La differenza sessuale nell’epoca del dominio invisibile
Simona Pizzuti
24 Luglio 2026
Provo a partire da me, dal mio vissuto e dalla mia esperienza, per spiegare come, nella vita di una donna che appartenga a quest’epoca, la differenza sessuale sia ancora fondamentale e lo sia sempre di più. Di come sia importante, e più di prima, dichiararne l’esistenza. E di come, personalmente, sia stata indispensabile per mettere tutto in fila. Tradurre, comprendere, spiegare a me stessa i grandi passaggi della mia vita. E come tutto questo si traduca in una forma di consapevolezza militante.
Sono stata bambina negli anni Ottanta e ricordo ancora come, fino a un certo punto della mia vita, i tratti “più maschili” del mio carattere convivessero armoniosamente con quelli “femminili”. Ero quella che poteva definirsi “un maschiaccio”, ma mi piaceva profondamente pensarmi femmina. Ero vivace e spericolata, sempre con le ginocchia nel fango o intenta a raccogliere insetti e animaletti che i più trovavano ripugnanti. Allo stesso tempo, provavo un piacere autentico nell’indossare abiti squisitamente femminili, nel prendermi cura di bambolotti e gattini assecondando un precoce sentimento materno, nel sognare capelli lunghi e lucenti, che a quel tempo non mi erano concessi. A immaginare la donna che sarei voluta diventare: bella, profumata, libera di abitare quella femminilità che già sentivo mia.
Crescendo, molto gradualmente, qualcosa cambiò. Cominciai a percepire l’essere femminile come una specie di bestiola indomabile. Ne enfatizzavo le parti animalesche, la scarsa compostezza, l’istintività e imponevo a me stessa un controllo che nelle donne percepivo mancante. Tentavo di reagire alle modalità “scomposte” che sentivo appartenere alla mia genealogia femminile, a mia madre. Sentivo di volermi staccare da lei, dal suo retaggio, tenendo invece a voler assumere la compostezza e la calma serafica di mio padre. Questo mi portava a non vivere liberamente attraverso il mio corpo, sentendolo dall’interno, ma sempre a guardarmi vivere, a guardarmi con gli occhi degli altri (altri?). Cercavo di destreggiarmi nel mondo con un certo distaccato rigore, a partire dalle mie movenze, fino ad arrivare alle reazioni emotive.
Negli anni dell’università e poi del primo lavoro, mentre rincorrevo il successo negli studi e l’affermazione professionale, dentro di me si faceva strada una strana sensazione: da un lato percepivo sempre meno una reale differenza tra me e i miei colleghi maschi; dall’altro avvertivo, quasi inconsapevolmente, la necessità di assomigliare sempre di più a loro. Non desideravo essere un uomo. Desideravo piuttosto aderire a un modello di umanità che percepivo come neutro, universale.
Tutto ciò che richiamava la differenza sessuale mi appariva riduttivo. Non lo rifiutavo deliberatamente, semplicemente non riuscivo a riconoscerne il valore. Mi sembrava che insistere sul fatto di essere donna significasse confinarsi in una condizione particolare, rinunciando ad appartenere a quell’umanità senza aggettivi alla quale aspiravo.
Per molto tempo non ho saputo spiegarmi questa spinta. Sapevo soltanto che tutto ciò che metteva in evidenza la differenza tra uomo e donna mi sembrava restringere le possibilità del femminile, le mie possibilità.
Arrivarono i primi successi e le prime soddisfazioni ma, insieme a essi, cresceva un sommesso malessere. Mi sentivo oppressa, scollegata dai miei bisogni e dai miei desideri. Sentivo le mie energie dissiparsi, crescere un indefinibile desiderio di fuga. Tutto ciò che fino ad allora aveva dato significato al mio impegno iniziava lentamente a svuotarsi di senso, lasciandomi senza energia, senza motivazione.
Eppure, continuavo il mio trantran, come se non esistesse un’altra possibilità di essere al mondo, ignara di cosa in realtà si muovesse nel profondo.
Fu solo la maternità, a un certo punto della storia, a interrompere questa apparente continuità.
La nascita delle mie figlie non rappresentò semplicemente un cambiamento nella mia vita, ma una frattura nel modo stesso in cui abitavo me stessa. La maternità, grazie alla sua caratteristica “regressiva”, mi portò a rivivere una me stessa molto più antica, riconducendomi nelle braccia di mia madre. Per la prima volta il corpo, la necessità, la vulnerabilità, la relazione e il tempo della cura non erano più dimensioni marginali da governare o da tenere sotto controllo, ma chiedevano di essere riconosciute come costitutive del mio essere. Quel modello di umanità al quale avevo cercato di conformarmi improvvisamente non mi bastava più.
Questa esperienza, così nuova per me, iniziatica, mi portò a formulare delle domande che sino a quel momento non mi ero mai posta.
Le prime si addensarono, spontanee, tutte intorno al mio essere madre. Perché era stato quello a mettere in crisi tutto il resto, a buttare a gambe all’aria tutto ciò in cui avevo creduto, incluso la persona che avevo pensato, con orgoglio, di essere diventata.
A quelle domande, se ne agganciarono presto mille altre.
E se ciò che avevo creduto come universale fosse stato soltanto una particolare forma dell’umano? E se tale convinzione fosse discesa dai nostri processi di significazione, culturalmente determinati, senza che me ne accorgessi? E se fossero stati possibili altri modi di essere? Magari più in linea con quello che il mio corpo, il mio vissuto di figlia, di madre, la mia genealogia mi suggeriva? E se il malessere che avevo sperimentato nella mia vita non fosse dipeso dalla mia condizione psicologica soggettiva ma dal modo in cui la società, la mia educazione mi aveva costretta a snaturare la mia concezione di essere femminile?
Cercando parole per comprendere ciò che mi stava accadendo incontrai il pensiero della differenza sessuale e, in particolare, l’opera di Luisa Muraro. Questo incontro fu per me un grande sollievo, un respirare all’improvviso dopo tanta apnea, un bagliore che portò a una visione finalmente chiara e corrispondente a quello che provavo, una coerenza, un’armonia, un essere in pace.
Grazie alle parole del pensiero della differenza riuscii a trasformare il mio vissuto, che era confuso ed evanescente, in esperienza. A comprenderlo, a dargli un senso che fosse chiaro per me. E, in fine, ad attuare nella mia vita tutto quello che avevo compreso. Prima come madre e poi come donna. A trasformare la fragilità in risorsa. Il corpo in sentinella di bisogno e desiderio. Ad essere dentro la vita piuttosto che a guadarmi vivere.
Il malessere, fino a quel momento indistinto, acquistò finalmente un nome. Compresi che non avevo semplicemente attraversato una crisi personale, a causa della mia fragilità psico-emotiva. La crisi che avevo vissuto era strutturale e legata alle condizioni socioculturali che mi erano state imposte. Era entrata in crisi l’idea stessa di essere umano alla quale avevo affidato la mia esistenza.
Il pensiero della differenza è essenziale ora, proprio nel momento in cui il dominio dell’uomo sulla donna va progressivamente scomparendo. Per lungo tempo esso era là, davanti ai nostri occhi. Si imponeva attraverso la forma del divieto o dell’esclusione agiti dall’uomo sulla donna. Era presente in una disparità visibile, immediatamente riconoscibile sul piano sociale e simbolico.
Oggi il dominio ha cambiato luogo. Si è spostato all’interno del soggetto. Tendiamo a non riconoscerlo, non perché sia scomparso ma perché non si presenta più nelle forme in cui eravamo abituate a pensarlo. Non opera più attraverso il potere degli uomini sulle donne, quanto attraverso l’adesione a un modello unico di umanità, nella forma della desiderabilità del maschile – inteso come insieme di caratteristiche e intenzioni solitamente ascritte all’universo degli uomini – sul femminile.
L’attuale società ci aveva quasi convinte che il maschile avesse perso centralità, non presentandosi più come un’autorità esterna. In realtà continua a occupare il centro della scena nella forma di un ideale umano apparentemente neutro e universale. Un soggetto autonomo, performante, competitivo, capace di bastare a sé stesso. Principio ordinatore, generale e unificante, della contemporanea civiltà neoliberista, che si esprime nell’aspirazione di realizzare un mondo senza natura e senza madre.
Lo vediamo nel rapporto tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, nell’idea che la dipendenza sia una condizione da superare anziché la dimensione originaria dell’esistenza, nelle pratiche che frammentano l’esperienza materna in funzioni separate, nella riduzione della vita, del corpo e delle relazioni a risorse economiche e nel rapporto predatorio con la natura e con ciò che viene percepito come altro da sé.
La predominanza del maschile sul femminile c’è ancora e non solo continua ad essere una questione politica e simbolica decisiva ma lo è in una forma nuova e più ampia. Si manifesta nella tensione tra due modi di abitare il mondo: nel conflitto tra una concezione dell’umano fondata sul dominio, la prestazione, il controllo e l’individualità e un’altra fondata sulla forza intesa come potenza generatrice, sulla dipendenza originaria, sull’appartenenza a una trama di legami che ci precede, sul nostro nucleo in quanto creature generate, quindi vulnerabili e in relazione.
La differenza sessuale diventa così il luogo simbolico in cui si confrontano due antropologie concorrenti dell’umano. Ci invita a guardare quella parte di noi che rischia di restare senza parola e a custodirla, preservando la nostra presenza, consapevolmente femminile, nel mondo.