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Sono all’incontro della redazione aperta di Via Dogana 3 sul Catalogo Giallo. Ci sono già stati gli interventi introduttivi di Clara Jourdan, di Silvia Niccolai e di Angela Condello a cui sono seguiti i contributi di Lia Cigarini e Rosaria Guacci.

Ed è lì, sulle loro ultime riflessioni che improvvisamente mi sovviene un ricordo: immagini e sensazioni che mi riportano a momenti di molti anni fa, nel luogo delle riunioni, in cui prese vita l’idea di quello che sarebbe diventato “Il catalogo giallo”- Le Madri di tutte noi.

Sono sensazioni di grande felicità, di piacere dello stare lì, in quel posto (al contrario di molte altre volte), in quel sottoscala buio e pieno di fumo.  Sentivo di essere al posto giusto anche quando i discorsi di alcune si facevano contorti e difficili da seguire.

Il mio amore per le scrittrici, nato negli anni dell’adolescenza, trovava finalmente la sua ragione: potevo dare alla mia passione un senso e quel senso diventava politico.

Non solo si discuteva di Jane Austen, le sorelle Brontë, Elsa Morante e altre che mi erano meno familiari, ma tutto poteva essere detto con grande libertà, argomentato puntualmente e alla fine nuovamente rimesso in discussione. La nostra grande libertà dipendeva dall’aver disconosciuto il canone maschile della critica letteraria. Anche chi nel gruppo aveva seguito determinati indirizzi di studio, restandone influenzata, tentava di sbarazzarsene.

Stavamo percorrendo strade nuove e il piacere di scoprire e condividere le nostre passioni era grande. Lo percepivo pienamente dalle modalità in cui procedeva il discorso (a cui io, molto silenziosa, contribuivo poco, ma anche il silenzio può essere partecipato!).

Fuori dai canoni stereotipati maschili, in cui le nostre amate autrici trovavano, se andava bene, due righe di analisi e di commento nelle antologie, noi potevamo costruire le nostre interpretazioni, osare mettere in relazione le nostre esperienze con quelle delle protagoniste e con le loro storie di vita, ricostruire biografie, cercare analogie e capire pienamente la grandezza, l’originalità delle loro opere e la specificità della differenza nelle loro scritture.

In più riconoscere e affermare la loro grandezza ci rafforzava, il loro valore si riverberava su di noi: da loro prendevamo forza, diventavamo più sapienti, più critiche, più preparate.

Con l’autocoscienza avevamo messo in relazione le nostre vite di donne, con la lettura e lo studio delle scrittrici, a cui facevamo riferimento, cercavamo di costruire la nostra genealogia simbolica, un immaginario altro con al centro la nostra libertà.

Nota: nell’occasione della sua ristampa non ho riletto il Catalogo giallo temendo una tempesta di emozioni.