La differenza è sempre in ballo
Traudel Sattler
14 Giugno 2026
«La differenza ci è caduta addosso». Mi ricordo queste parole di Luisa Muraro, quando Giorgia Meloni è stata eletta Presidente del Consiglio nel 2022. Come sarebbe a dire? Caduta addosso? È da decenni che parliamo di differenza sessuale! Eppure sì: la differenza va sempre ripensata.
Aveva ragione Luce Irigaray quando scriveva, nel 1984: «La differenza sessuale rappresenta una delle questioni, o la questione, che deve essere pensata nella nostra epoca». E la “nostra epoca” non è mica finita. Dopo migliaia di anni di patriarcato, la questione rimane aperta e irrisolta. Inquietante, perturbante e affascinante – almeno per come la sento io, fin da quando andavo all’asilo.
Vorrei sottolineare che Irigaray parla di una questione, non di un dato di fatto o di una semplice realtà biologica, ma di qualcosa che riguarda, insieme, i corpi e i linguaggi.
La differenza è sempre in ballo. Per millenni è stata generatrice di cultura e di bellezza, ma anche di sopraffazione e annientamento. Tuttavia, non è mai stata davvero pensata autonomamente, fino alla presa di coscienza portata dal movimento delle donne: nato come lotta per la libertà femminile e per la decostruzione di quell’ordine simbolico che oggi, spesso, viene definito “eteronormativo”.
Nel tempo il femminismo si è differenziato e articolato in molteplici posizioni e pratiche politiche. Spesso si è trattato di un dialogo anche aspro, come abbiamo scritto nell’invito; posizioni che comunque non hanno mai aspirato a una sintesi definitiva, né a una forma unica.
La differenza sessuale, da “questione da pensare”, è diventata anche “pensante”, generatrice di saperi in molti ambiti: filosofia, pedagogia, storia, giurisprudenza e altri ancora. Vorrei ricordare che queste riflessioni sono sempre state strettamente intrecciate alle pratiche, all’esperienza vissuta, al pensare in presenza. Per questo la differenza sessuale non è mai stata concepita come una teoria astratta, pur avendo raggiunto alti livelli di elaborazione filosofica, grazie anche alla comunità filosofica Diotima.
Oggi, però, parlare di ordine simbolico, inconscio o desiderio sembra difficile, in un mondo i cui codici linguistici e culturali sono profondamente cambiati. Viviamo nell’epoca delle semplificazioni, delle contrapposizioni e degli schieramenti. Così la differenza sessuale viene spesso ridotta a binarismo, essenzialismo o biologismo – e quindi rifiutata.
Nello stesso tempo assistiamo a una nuova ondata di interesse, soprattutto tra le giovani e i giovani, per Carla Lonzi, la madre del pensiero della differenza in Italia. In ambito accademico, c’è chi valorizza il pensiero di Lonzi per la sua forza decostruttiva. Ma qui, attenzione, ci muoviamo nell’ordine delle idee, senza riferimento alle pratiche.
Contemporaneamente, il discorso sul gender – avviato da Judith Butler come complessa riflessione filosofica – si è sviluppato soprattutto a livello accademico, non facilmente accessibile a tutti, e perciò ha trovato una traduzione politica molto semplificata. Si è finito per identificarlo con una concezione della soggettività fondata esclusivamente sulla performatività del linguaggio e sulla costruzione individuale dell’identità.
Penso che l’allontanamento progressivo tra le diverse posizioni e pratiche femministe sia anche un effetto della fine del patriarcato come ordine simbolico dominante. Venuto meno l’“avversario” comune, sono emerse con maggiore evidenza divergenze che prima restavano sullo sfondo, e la conflittualità si è inasprita.
Nel mondo postpatriarcale, del resto, le leggi e le regole che gli uomini avevano negoziato tra loro sembrano saltate. Le atrocità delle guerre che vediamo tutti i giorni sono la negazione stessa del diritto internazionale. Le regole della convivenza civile appaiono sempre più fragili. Diritti acquisiti vengono smantellati per decreto da un giorno all’altro, il tutto accompagnato da un linguaggio estremamente violento e volgare. In più, l’asse del potere si è spostato dai singoli Stati ai colossi della Silicon Valley, inafferrabili e minacciosi. Il mondo si sta frantumando, i muri diventano sempre più alti.
Tutto questo sembra riverberarsi anche nel femminismo, dove contrapposizioni e pregiudizi si acuiscono sempre di più. Noi stesse, qui in libreria, ne abbiamo fatto esperienza.
Questa conflittualità sterile non riguarda soltanto l’Italia. L’amica Antje Schrupp, giornalista e femminista tedesca – oggi presente con noi via Zoom da Francoforte – denuncia nel suo ultimo libro, Postpatriarchales Chaos, che il dibattito femminista «è finito in un vicolo cieco. Ci troviamo sempre davanti alle stesse ondate di indignazione e risentimento: i post su Instagram con rivendicazioni stereotipate e commenti prevedibili. La radicalità, invece di esprimersi in analisi profonde, si manifesta nella durezza del tono e nella veemenza delle accuse. Tutto questo debilita l’amore femminile per la libertà. E in questi tempi non possiamo permettercelo», scrive Antje.
In questo contesto così turbolento, vogliamo ripensare la differenza sessuale, anche di fronte a nuove, urgenti sfide come l’appropriazione che ne fa il mercato neoliberale o l’uso distorto e strumentale del femminismo da parte delle forze politiche di destra.
Di tutto questo vogliamo discutere insieme a Jennifer Guerra e Chiara Zamboni.