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La sua casa è una galleria di ricordi. Sui muri la rivoluzione fatta di calcoli e numeri è nelle lauree e nei riconoscimenti incorniciati, nelle foto con gli studenti e in quelle dei congressi in tutta Europa. Nel suo appartamento all’Appia, in stile retrò, gli occhi sorridono e lei racconta: «Cosa provavo quando risolvevo un problema? Gioia. E un sottile piacere se il computer faceva quello che mi aspettavo». Luigia Carlucci Aiello, Gigina per tutti, è la madre dell’intelligenza artificiale in Italia e la fondatrice dell’associazione nazionale per l’IA. Una matematica e ricercatrice femminista e antifascista, la donna che ha portato in giro per il mondo i risultati sulla «rappresentazione della conoscenza e deduzione automatica» formando generazioni di informatici, ingegneri e matematici. E continua a farlo anche adesso, alla soglia degli ottant’anni. Tra qualche settimana sarà a Palermo per una lectio magistralis su Alan Turing.

Lei era una scienziata già negli anni Sessanta. C’era disparità tra uomini e donne?

Alla Scuola Normale Superiore di Pisa c’era un ambiente maschile e maschilista, lì sono stata a lungo l’unica studentessa di matematica. Le donne venivano tollerate a malapena da professori e colleghi, alcune si sono anche ritirate. I normalisti rimanevano dietro le porte, durante gli esami, in attesa di sapere se le femmine venivano buttate fuori. Al Cnr di Pisa, dove venni assunta nel 1970, invece, eravamo poche donne su oltre cinquanta uomini ed eravamo tutti uguali. C’era bisogno di menti e braccia in un settore ancora nuovo.

È stata una donna di rottura in ambienti tutti maschili?

Ero un mostro strano per la mia formazione eccentrica. Nel 1990, quando già ero una professoressa ordinaria da dieci anni alla Sapienza, passai al triennio. Ero la prima docente del primo corso di IA. Iniziarono le ostilità, avevo sfondato una barriera. Ad ogni intervento venivo attaccata, ad ogni mia proposta percepivo di avere sempre tutti contro. Nonostante tutto sono sopravvissuta bene. Il mio motto è «Testa bassa e andare avanti». Se ci credi nel tuo sogno, non devi mollare. Tanto che sono diventata la direttrice del dipartimento e ho inaugurato la nuova facoltà di ingegneria dell’informazione, informatica e statistica.

Una rivoluzione con alle spalle una famiglia patriarcale.

Sono nata a Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona. Papà era capotreno e aveva nove fratelli, mamma era casalinga. Lo zio più grande era prete, come in quasi tutte le famiglie patriarcali del tempo, e con lui ho imparato a leggere a quattro anni sull’Osservatore romano. Ma io avevo le idee chiare già a otto anni. In un tema ho scritto che sarei diventata una professoressa di matematica. Sullo stesso foglio ho disegnato me con un grembiule nero, quello che indossavano le insegnanti a quei tempi, e davanti alla lavagna. I miei genitori non mi hanno mai ostacolata, a loro devo tanto.

In America arriva a ventisette anni per fare ricerca a Stanford, con un figlio di quattro mesi e un marito al seguito.

Ho conosciuto Mario nel 1969 al Cnr, l’anno dopo ci siamo sposati. Lui era un ingegnere elettronico e siamo diventati una coppia anche nella ricerca. Nel gennaio 1973 eravamo a Stanford nel laboratorio fondato da John Mc Carthy, che allora era visto come un visionario un po’ hippy. Noi ricercatori di IA, di conseguenza, eravamo considerati dei matti. Invece c’era una solidità scientifica dietro a quegli studi e io volevo dimostrare la correttezza del programma su un computer. Sono riuscita a lavorare con un sistema che era stato sviluppato lì da un professore inglese.

Lei ha cambiato il modo di fare ricerca.

Ho viaggiato moltissimo in Europa e in America per la ricerca e per la divulgazione. Ho sempre dato molta importanza alla sperimentazione, come hanno imparato gli studenti che hanno frequentato i miei corsi. Ancora oggi quegli allievi mi fermano per strada e mi riconoscono, mi fa molto piacere.

Presto rimane una mamma sola ma ritorna oltreoceano.

Mio marito morì precocemente, fu un colpo terribile. Quando mio figlio aveva sei anni tornai in America. Al termine del biennio di studi, mi offrirono un contratto. Rifiutai, volevo che Marco studiasse in Italia e desideravo restituire al mio paese tutto quello che avevo imparato.

Che futuro avremo con l’intelligenza artificiale?

L’IA è già nelle nostre vite. Guai a farsi trovare impreparati, altrimenti la subiremo soltanto. C’è bisogno di formazione continua per scacciare il timore che le macchine prendano il posto nostro in tutte le professioni. Il mio messaggio, comunque, è rivolto soprattutto ai potenti. Non devono mettersi in mano ai venditori, a chi non ha etica, a chi pensa solo al guadagno. L’uso dell’IA deve essere disciplinato.

Un giovane ha raccontato al nostro giornale che si sente più a suo agio a confidarsi con ChatGPT che non con i suoi coetanei. Che ne pensa?

L’IA ci ha superato nella velocità e nella capacità di calcolo e soluzioni. Ma il campo sul quale non ci ha battuti è quello della creatività. A quel ragazzo ricordo che ChatGPT è stato progettato per compiacere, è pieno di tutto quello che noi umani abbiamo voluto metterci dentro. Ma non guarderà mai negli occhi la persona che ha davanti e non coglierà, ad esempio, i suoi sentimenti in quel momento. Se è triste o contento, se mente o dice la verità. Perché l’intelligenza artificiale non ha un cuore e non prova emozioni.

(la Repubblica, 25 marzo 2026)