Intelligenza artificiale e governo della vita: una differenza che resiste
Umberto Varischio
22 Gennaio 2026
Partecipare alla redazione aperta di VD3 alla Libreria delle donne di Milano per me non è mai un ascolto passivo di relazioni e interventi interessanti, ma un modo di mettere la mia corporeità sessuata in relazione con altre e uno stimolo che agisce anche nei giorni successivi e mi suggerisce possibili interventi e riflessioni. Questo mi è successo ascoltando la discussione su “Pensiero vivente e intelligenza artificiale”, il più recente numero della rivista, che mi ha richiamato e permesso di mettere in pensiero e ora in un breve testo ascolti e suggestioni recenti.
Il confronto tra Cina e Stati Uniti sull’intelligenza artificiale, come emerso nell’episodio 138 intitolato AI, China vs USA del podcast Altri Orienti, scritto e raccontato da Simone Pieranni, offre uno spunto solo se non lo si legge unicamente nella logica della competizione geopolitica e lo si assume come indice di una trasformazione più profonda del modo in cui la vita viene governata e significata. Non è tanto questione di chi vinca la corsa tecnologica, quanto di che tipo di rapporto con il vivente si stia costruendo attraverso l’AI.
L’intelligenza artificiale si presenta oggi come una nuova promessa di ordine. Ordine dei flussi, dei comportamenti, dei desideri, delle relazioni. Un ordine che si pretende neutro perché fondato sul calcolo, sull’evidenza dei dati, sull’automatismo delle decisioni. Eppure, come ogni ordine, anche questo ha bisogno di una legittimazione simbolica. È qui che la differenza sessuale diventa una linea di rottura capace di far emergere ciò che il discorso tecnologico tende a rimuovere.
Nel modello cinese, l’AI appare come strumento esplicito di governo della vita. Lo Stato assume su di sé il compito di orientare, prevedere, correggere. La vita delle persone viene pensata come parte di un tutto da mantenere efficiente e stabile. In questa visione, non c’è spazio per l’imprevisto come valore: ciò che conta è la continuità, l’armonia, la riduzione del conflitto. Anche se, come raccontano bene altri episodi del podcast, il conflitto e le contraddizioni continuano a prodursi. L’intelligenza artificiale diventa così una macchina di rassicurazione, che promette sicurezza in cambio di trasparenza totale.
Ma questa trasparenza ha un costo simbolico. I corpi, anche quelli sessuati, vengono trattati come leggibili, disponibili alla classificazione. La differenza sessuale non viene negata, ma amministrata. Ridotta a funzione, a variabile biologica o comportamentale. Ciò che scompare è la differenza come relazione viva, come apertura all’altro e all’altra, come eccedenza rispetto a ogni schema. In questo senso, l’AI statale mostra il suo limite: pretende di governare la vita senza passare per il simbolico, senza fare i conti con ciò che nella vita resiste al suo governo.
Negli Stati Uniti, il quadro è diverso solo in apparenza. Qui non è lo Stato a presentarsi come garante dell’ordine, ma il mercato. L’intelligenza artificiale è incorporata nelle piattaforme che organizzano il quotidiano: lavoro, affetti, consumo, informazione. La promessa non è la stabilità, ma la personalizzazione. Ognuno e ognuna viene riconosciuta, profilata, “vista”. Ma questo riconoscimento è spesso una forma sofisticata di cattura.
In entrambe le prospettive ci troviamo di fronte a un processo, non certo iniziato con l’intelligenza artificiale, ma di più lunga durata, di incorporamento nelle macchine di lavoro vivo, e sempre più di lavoro cognitivo, atto unicamente alla valorizzazione e non certo a liberare tempi di vita e di relazione.
La differenza sessuale, in questo contesto, tende a essere tradotta in identità. Un attributo tra gli altri, da rendere visibile, rappresentabile, spendibile. L’AI diventa così una macchina che moltiplica le categorie senza interrogare il senso della differenza. Ciò che si perde è la possibilità di pensare la differenza sessuale come principio simbolico, come ciò che mette in questione l’idea stessa di un soggetto autosufficiente, calcolabile, prevedibile.
Da una prospettiva della differenza, ciò che accomuna i due modelli è l’illusione che la vita possa essere interamente tradotta in informazione. Che il sapere preceda la relazione. Che il calcolo possa anzi sostituire la relazione. Ma l’esperienza del femminismo insegna altro: che la vita si dà sempre in un rapporto, che non tutto è misurabile, che il senso nasce da un incontro e non da un algoritmo.
L’intelligenza artificiale, così come oggi viene pensata e implementata, sembra muoversi in una direzione opposta: ridurre l’incertezza, eliminare l’ambivalenza, negare il simbolico inteso come luogo di negoziazione permanente del significato. In questo processo, la differenza sessuale non è semplicemente marginalizzata: è neutralizzata perché rappresenta un punto di non chiusura, un’apertura che non si lascia governare.
Forse il vero nodo politico non è chiedere un’AI più etica o più inclusiva, ma interrogare quale ordine simbolico stia prendendo forma attraverso queste tecnologie. Un ordine che promette di funzionare senza relazione, senza conflitto, senza dipendenza. Un ordine che rimuove l’origine relazionale della vita.
Tenere aperta la questione della differenza sessuale significa, allora, non accettare l’idea che il governo della vita possa essere delegato alle macchine. Significa affermare che c’è un sapere che nasce dall’esperienza, dal corpo, dalla relazione tra donne e uomini, e che questo sapere non è traducibile in dati senza perdere qualcosa di essenziale. È in questo “qualcosa”, certo fragile, esposto, ma non calcolabile, che si gioca ancora una possibilità politica di libertà.