerato maestre non davano definizioni all’essere donne e uomini, ma si parlava di significare liberamente questo fatto. La differenza sessuale che produce un taglio politico interessante ha a che fare con la nostra storia, con il nostro corpo, con le nostre madri, ma è quella differenza che ci impedisce di identificarci con noi stesse e che ci mette in relazione con quello che non siamo. Il senso della differenza sessuale nasce principalmente nel dialogo tra sé e sé, non tra i sessi così come vengono etero-definiti. È una differenza che ha a che fare con i corpi ma va molto più in là, è un percorso di senso, la ricerca di una vita.

La dichiarazione “io sono una donna” è per me, così come per molte femministe, un atto politico, ma il “soggetto imprevisto” che nasce dalla relazione fra donne, di cui parla Lonzi, non conduce alla nascita di un soggetto politico collettivo e unitario: “le donne”. Il simbolico che si basa sull’esperienza dell’alterità si alimenta delle differenze fra le donne e del senso della singolarità di ogni donna. Tra le più interessanti soggettività che esprimono profondamente la passione della differenza sessuale ci sono proprio le trans, nate con un corpo maschile ma che si sentono da sempre donne. Le mie amiche Laura Caruso e Monica Romano raccontano l’importanza esistenziale e politica di dirsi donna, e di volerne fare qualcosa non solo per sé. La ricerca delle donne trans secondo me è particolarmente interessante perché ha molto a che fare con la ricerca del senso libero della differenza sessuale, perché fuori da logiche identitarie e biologismi ma radicata nelle relazioni fra donne, e rappresenta simbolicamente e politicamente la possibilità di un cambiamento radicale. Anche per loro il queer è problematico proprio perché la fluidità del genere di fatto scivola verso il neutro e questa può essere l’ennesima manifestazione della ricerca di “emancipazione”, cioè dell’inclusione delle donne nel mondo pensato a misura maschile.

Non si tratta di farsi paladina dei diritti delle trans né del semplice desiderio di essere inclusive. L’incontro con loro è stato per me illuminante. Uno di quegli incontri che in cui vedi che la verità dell’altra e il modo con cui fa invenzioni per esserci, e porta avanti il suo desiderio in modo libero, ti obbliga a farti delle domande rispetto a quello che hai sempre dato per scontato. È stato un incontro che ha rimesso in discussione le mie certezze, come è stato l’incontro con il pensiero della differenza. Le donne trans sono orgogliose battagliere che non sentono la necessità di emanciparsi dalla figura femminile ma anzi ne vanno fiere.

Negli anni ’70 il femminismo nasce con il conflitto con il patriarcato e alcune donne hanno poi nominato la rabbia e la vergogna nei confronti delle madri conniventi. Di fatto questo significa vergognarsi della propria origine, delle proprie radici, di una parte di sé. La fatica di stare di fronte al femminile, con tutti i suoi lati osceni, fuori posto, le sue esagerazioni e le sue connivenze, appartiene alla nostra cultura misogina e ha a che fare con la relazione con la madre. Nell’immaginario comune le donne sono sempre troppo passionali, troppo corpo, tette, culo, troppo mamme, troppo emotive, troppo isteriche, troppo rosa… fuori misura, fuori dalla misura di riferimento, fuori dalla scena, oscene.

Per questo mi piacciono l’ironia e la sfida delle giovani artiste, penso ad esempio alle “ragazze di porta Venezia” (4), le rapper che sanno giocare con gli stereotipi e portare con orgoglio i simboli della femminilità: “occhi a cuoricino, pronte per la svolta”. E mi piacciono donne come Phoebe Waller-Bridge, attrice, regista e sceneggiatrice di una serie Fleabag che parla di «una donna sporca, perversa, arrabbiata e incasinata», parole sue, e vince ben quattro Emmy Awards nel 2019 (tra cui quello di migliore show della categoria). Le sue personagge sono donne strane, eccessive, difficili, con tutte le loro fragilità ed esagerazioni, tipicamente femminili, fuori misura… (5). Il modo libero con cui queste donne si interrogano e interrogano lo stesso femminismo, ribalta i luoghi comuni e l’immagino misogino, gioca con i simboli della femminilità con ironia e apre strade di libertà per tutte e tutti.

La sfida attuale è quindi come fare in modo che il femminismo non soccomba sotto i colpi della sua stessa misoginia ma si faccia forza della libertà femminile che sempre più si vede nel mondo. Perché il soggetto politico che nasce con il femminismo acquista forza solo quando è chiaro il conflitto politico in gioco: quello con il dominio patriarcale.

Note

(1) https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a28658706/pronomi-neutri-quali-sono/

(2) http://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/la-differenza-sessuale-alla-prova-del-presente-chiara-zamboni/

(3) https://womensdeclaration.com

(4) https://www.lastampa.it/spettacoli/musica/2019/10/24/news/siamo-tutte-ragazze-di-porta-venezia-1.37784160

(5) https://www.kubeagency.com/post/fleabag-una-brillante-critica-del-femminismo