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Può il corpo essere oggetto, con la manipolazione delle forme linguistiche riferite al genere, il vessillo di un appello all’indifferenziato e al Neutro? O piuttosto costituire, con la sua indisponibile materialità, un argine alla scomparsa della differenza sessuale?

Mi sono posta questa domanda dopo l’incontro alla redazione di Via Dogana del 9 febbraio 2020, dove il corpo è stato uno dei temi dell’intervento di Chiara Zamboni.

Negli ultimi anni abbiamo assistito, nel linguaggio politico dei movimenti, all’ingresso di questo termine nella narrazione degli eventi. Nessuno, nel ’68 si sarebbbe sognato/a di esprimersi con: abbiamo portato in piazza i nostri corpi… Ci andavamo con la baldanza ma anche la coscienza che i nostri corpi, proprio perchè giovanili, erano loro che portavano noi, insieme alla passione politica che li animava, gli uni con l’altra: una loro ‘scorporazione’ era impensabile… Quindi mi colpì molto quando sentii a Paestum, al secondo convegno nazionale femminista (2013) esprimersi in questi termini alcune ragazze che raccontavano di “opporre i propri corpi” a Lampedusa contro le politiche immigratorie, quasi che “il corpo” costituisse una sorta di scudo materiale, ma anche simbolico, più forte della intera presenza.

Anche recentemente ho sentito i leader delle Sardine affermare, per l’appunto, di aver “portato in piazza” i loro corpi, forse – immagino, interpreto – a indicare la materialità di una protesta in grado di sostituirsi, nel suo consistere fisicamente, al peso simbolico di ideologie tramontate.

Mi sono chiesta se per le ragazze di Paestum, come per le Sardine, il corpo è da intendersi anche come sessuato, o vi prevale, piuttosto, la valenza di opposizione, di barriera contro il potere patriarcale e capitalistico/neoliberista. Oppure tutte e due le cose insieme. E mi piacerebbe allora indagarne l’intreccio, l’eventuale guadagno simbolico nel dire “corpi”, piuttosto che donne e uomini.

Non ho risposte, ma interrogativi. E mi piacerebbe approfondire il tema con chi utilizza, disinvoltamente e/o coscientemente, questo linguaggio. 

Dal “corpo”, con o senza virgolette, all’inconscio il passo è breve, anzi brevissimo.

E qui mi vorrei riallacciare al testo La carta coperta curato da Chiara Zamboni e presentato alla Libreria delle donne lo scorso 30 novembre. Al termine di questo incontro, interessante, atteso, ne sono uscita con la necessità di declinare i temi proposti nella mia pratica politica con le donne, che mi vede attiva in quattro gruppi di lavoro solo femminili. Uno di questi è un gruppo di autocoscienza, un gruppo che esiste da più di trent’anni. 

Non si esiste da così tanti anni, se non vi è un agio, una necessità, un ritorno per chi ancora ve ne fa parte. Questo nostro gruppo di autocoscienza, che definiamo “alta” perché si confronta e si interroga a partire da sé con gli scritti di donne autorevoli, è oggi una piccola comunità di pensiero che ci radica in un qui ed ora, una volta al mese, in una casa ospite a turno, per permetterci di andare più libere, meno zavorrate e più consapevoli in tutti gli altrove che desideriamo. 

Quindi, per noi, il luogo elettivo dove, in seguito all’incontro in Libreria e alla lettura del testo, ci siamo poste alcuni interrogativi sollecitati dall’articolo di Ida Dominijanni Pratica dell’inconscio, inconscio della pratica (pagg. 13-33).

In particolare ci hanno colpito alcune sue domande e cioè:

Il femminismo della differenza è stato caratterizzato, fin dalla sua origine, dal sapere che c’è dell’inconscio, c’è dell’altro (il titolo anche di un Seminario di Diotima). Vale a dire il visibile non esaurisce la realtà e abitare il sentire ci permette – come scrive Chiara Zamboni – di stare nella soglia tra conscio e inconscio, lì dove si collocano le nostre pratiche e le nostre relazioni.

Questa è la sua originaria matrice: è essa ancora viva? È ancora possibile che essa alimenti le nostre pratiche? E la sua materia è la stessa delle origini del femminismo?

La seconda questione riguarda il posto della differenza sessuale nel costituirsi del soggetto.

È ancora rilevante? E, aggiungiamo – rispetto ai nuovi scenari culturali – il nomadismo dell’oggetto d’amore incide sull’identità sessuale? Come?

L’ultima questione riguarda il rapporto tra pratiche femministe e inconscio. Queste pratiche hanno prodotto inconscio? E quale? 

Le ho ricordate perché ci sembra essenziale una riflessione su questi temi e ringraziamo Dominijanni che li ha esposti così lucidamente.

Nel nostro gruppo abbiamo incominciato a riflettere sulla prima domanda: la matrice è ancora viva?

Sì, abbiamo risposto, e per varie ragioni.

Perché non abbiamo mai cancellato la madre (vedi posizione sulla GPA, la prostituzione, la costante riflessione sul rapporto madre/figlia, come madri/figlie/nonne).

Perché cerchiamo di riconoscerci reciproca autorità, disponibili all’effetto di spiazzamento che questo comporta.

Perché cerchiamo di essere fedeli/disponibili al desiderio di cambiamento di noi stesse.

Perché stiamo dietro al desiderio di ognuna, soprattutto lo incalziamo, lo mettiamo a nudo.

La riflessione è appena iniziata: ci attendono tutte le altre questioni che volentieri rilanciamo e su cui invitiamo a pensare tutte coloro che, come noi le avvertono pregnanti.

Scrive Manuela Fraire (Attualità e inattualità dell’autocoscienza, pagg. 54-60) che il partire da sé è quel motore di ricerca che non ha fatto il suo tempo, quell’inesauribile ricerca di senso.

Condividiamo appieno: se la matrice è ancora viva come potrebbe non esserlo l’autocoscienza, che della matrice è la pratica elettiva?