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Da Una Città – Cristina Gramolini, insegnante di Storia e Filosofia, ha fatto coming out nel 1989 e l’anno seguente è diventata attivista del movimento lesbico. È stata tra le promotrici delle tre “Settimane Lesbiche Italiane” nel 1991, 1996 e 1998. Nel 1996 ha partecipato alla fondazione dell’associazione nazionale Arcilesbica e ne è stata la presidente dal 2002 al 2005, e di nuovo dal 2017 a oggi. Il libro di cui si parla nell’intervista è Noi, le lesbiche. Preferenza femminile e critica al transfemminismo (AA.VV.), Il dito e la luna, 2021.

Puoi raccontarci qual è stato il tuo tragitto?

Sono nata nel 1963 in una città di provincia e l’omosessualità è stata sempre la mia condizione. Ovviamente non l’ho subito accettata, mi ha anche un po’ spaventata quando ero adolescente. Prima di grandi innamoramenti o fantasie romantiche, comunque, non ero stata una ragazzina aderente al modello femminile. Poi sono arrivate le prime cotte e lì mi sono un po’ preoccupata, sinceramente. Nel senso che mi sono resa conto che avrei dovuto affrontare una difficoltà grande. Essendo stata sempre un po’ anticonformista, il fatto di essere diversa era qualcosa che potevo sopportare tranquillamente. Ma quella cosa lì, mi sono chiesta: la reggerò? Insomma, mi ha fatto paura. All’inizio ho pensato: chissà, magari è temporaneo, però mi succedeva sempre! A un certo punto me lo sono detta. In effetti, nel movimento noi dicevamo che prima di tutto il coming out bisogna farlo con se stesse. Questa riflessione però è venuta dopo. In quel momento ero sola. Quindi mi sono detta: vabbè, è così, cercherò di proteggermi. Perché mi sentivo molto minacciata.

Non so quanto fosse reale quella percezione, o quanto ingigantita. Avevo paura di cosa potesse succedere in casa, mi sembrava una cosa che non sarebbe mai stata dicibile. Sto parlando dell’inizio degli anni Ottanta. Era una cosa troppo mia, non sapevo con chi affrontarla. Quindi ho deciso che l’avrei vissuta con molta discrezione. Però non ho mai fatto finta di essere altro. All’epoca ero anche un’attivista nel movimento degli studenti. Mi è sempre interessato fare un po’ di agitazione. È stato così che ho incontrato il movimento delle lesbiche, che a quel tempo era separatista. È accaduto in modo casuale: sul foglio del “Paese delle Donne” c’era un invito a una vacanza lesbica del Cli, il Collegamento delle lesbiche italiane. Così io e la mia compagna ci siamo andate. Per me era una cosa completamente inaspettata, perché quelle donne non erano facili da trovare. Io leggevo i giornali dei movimenti, della sinistra, andavo alle manifestazioni, ma non le incontravo mai! Ecco, in quella vacanza ho visto che loro esistevano e ho subito capito che mi interessava quello che facevano: in sostanza mettevano in atto forme di visibilità prudente, comunque coraggiosa, ma un po’ protetta. A quel punto ho pensato: beh, questo lo posso reggere. Rimaneva il fatto che conducevo una doppia vita: quando andavo a quei convegni, a quegli appuntamenti, ero dichiarata, però mi guardavo sempre un po’ le spalle rispetto al controllo delle informazioni su di me nella vita di tutti i giorni.

Nel frattempo ero diventata un’insegnante, mia madre mi diceva: «Se lo scoprono, cosa ti succederà?».

Ai tuoi genitori quando l’hai detto?

A un certo punto gliel’ho detto, purtroppo in un momento di rabbia. Comunque ero già grande, avevo ventisette anni.

Loro lo sapevano, secondo te?

Facevano finta di non saperlo, però non sono trasecolati. Non hanno detto: «Ah, certo, è la scoperta dell’acqua calda!», però non si sono neanche stupefatti. Purtroppo, come dicevo, è avvenuto in un contesto di rabbia, non è stata una cosa serena. Comunque dopo ho iniziato a ricevere questa raccomandazione costante di stare attenta. Insomma, non è stato motivo di gioia familiare, ma neanche chissà quale catastrofe, come fantasticavo prima.

Nel 1994 il Parlamento europeo ha fatto una risoluzione che sollecitava gli Stati membri, quindi anche l’Italia, a promulgare delle leggi per equiparare la posizione dei cittadini omosessuali. Era una notizia da telegiornale in prima serata, che ha provocato una grande discussione, un grande turbamento anche sui giornali, finalmente.

Questo avvenimento ha fatto decollare il movimento gay, nel senso che sono cominciati i pride, quelli con i cortei. Prima c’erano, ma erano celebrazioni che avvenivano in circuiti di cui sapevi solo se facevi parte del giro. A Milano si era fatto qualcosa già nel ’92, avevano inscenato dei matrimoni in piazza della Scala, officiati da Paolo Hutter che era consigliere comunale. Però normalmente non facevano notizia nazionale. Invece quel provvedimento dell’Ue ha proprio dato una spinta, non tanto alle lesbiche femministe ma all’associazionismo gay, per uscire fuori, proprio in mezzo alla strada. Ecco, ricordo di aver provato un’attrazione fortissima per una visibilità piena: sentivo che era quello che desideravo. Non volevo più vivere nell’ansia della doppia vita: basta!

Mi sono quindi allontanata dal movimento delle lesbiche femministe perché mi sono come ubriacata della piazza, del corteo, del coming out, dell’andare ai convegni presentandomi per quello che ero. Devo dire che non sono tanto coraggiosa, però, pur continuando ad aver paura, sentivo il forte bisogno di vivere una vita fuori dalla clandestinità. In questo senso dico sempre che ho un debito con tante realtà e tante persone e certamente con il movimento gay. La spinta alla visibilità l’ho presa da lì.

Dopodiché è venuto il momento in cui l’ho detto a scuola. Certo, tutte le volte con timore, perché non sai mai… Nel corso di una discussione sui provvedimenti dell’Unione europea mi è stato chiesto come la vedessi e ho risposto: «Penso questo e questo, perché mi riguarda». Mi sarebbe sembrato ambiguo e ipocrita non espormi. Poi, ripeto, non ne potevo più e quindi l’ho detto. Però se prima avevo avuto paura in famiglia, dopo ho avuto paura a scuola. Ho pensato: «Mi chiameranno? Ci sarà qualche famiglia che…». Perché non era come adesso. Comunque non è mai successo niente. I colleghi? Per lungo tempo, ma in fondo anche adesso, fanno finta di niente, perché non sanno come trattare la materia. È capitato che facessero delle domande sulla mia situazione familiare perché non sapevano e dopo erano pentiti di avere chiesto.

Devo dire che mi considero fortunata. Non a tutte è andata bene. Se penso al mio percorso, so di aver avuto tanta paura, ma poi non mi è mai capitato di essere veramente in pericolo. Altre persone, donne e uomini, hanno dovuto affrontare delle ostilità. Nel mio caso, una volta che l’hanno saputo tutti, giovani e vecchi, parenti vicini e lontani, è passata anche la paura. Chi non c’è passato non lo capisce: è come se qualcuno potesse minacciarti, scoprirti o colpevolizzarti in qualunque momento. È stata una brutta vita. È durata fino a ventisette, ventott’anni e poi per fortuna è finita!

Da allora raccomando il coming out a tutti. È meglio affrontare il problema invece che vivere con questo fantasma. Va anche detto che rispetto ai miei racconti antidiluviani nel frattempo è cambiato tutto.

Nel libro Noi, le lesbiche, ripercorrendo il vostro percorso, individuate una data cruciale, quella delle unioni civili, dopo la quale alcuni nodi cominciano a venire al pettine…

Chiaramente dentro la comunità Lgbt c’era già chi voleva metter su famiglia con i figli, chi andava a fare l’inseminazione artificiale, oppure c’era chi voleva fare la transizione e chi l’aveva fatta. C’è sempre stata tutta una gamma di tematiche. Tuttavia per molto tempo la questione di punta era il riconoscimento delle coppie, quindi le altre cose rimanevano un po’ in secondo piano.

Anch’io, rispetto a cose sulle quali avevo dei dubbi, non stavo lì a dire: «Su questo vorrei dei chiarimenti», perché – appunto – la battaglia era concentrata su un altro obiettivo. Quello che è uscito fuori dopo le unioni civili, quindi, non è piovuto dal cielo. Semplicemente, una volta raggiunto quel traguardo venivano avanti le altre questioni. Solo che non c’è stato il tempo di discuterne; è stato dato tutto per scontato, invece c’erano cose su cui non c’era accordo. E poi, di punto in bianco, è cambiato il clima. Anche prima delle unioni civili c’erano state delle divergenze all’interno del movimento, ad esempio tra chi voleva il matrimonio, chi l’unione civile e chi non voleva niente perché era omologante. C’era addirittura un’associazione gay di destra, berlusconiana. Poi c’erano gli omosessuali credenti… insomma, c’era un panorama frastagliato, però si conviveva, nessuno è stato mai cacciato, stigmatizzato o allontanato con infamia, ostracizzato perché portatore di istanze particolari. E ti assicuro che ce n’erano di tutti i gusti…

Invece sulla questione di come avere figli e di come determinare la propria identità di genere è subentrata improvvisamente l’intransigenza. E io, che nel 2016 avevo già una certa età e che nel movimento avevo passato tutta la mia vita adulta, nel giro di un anno mi sono ritrovata delegittimata e infine estromessa.

Pensavo che davanti a disaccordi avrebbero potuto mandarci a quel paese, ma non essere addirittura cacciate.

Puoi raccontare cos’è successo?

Noi avevamo già manifestato alle Famiglie Arcobaleno che dentro Arcilesbica c’erano delle forti perplessità, che a un certo punto avevamo messo nero su bianco. Le famiglie Arcobaleno sono nate con l’obiettivo di tutelare le coppie dello stesso sesso con figli avuti da precedenti matrimoni, o avuti altrimenti. In quella fase (2012) ero anche stata invitata a un loro appuntamento per discutere proprio di questo. In prima battuta il mio pensiero era: se la Gpa [gestazione per altri, Ndr] è una cosa fatta gratuitamente, va bene, perché se una donna lo fa senza ritorno economico vuol dire che ti vuole bene, e quindi chi sono io per dire: no, tu non devi? Siamo andate avanti per alcuni anni cercando di stare su questo crinale. Intanto però si era iniziato a parlare di rimborsi. Ricordo anche chi diceva: «Beh, se vengono da noi dei padri che hanno fatto ricorso alla gestazione per altri all’estero, noi comunque li accogliamo».

Già nelle ultime manifestazioni a favore delle unioni civili c’era stata una polemica sulla stepchild adoption (l’adozione del figlio del partner), perché Renzi l’aveva tolta dalla proposta di legge per evitare il riconoscimento automatico dei figli nati da Gpa all’estero, e questo aveva suscitato malumori.

Ecco, ricordo l’ultima manifestazione prima dell’approvazione della legge con tutti gli interventi sul palco che esplicitamente rivendicavano la gestazione per altri. Devo dire che la cosa mi aveva turbato per la leggerezza di certi approcci. La madrina della manifestazione, dal palco, si era detta disposta a farla lei la gestazione per altri.

Insomma, ero lì di sotto ed ero rimasta piuttosto imbarazzata. In Arcilesbica facciamo periodicamente dei congressi. In uno di questi la sociologa Daniela Danna ci ha messo in guardia su come anche la Gpa gratuita in realtà tale non fosse, producendo documenti sui rimborsi erogati alla “gestante per altri” per guadagni non conseguiti, e dimostrando che sono una forma di pagamento. A quel punto abbiamo detto: «No, allora niente». Cioè, bisogna pensare ad altre soluzioni. Lo abbiamo scritto, lo abbiamo dichiarato e lì sono cominciati i guai. Questo infatti non è stato accettato. Ci hanno accusato di avere una posizione omofobica. L’argomento era: «Voi accettate le madri lesbiche e non accettate i padri gay». Noi abbiamo risposto: «Scusate, ma la donna che va a fare l’inseminazione artificiale, certo, prende il seme dal donatore, ma il figlio lo fa lei! Non mette nessuno a fare lavoro riproduttivo». Un falso paradigma egualitario ha fatto sì che noi sembrassimo discriminatorie: per noi donne i figli sì, per voi uomini no. Ci hanno accusato di odiare gli uomini.

La produzione del seme per l’uomo e l’estrazione degli ovociti e poi la gravidanza e il parto per la donna sono due procedure radicalmente diverse.

Tra l’altro l’uso di due donne, della donatrice e della portatrice, è un modo per tutelarsi da un ripensamento, perché, attenzione, se l’ovocita è il mio, posso anche firmare un contratto, ma se ci ripenso, essendo il genitore genetico, non c’è contratto che tenga. Se invece la portatrice porta un ovocita non suo non c’è legame genetico. Io a un certo punto mi sono proprio scandalizzata: più apprendevo come avveniva realmente la pratica più la trovavo sbagliata. Non rispetta la salute e l’integrità della gestante, va solo a vantaggio dei committenti.

Nel 2015 c’è stato un appello da parte di un gruppo di femministe di Roma intitolato «Quale libertà» e io ho l’ho firmato a titolo personale. Pensare che un soggetto con reddito forte potesse ottenere un servizio riproduttivo retribuito o rimborsato, regolato da un contratto che monetizza i rischi per la salute, mi evocava sempre più una pratica coloniale. Per non parlare della questione dell’assistenza psicologica alla gestante, che alcuni contratti raccomandano, altri impongono. Una specie di affiancamento a garanzia che il tutto vada a buon fine, che si presta a varie riflessioni.

Devo dire che tutto questo non me lo aspettavo. Il nostro era un movimento libertario, critico della sessualità, critico della propaganda, demistificante… e all’improvviso ci ritrovavamo con il raccontino della famigliola felice. Mi è stato detto: se uno ha i soldi, e invece di comprare un appartamento preferisce portare a casa un neonato grazie a una donna disponibile, qual è il problema?

Ecco, noi siamo passati dall’essere un movimento di liberazione a questa cosa qui.

E poi c’è la questione del senso del limite. Voglio dire, qui non parliamo di persone sterili. Basterebbe “collaborare”, per così dire. Un tempo esisteva l’autoinseminazione. La casa editrice Il Dito e la Luna ha pubblicato un libello, in traduzione dall’inglese, che si intitola appunto Autoinseminazione, di Lisa Saffron. Grazie a questo libro, c’è della gente che ha fatto nascere dei bambini. Eravamo una comunità. In una comunità ci sono delle amicizie. L’amicizia non è un amore, ma è una relazione e quindi si faceva questa cosa, che non erano rapporti sessuali occasionali, era proprio l’autoinseminazione. La donna rimaneva incinta e il bambino aveva due genitori. Costo zero, senza manipolazione medica, né contratti. Qui a Milano conosco più di un caso di bambini nati così, che hanno avuto la possibilità di crescere stando un po’ con la madre lesbica e un po’ col padre gay. Per dire che non è vero che non ci siano altre strade. In fondo, se una donna vuole proprio dare un figlio a un amico, oggi lo può fare: esiste il parto anonimo; lui è il padre genetico e in quanto tale può assumere la responsabilità genitoriale. Mi dispiace dirlo, ma quando si parla di Gpa io vedo un racconto falso di solidarietà mentre si parla di commercio.

Ora sono troppo vecchia, ma ho considerato un percorso accettabile quello di mettere al mondo un bambino o una bambina con un amico, poi non l’ho fatto. Certo, non c’è niente di facile, perché puoi non andare d’accordo, però è una dimensione umana, di rapporto, di responsabilità. Si rischia in un rapporto d’amore, si rischia in un rapporto di amicizia, ma almeno non si compra.

Un discorso critico non riguarda solo gli uomini, perché anche le donne lesbiche, temendo che, specularmente, l’amico donatore potesse rifarsi avanti, hanno immaginato di avere una figliolanza senza un padre che potrebbe improvvisamente diventare un nemico. Poi hanno cominciato anche loro a concepire l’idea di un figlio di due donne. Allora, per carità, si sa che la relazione di cura non passa tramite il Dna, però se convivo con una donna e vogliamo fare questa esperienza, una delle due la fa nel corpo, l’altra la assume come piena responsabilità, però resta una differenza radicale tra le due.

Io non so che farci, ma non riesco a concepire un certificato che dice che qualcuno è nato da due persone dello stesso sesso. Nessuno nasce da due persone dello stesso sesso. Come fai a scriverlo? Una donna è madre, l’altra è madre adottiva. Ora invece si vuole il riconoscimento alla nascita. A me sembrerebbe più logica l’adozione: se il partner del padre vuole assumere la responsabilità genitoriale, sarà genitore adottivo.

Comunque sono tutte discussioni dove si può essere più moderati, o più utopisti, più conservatori, però mi sembrano riflessioni legittime. Invece è diventato tutto tabù: se solo dici che, secondo te, il secondo genitore deve adottare, sembra che tu voglia nuocere ai bambini.

Se dici che due madri e due padri rappresentano condizioni diverse, sei omofobica. Insomma, tutto questo ha creato dei dissapori immensi. Dopodiché è uscita fuori la questione dell’identità di genere e lì il conflitto è deflagrato.

Com’è avvenuta la spaccatura nel movimento?

Il conflitto è divampato dentro Arcilesbica, che è una rete di tanti circoli locali. Quando siamo andate a discutere di come riconfigurare la richiesta dei diritti ci siamo spaccate. Una parte era più allineata con la piattaforma pride; l’altra parte, dove mi sono collocata anch’io, era per mettere dei paletti. Questa discussione, che ci ha dilaniate, è stata seguita dall’esterno da tutto il movimento che faceva il tifo per la parte più affine. Alla fine ha prevalso, di misura, la parte che ha assunto delle posizioni, diciamo, femministe. Il movimento, che aveva scommesso sulla vittoria dell’altra parte, è ricorso a delle contromisure. Il nostro congresso si è tenuto a dicembre del 2017, a maggio del 2018 ci hanno mandato via dal Cassero, la sede Lgbt di Bologna.

Già prima del nostro congresso, mentre divampava la polemica interna, il circolo Mario Mieli di Roma aveva chiesto il nostro allontanamento dal pride. Abbiamo fatto piuttosto casino: ho chiamato il Comune, l’assessore alle pari opportunità di Bologna, ma non c’è stato niente da fare. Non hanno trovato neanche un’altra soluzione. Il Cassero è stato concesso all’inizio degli anni Ottanta e quindi c’è un rapporto consolidato, per cui l’amministrazione di sinistra ha creduto alla versione secondo la quale noi eravamo un piccolo gruppo ideologizzato. Sergio Lo Giudice ha dichiarato a La Repubblica che l’involuzione ideologica di Arcilesbica non era più compatibile con quella sede. Però quella sede era stata compatibile con i gay di destra quando c’era Berlusconi!

Quello che francamente mi ha ulteriormente infastidito è che hanno preteso di spiegare a noi che cos’è femminista, e cioè l’autodeterminazione della donna che vuole fare la Gpa per loro. Insomma, alla fine noi eravamo dipinte come bigotte che volevano impedire alle donne l’uso del loro corpo. Siamo finite su tutti i giornali di Bologna. È stata una cosa pesante da reggere per tutte le parti contendenti.

Quando i gay sono, per così dire, saliti in cattedra, diverse donne li hanno confermati. Anche perché non confermarli voleva dire doversene andare, e molte non se la sono sentita. Io però non ce l’ho fatta a far finta di non capire quello che stavano dicendo. Per la mia storia politica e per l’idea che ho della libertà ho dovuto andarmene. Pensa che una mia amica, Lucia, che non ha mai voluto firmare nulla per discrezione, che diceva sempre: «Firmiamo come associazione», beh, da quando c’è questa polemica vuole firmare tutto con nome e cognome, perché dice: «Voglio che un domani si sappia da che parte stavo».

Capisci? Questo movimento per un sacco di anni si è presentato come di sinistra, perfino di estrema sinistra, anticapitalista, femminista e poi guarda adesso…

È venuta al pettine anche una gerarchia tra gay e lesbiche. Un capitolo del vostro libro è emblematicamente intitolato: “Le lesbiche non sono le mogli dei gay”.

Ci sono delle partecipazioni femminili alle imprese maschili, miste, che sono partecipazioni collaborative. Accade anche nei partiti, cioè le donne danno una mano, magari sono anche brave, più brave, ma fanno quella cosa lì. Noi, da che siamo nate ci siamo chiamate “Arcilesbica” perché ci consideravamo portatrici di una alterità rispetto ai gay, e anche di una indisponibilità. Cioè non eravamo sempre pronte a seguire: ci riservavamo di sostenere o meno le iniziative di volta in volta.

Ci sono donne che sono rimaste nell’Arcigay perché a loro non piaceva la separazione delle donne. Quelle più femministe volevano invece un’organizzazione propria. Finché siamo andati d’accordo o in presenza di pochi dissidi, ha funzionato, quando è scoppiato lo scontro tra i fratelli e le sorelle, alcune donne hanno scelto i fratelli. Quindi, anche se abbiamo vinto il nostro congresso, siamo rimaste solo noi, perché quelle che lo hanno perso sono andate via.

Oggi le piazze sono piene di donne. Ci sono anche molte giovani lesbiche che ci disprezzano perché ci credono discriminatorie. Il fatto è che in questo frangente la differenza tra gli interessi maschili e quelli femminili è venuta fuori, per chi l’ha voluta vedere.

Anche nelle ultime vicende sulla trascrizione dei certificati di nascita dei figli è riemersa l’idea che non sia rilevante la differenza tra i sessi, che le coppie dello stesso sesso, a prescindere da quale, sarebbero equivalenti nella genitorialità e quindi debbano avere pari diritti. Ma il paradigma egualitario nell’attività generativa, riproduttiva, nella funzione materna o paterna, non funziona. Non a caso nella Gpa la gestante non deve allattare, per evitare che si rafforzi l’attaccamento che già esiste tra il neonato e la donna che l’ha partorito. In nome di un’uguaglianza intesa come livellamento, non si vuole distinguere tra ruoli differenti di madre e padre. Molte giovani lesbiche pensano che noi siamo discriminatorie perché diciamo questo.

Oggi il movimento si definisce transfemminista…

È un termine ombrello, ci stanno dentro anche gli etero. Per me è un discorso che viene dai centri sociali. Transfemminismo ha questo prefisso, “trans”, che non vuol dire transessuale, bensì che travalica le norme di genere. Chiunque travalica quelle norme è già trans, capisci?

Hanno creato questa cornice in modo da avere dei movimenti di ribellione in grado di accogliere il numero più alto di persone. Io ci vedo anche la volontà di ricomposizione di un blocco antagonista. L’altra caratteristica tipica dei centri sociali è l’idealizzazione della marginalità in chiave antisistema. Infatti alle transfemministe non interessa tanto la coppietta coi bambini, interessa di più la sex worker o la trans perché quella è una figura antisistema. Nell’orizzonte psicologico e politico degli antagonisti si deve sempre tirar fuori qualcosa di eversivo, e quindi hanno creato queste icone. Poco gliene importa se la realtà fuori dall’icona è lo sfruttamento della prostituzione. Loro dicono: «sex work is work» [‘il lavoro sessuale è lavoro’]. A me sembra che vogliano più che altro scioccare i benpensanti.

Sono piuttosto delusa da questo ambiente, che pure è stata la mia parte politica. Io sono sempre stata di sinistra. I centri sociali non erano il luogo del mio impegno, ma facevano parte della grande famiglia, e adesso mettono in atto delle pratiche che non mi piacciono affatto.

Sono cresciuta pensando che la sinistra fosse il luogo del pensiero illuminato, adesso ci ritroviamo che non si può né pensare né parlare. La sinistra moderata ha abdicato a tutte le cose socialiste, quindi, ripeto, sono piuttosto delusa, però questo non mi ha in nessun momento portato a guardare a destra o alla Chiesa. Sono una donna di sinistra senza rappresentanza, senza un luogo. È stato anche per questo che con altre, per non essere messe in un angolo, tacitate, abbiamo iniziato a cercare compagne e compagni di strada che, in base a principi progressisti, di sinistra, libertari, rifiutassero certi propositi che per noi sono falsi diritti. Rimaniamo una minoranza, pure abbastanza negletta, però ora una rete c’è. Va anche detto che quelli che invece prima erano marginali, nel frattempo sono diventati mainstream e tengono in pugno anche le forze politiche progressiste. Il pensiero critico oggi è minoritario. Io non ho paura di essere minoranza, sono rammaricata per il fatto che le donne che osano sollevare critiche oggi sono censurate in tutti gli ambienti Lgbt. Anche uomini importanti per il movimento sono stati sacrificati e messi da parte per le loro posizioni. A volte sento che potremmo in qualche modo essere in pericolo; voglio dire, se ci presentassimo in certi luoghi, beh, non so come andrebbe a finire. Esiste un video di una recente manifestazione a Bologna dove c’è una performance con degli attori mascherati che srotolano dei sacchi neri dove ci sono delle facce; c’è un secchio di vernice viola, loro ci mettono i piedi dentro e poi calpestano le facce dei “potenti del mondo”. Ebbene c’è la faccia di Erdoğan, di Salvini, di Meloni… e c’è pure la mia! Capisci cosa voglio dire? C’è un livello di tensione che può diventare pericolosa.

Come ti spieghi questa violenza, queste pratiche cosiddette di “deplatforming” con cui si mettono delle persone al bando, le si zittisce?

Purtroppo sono pratiche che vengono dall’estrema sinistra. I fascisti non devono parlare, punto. «Fuori i fascisti dall’università»: quante volte l’abbiamo detto? Il problema è che se tutti quelli che non la pensano come te diventano fascisti… Questa modalità è farina del nostro sacco, nostro in quanto sinistra. Sicuramente non è farina del sacco Lgbt, perché soprattutto i gay hanno sempre usato l’ironia, la parodia, come arma polemica. Quando frequentavo il Cassero i primi anni, c’era un gay che diceva: «Ah, quella lì mi ha trattato male, allora le volevo dare… una sventagliata!», cioè un colpo con il ventaglio. Questo era il modo di fare invettiva, quindi figurati.

Questa enfasi sulla famiglia è una novità nel movimento.

È così, il movimento è cambiato. D’altra parte cambiano i climi culturali; adesso in effetti c’è molto familismo. Quando c’è stata l’ondata della contestazione si è messo in discussione tutto, poi c’è stato un refluire, un rientrare un po’ nell’alveo, e anche gli omosessuali hanno voluto trovare una dimensione di normalità. Si può ben capire.

Come ricordavo prima, quando ero molto giovane, il passaggio dall’essere clandestina al non esserlo più ci ha fatto scoprire il piacere di essere finalmente normali. Passati i faticosi anni del coming out, dell’“oddio, cosa succederà?”, visto che alla fine non succedeva niente, si cominciava a uscire con la propria compagna, ad andare a casa dei genitori. Per un po’ ci siamo godute la tranquillità. Lo stare sempre contro, sempre fuori, è anche sfibrante. Nell’attuale contesto, credo che una parte della comunità abbia pensato: anche se sono omosessuale non vuol dire che non possa dare un nipotino ai miei genitori, in qualche modo si può dire che ha voluto “tutta la normalità”.

Guarda che prima era proprio brutto, nel passato molti rapporti non stavano in piedi perché la gente combatteva intimamente contro se stessa, quindi nascevano degli amori, delle relazioni che però magari non reggevano perché uno dei due fuggiva. Abbiamo molto sofferto, perciò se qualcuno oggi sogna una normale famiglia felice, io non ho niente da dire. Mi oppongo a che si aprano varchi ad abusi, violenze, sfruttamenti. Mi va bene che ognuno scelga e cerchi la felicità dove vuole, purché non si legittimino rapporti sociali ingiusti o nocivi.

Non ho fatto tutta questa strada per arrivare qui! Cioè, quando vedo le foto di donne puerpere per altri, quelle di colore che costano di meno, oppure i cataloghi dove puoi scegliere la portatrice… io mi vergogno!

Mi dispiace che siamo arrivati qua. Forse semplicemente i movimenti, quando vincono, cambiano pelle. Mica è successo solo a noi. Certe volte penso anche alla storia del socialismo, al fatto che un movimento nel vincere manca la promessa. Però non è che per questo sono state battaglie sbagliate. Bisogna rimettersi in moto.

Io poi non ho soluzioni, ti sto raccontando quello che ho visto succedere. Forse se le persone transessuali accettassero di essere persone transessuali, se ognuno trovasse un suo posto nel mondo, senza prendere il posto di qualcun altro, se si accettassero le differenze, potremmo ritrovarci. Non so quando accadrà, però io spero che prima o poi sarà possibile mettersi attorno a un tavolo e discutere di come tutelare i diritti di tutte le persone senza che ne vada però dei diritti delle donne, che da sempre sono i soggetti sacrificabili.

Come spieghi questa adesione di tante giovani donne al transfemminismo? È una questione di generosità femminile?

Non credo. Da giovane, se mi avessi chiesto se preferivo occuparmi dei campesinos [contadini, Ndr] salvadoregni o delle donne, ti avrei risposto: dei campesinos!

Il fatto è che impegnarsi per migliorare la condizione delle donne vuol dire assumere la differenza come il punto da cui tu parti, e invece noi donne spesso da lì vogliamo sloggiare! Per questo io, qui, più che la generosità vedo un desiderio di fuga dalla differenza femminile.

Questa esplosione di un apparente desiderio di diventare uomini da parte di ragazze giovani fa molto pensare…

Sono d’accordo. Il fatto è che essere donna non è tanto conveniente. Io oggi mi sto dedicando a ricreare una rete, non solo come protezione per chi non può parlare, ma anche per parlare nonostante altri non vogliano. Una volta che immetti nel corpo sociale dei pensieri, questi faranno la loro strada, anche se si vorrebbe metterli a tacere. Il nostro obiettivo è di riaprire un canale di comunicazione con le sinistre per richiamarle a un ruolo più critico, perché poi spetterebbe a loro trovare una sintesi. Io sono portatrice di una differenza, sono lesbica e non voglio che nei cortei mi si dica che esistono le lesbiche col pene. Questo proprio no.

Nel documentario Human adult female, una delle intervistate, vigile del fuoco inglese, racconta di essere stata bannata da un sito di appuntamenti lesbici perché nelle tre righe di presentazione aveva segnalato la sua preferenza per «donne biologicamente femmine».

È questo il paradosso: per salvaguardare le possibilità dell’autodefinizione, in qualche modo io non posso più esistere. Perché lui si possa autodefinire donna, io non mi posso più definire tale. Ripeto, penso che sia anche compito della politica intervenire. Io non voglio scomparire, dopodiché non è solo compito mio trovare la sintesi.

Dopo aver vissuto un tempo in cui l’omosessualità era un grave handicap, ora mi trovo a vivere in un tempo in cui sono emerse delle contraddizioni che vanno affrontate con il massimo di intelligenza possibile. Ogni periodo ha un tema urgente. Ai tempi dell’università, con le mie amiche e compagne ci interrogavamo su quale potesse essere il nostro ruolo per incidere nella realtà. Io ho risposto impegnandomi a dare visibilità a questa condizione, mi sono esposta personalmente. Mi sembrava che di libri ce ne fossero tanti e di facce poche, così ho deciso di metterci la faccia. Oggi di nuovo si tratta di capire cosa ha senso fare e in qualche modo risolveremo anche la contraddizione del presente perché la strada intrapresa ha degli aspetti di totale assurdità: le lesbiche non accetteranno mai di fare sesso con uno che ha il pene, anche se si cerca di farle sentire in colpa. Ci sono in campo delle pretese che non hanno nessuna chance di avere corso. Forse possono riuscire a colpevolizzare una sedicenne dicendole che non è abbastanza accogliente e inclusiva, ma noi no.

Molti compagni e compagne non vogliono starci a sentire, ma non possono liquidarci definendo fasciste delle donne che hanno settant’anni e hanno passato la vita nell’Udi; così perdono di credibilità loro. Noi per un po’ siamo rimaste sotto schiaffo, perché è stato tutto molto doloroso, si sono rotte delle amicizie, poi però ci siamo riprese.