Condividi

Quando per la prima volta ho sentito Giorgia Meloni proclamare con orgoglio l’elenco delle sue identità (italiana, cristiana…) tra le quali “sono una madre” ho provato un sobbalzo non certo di felicità. Mi risultava infatti impossibile conciliare il suo “sono una madre” con la posizione politica del partito che dirige e, direi, incarna con successo, in merito a troppe questioni: l’immigrazione, il silenzio sullo scempio  ambientale, il rifiuto di riconoscere simbolicamente scelte affettive e sessuali diverse da quelle prescritte dal patriarcato, la finta lotta alla povertà culturale ed economica di fette sempre più ampie del Paese…

Come è possibile proclamarsi “madre” e tollerare i barconi che affondano nel Mediterraneo?

Come è possibile strizzare l’occhio ai ricchi e non combattere realmente contro l’oppressione e lo sfruttamento dei poveri? Come pretendere l’invisibilità o l’insignificanza sociale dei/delle omosessuali e  trans ma contemporaneamente desiderare (credo) che tua figlia sia libera un giorno di amare chi amerà?

Dovrei sentire Giorgia Meloni mia simile perché, tecnicamente, siamo due madri?

Perché trovo repellente questa sua dichiarazione “sono una madre”, dichiarazione che potrei del resto sottoscrivere anch’io?

Anch’io sono una madre, infatti, ma soprattutto sono una figlia della prima generazione di donne che hanno fatto il femminismo, quindi di quelle donne che abbiamo imparato a chiamare “madri simboliche”. Tra i doni che hanno trasmesso a donne come me, c’è anche la libertà o meno di desiderare dei/lle figli/e. Per quanto mi riguarda, da che ho memoria di me, non li ho mai desiderati, per cui ho passato gli anni della mia prima e seconda giovinezza impegnata in sistematiche e forse anche nevrotiche pratiche contraccettive. Nel frattempo, dai miei vent’anni in poi, ho conosciuto molte coetanee che via via diventavano madri, nelle circostanze più disparate, con o senza partner, addirittura in coppia con altre donne. Ho visto la loro gioia, le fatiche, le ansie, gli entusiasmi, l’appagamento, la solitudine. Pur non negando fatica e preoccupazioni, dai loro racconti, talvolta molto diversi tra loro, mi era chiaro che stavano vivendo tutte un’esperienza fondativa e travolgente, dalla quale si esce irrimediabilmente e totalmente trasformate. Ho sempre sentito un profondo rispetto per le loro storie e le loro vite, unito a un senso di estraneità profonda: ascoltavo, sicuramente memorizzavo, ma non capivo e non mi emozionavo veramente.

Con il senno di poi, credo che più che con le creature questo mio rifiuto di far figli avesse a che fare con il mio rapporto con il maschile. Un figlio lo vedevo, nelle mie fantasie (non troppo irreali), come un legame indissolubile con un uomo, che attraverso di me sarebbe “passato” in un figlio del quale non mi sarei mai più potuta liberare e quindi, attraverso il figlio, io sarei stata per sempre vincolata al padre di lui/lei. Non ho mai pensato a una genitorialità esclusiva, non avrei mai potuto o saputo avere un figlio da sola. E comunque non lo desideravo affatto, pur facendo in quegli anni la maestra elementare, e pur vivendo con profondo coinvolgimento e piacere il rapporto con i bambini e le bambine delle mie classi.

Mia figlia è quindi nata quando ho trovato per lei un padre al quale non ho avuto paura di legarmi e che all’epoca amavo moltissimo. Ho provato a restare incinta a trentasette-trentott’anni, ed è andato tutto liscio. Sono sicura che se non fosse stato così non mi sarei certo disperata, avrei accettato la sterilità come un evento del destino, invece malgrado l’età ho avuto una gravidanza splendida, durante la quale sono sempre stata bene, in totale armonia con la mia pancia che cresceva, con la bambina che lanciava segnali di presenza sempre più distinti ed emozionanti.

Nei primi mesi dalla nascita di mia figlia, però, mi sono resa conto di aver sottovalutato il carico che l’accudimento di un neonato, e in generale di un bambino piccolo, richiede ad una donna, soprattutto se questa donna non ha al fianco altre donne e se lavora a tempo pieno. Io dovevo, ma soprattutto volevo, continuare a lavorare. Il padre si è rivelato poco utile, non avevo attorno a me legami femminili con cui condividere fatiche e dubbi. Eppure mi sono presa cura di Laura con sollecitudine ed empatia, anche se ogni gioia era annacquata dallo sfinimento, dalla mancanza di condivisione, dalla noia della routine.

Per tre anni sono uscita di casa solo per andare al lavoro, ho fatto fronte ad ogni necessità, in uno stato larvale, tuttavia vigile e reattivo, eppure, non so come, il rapporto con mia figlia si è comunque fatto solido ed intenso. Ma per tre anni ho goduto poco e male dell’averla messa al mondo. Questo scarto temporale ed esistenziale che si è creato però tra la sua nascita e il pieno godimento della sua esistenza è stato fondamentale per molti aspetti, soprattutto perché mi ha resa consapevole che, almeno per me, essere madre e generare sono due esperienze totalmente diverse. Generare, per me che ero riuscita a farlo pur in età avanzata, appariva come un’esperienza “naturale”, intesa però come banale. Avevo un utero, e aveva funzionato; avevo un uomo, e aveva funzionato pure lui: che merito c’è in questo? Il mio corpo e quello del padre di Laura erano riusciti a lavorare bene insieme, come natura comanda. Dove stava il mio contributo specifico? Cosa mi rendeva diversa dai mammiferi della specie umana?

Per me, quindi, generare non significava essere madre, ci voleva qualcos’altro. Infatti, quando ancora non avevo una figlia, non ho mai sentito di non poter essere in qualche modo madre dei miei alunni ed alunne, o madre delle mie idee, o madre delle mie amiche quando mi prendevo cura di loro. Avevo bisogno di altro, per sentirmi madre di una figlia specifica, e ho passato gli anni successivi alla ricerca di questo “altro”.

Oltre alla relazione quotidiana con mia figlia, altre esperienze mi hanno guidata.

Ad esempio il senso di estraneità che ho sempre sentito nei circoli delle “mamme” del nido, della scuola materna, del parco giochi. Le altre mi sembravano immerse nell’identità della “Madre” (vai a sapere poi se fossero sincere…) e non sembravano avere dubbi sulla perfezione della scelta di generare, sul fatto che “quelle che non hanno figli non possono capire”, che ora iniziava la vita vera. Nessuna diceva, per esempio, a quali istinti omicidi possa portarti l’assenza prolungata di sonno. Ogni tanto la buttavo lì, accolta da un silenzio di gelo. Eppure avevo bisogno di parlarne perché, pur desiderando silenziare mia figlia di notte in ogni modo possibile, poi non lo facevo, anzi, accorrevo ogni volta verso il suo lettino con un’energia amorevole e indomita che riemergeva ogni volta dentro di me, non so come, anche quando avrei giurato che sarei stramazzata al pavimento per la stanchezza e la disperazione.

Un’altra esperienza è stata quella del sentire assolutamente necessaria per me la relazione con le amiche “di prima”, quasi tutte senza figli o con figli ormai adulti, dei quali non avevano quasi più interesse a parlare. Con loro discutevo d’altro, parlavano loro cioè, il che mi ricordava che c’era ancora un mondo là fuori, di cui desideravo notizie anche se mai avrei creduto che un giorno potesse tornare ad essere anche il mio. Quando mi chiedevano di mia figlia tagliavo corto: mi era necessario mantenere il ricordo della mia vita precedente attraverso di loro, inoltre ero convinta che si sarebbero stufate sentendo i soliti scontati racconti “da mamma”. Ogni tanto qualcuna mi consigliava di trovare una baby-sitter e di affidare la bambina a lei, per prendermi un po’ di “spazio” tutto per me. Quando Laura si ammalava, e solo per le ore in cui andavo al lavoro, l’ho poi dovuto fare, ma per il resto, con lei volevo stare io. Non so perché, ma avevo la sensazione che non avrebbe avuto senso aver fatto una figlia e non tenermela vicina, anche se questo comportava delle rinunce. Le donne della generazione di mia madre chiamavano questo tipo di scelta “sacrifici”. Io la sentivo come una scelta gravosa, non come un sacrificio. La figlia era mia e il lavoro di cura toccava a me: essere e diventare madre era una porta stretta che mi ero scelta. Infatti ho cominciato a lasciare Laura ad altri/e quando paradossalmente non ne avrei più avuto il bisogno, quando cioè apprezzavo un po’ di respiro libero per le mie passioni ma non vedevo l’ora di tornare, rigenerata, da lei. Ho potuto lasciarla quando il legame con lei è stato abbastanza solido da pensare che entrambe eravamo ormai fuori dal pericolo di perderci.

Un’altra esperienza è stata la lettura dei romanzi di Elena Ferrante, cui sono molto grata. È riuscita a raccontare in modo non edificante, e tuttavia grandioso, l’esperienza che sentivo di star vivendo: l’esperienza sproporzionata dell’essere madre, il soffocamento dell’esserlo, esperienza in me compresente e senza sintesi dialettica possibile.

Ma Carla Lonzi, invitandoci a sputare su Hegel, ci ha ben avvertite che non è con la dialettica che si risolvono le contraddizioni, anzi, più esse restano aperte più ci possono offrire l’occasione di inventare qualche soluzione nuova.

Ebbene, la mia invenzione esistenziale è stata questa. Il senso e la potenza della mia maternità sono nate da questo scarto che si è creato dall’inizio della nascita di Laura all’inizio dell’amore per lei e per me stessa madre di lei. Credo insomma di essere “diventata madre” lentamente, man mano che la fatica si attenuava, l’attaccamento si approfondiva, il piacere fisico del contatto reciproco produceva non sforzo ma godimento, man mano che ho avuto di nuovo la possibilità e la capacità di simbolizzare quanto mi stava accadendo, che lo ripeto, anche nei momenti più felici a me appariva banale, in qualche modo insufficiente. Ho insomma imparato a ri-concepire me stessa e il mondo con uno sguardo che inglobasse mia figlia e me come un filtro attraverso il quale significare da capo ogni esperienza. Per me il femminismo infatti è stato soprattutto questo: la lezione del “saper approfittare”. Qualsiasi sia la condizione in cui ti trovi, la libertà femminile consiste in questa competenza simbolica del trasformare la necessità (il già dato, il già prescritto) in un’apertura all’invenzione, alla trasformazione, alla trascendenza.

Sarei stata madre, mi sarei sentita veramente madre, nella misura in cui avrei saputo trarre profitto da questa dimensione esistenziale, che ho cercato ma non meritato, per inscrivere nel mondo quello che per me era il senso di tutto questo, il mio senso originale, in fedeltà a me stessa e alle mie madri e al mio desiderio di un certo tipo di futuro, per me, per mia figlia, per il mondo. Senza questo “approfittare” non so, per me non c’è differenza qualitativa tra crescere una figlia, allevare un gatto, scrivere un libro, fare carriera. Qual è la differenza? Se il mio aver generato non cambia radicalmente il mio sguardo sul mondo, cosa lo rende eccezionale, indispensabile, irrepetibile, dal momento che il mio corpo era strutturato dall’inizio per far questo, se solo lo avessi voluto?

Quindi ho spostato anche nella relazione con mia figlia le pratiche politiche apprese dalla politica delle donne. Ho reso cioè la relazione con lei vincolante non solo in senso umano, ma anche simbolico. Ho cercato di vivere, di parlare, di lottare, di amare sentendomi addosso il suo sguardo, e, esattamente come fanno le mamme gatte con i loro gattini, ho mostrato con le azioni quanto sono riuscita ad imparare circa lo stare al mondo con signoria, affinché, osservandomi, Laura potesse imparare a sua volta, per poi poter scegliere chi essere, come essere. Agire in modo libero, fedele a me stessa, felice, efficace, è stato il mio essere madre. Non dare per assolute le misure del mondo, non sprecare tempo nelle recriminazioni, stare sempre e comunque dalla parte dei più deboli, ridere molto, non accettare supinamente, inventarsi soluzioni, schierarsi contro le ingiustizie, dire la verità… Ho sottoposto la mia vita a un vaglio sottile per mostrarle come sia questo lo stile con cui io voglio poter essere sua madre.

La maternità vissuta in questo modo mi ha potenziata, non resa diversa. Per un simile potenziamento non occorre necessariamente generare. Diciamo che a me è accaduto per questa strada, ma ho percorso anche altre strade: l’insegnamento, la relazione politica con altre donne, lo studio della letteratura femminile, il volontariato sociale, l’assunzione di responsabilità rispetto a questioni pubbliche, l’amicizia profonda… Quando penso che nel mio percorso non mi sono sentita simile ad altre madri, mentre ho avuto accanto donne senza figli/e e anche uomini con la stessa radicalità gioiosa, amorevole e intelligente, mi sono convinta che ha ragione Alessandra Bocchetti quando afferma che maternità e materno sono due dimensioni molto diverse.   

Condividevo il materno prima di Laura, perché ho approfittato del simbolico materno per un’esistenza libera, che prevede uno sguardo “altro” rispetto al simbolico patriarcale, sguardo sulle donne e sugli uomini, sul mondo in cui viviamo, sulle scelte che compiamo, sugli animali, sui bambini/e, sulle azioni buone, sul pane quotidiano, sulla giustizia…

L’esperienza del diventare e dell’essere madri è certo materiale prezioso di consapevolezza di sé, di forza e di riflessione, ma non è per me, in nessun modo, un criterio che mi impedisca di sentirmi alleata, amica e compresa da chiunque non abbia potuto o voluto fare questa esperienza.

Per questo il proclama “sono una madre” di Giorgia Meloni non mi fa, nella migliore delle ipotesi, né caldo né freddo. Fuori dal patriarcato, fuori dal già dato, fuori dalle codificazioni e dalla cultura corrente, nel vincolo di relazioni autentiche, qualsiasi esperienza umana può diventare creativa, libera, sovversiva, gioiosa, generosa, fertile. Viceversa, c’è anche un modo per rendere perfino la maternità poco significativa o addirittura insignificante: assumerla come un’identità prescritta che colloca le donne nel loro “giusto” posto, peccato che sia un posto deciso da altri e per altro, che non è certo la nostra felicità.