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Erano gli inizi degli anni Settanta. I movimenti femministi nelle loro prime comparse pubbliche riempivano le piazze europee e americane.

Nel ’71 a New York usciva Ms. Magazine, una rivista femminista creata e gestita da sole donne che al suo primo numero esaurì le trecentomila copie stampate. Si parlava di aborto, violenza domestica, uguaglianza salariale, molestie sul lavoro.
Nel ’73 nell’Astrodome di Houston (Texas) si disputò una partita di tennis che, anche per le/i non seguaci di quello sport, ebbe una risonanza mondiale. Una partita che andò assumendo significati al di là di quelli di una semplice sfida sportiva.
Si trattò della partita chiamata La Battaglia dei Sessi fra la campionessa Billie Jean King e l’ex-campione mondiale Bobby Riggs. Una partita che nello stadio raccolse oltre trentamila presenze e oltre novanta milioni di telespettatori di tutto il mondo.
Billie Jean King in quegli anni era già una grande campionessa, famosa per i successi sportivi e le battaglie per i diritti delle donne. Si era battuta contro la United States Association denunciando i bassi salari delle tenniste – circa un dodicesimo di quelli degli uomini – e ne era uscita fondando la Women Tennis Association.
Bobby Riggs, 55 enne, grande campione degli anni Trenta-quaranta e scommettitore ossessivo, la sfidò, dichiarando l’inferiorità del gioco femminile rispetto a quello maschile, dicendosi pronto a dimostrarlo in un confronto con la più grande campionessa del mondo.
Valerie Faris e Jonathan Dayton (ricordiamo il loro precedente Little Miss Sunshine), nel mettere in scena la storia della famosa partita ci coinvolgono irresistibilmente nel racconto degli eventi che la precedettero: vivide l’ambientazione, l’atmosfera attorno i due protagonisti, la conseguente spettacolarizzazione e risonanza mediatica dell’evento; incalzanti le sequenze e la sensazione di sospensione nell’attesa; ben ritmate e montate le immagini del match. All’aspetto pubblico alternano e non contrappongono, ben destreggiandosi, l’approfondimento della scena privata, quasi mescolandola: un farci intendere che quello che avviene nella vita di Billie Jean King risulterà socialmente e simbolicamente rilevante in un futuro prossimo.
È evidente l’intento, anche con toni leggeri e ironici, di mostrarci il sessismo della società americana dell’epoca, il finto perbenismo, la sfrontata arroganza maschile, i giochi di potere, le costrizioni e le chiusure per le donne, come altrettanto evidente è la percezione del loro prossimo sgretolarsi per volontà e intervento delle donne non più disposte a subire.
La figura di Billie Jean King, interpretata con sensibilità da Emma Stone, emerge per determinazione e forza. Nei chiaroscuri dei suoi turbamenti e delle sue incertezze c’è l’inizio di un percorso di scoperta di sé e della propria sessualità e il coraggio di viverla pienamente.