In ricordo di Luisa Muraro
Elvira Federici
17 Luglio 2026

Tutto nasce dall’esperienza: “partire da sé e non farsi trovare”, diceva la filosofa appena scomparsa che ha reso visibile ciò che era stato occultato, ha aperto spiragli, consentendoci di disfare, decostruire l’ordine patriarcale. Insieme a Lia Cigarini ha fondato la Libreria delle donne
Non so spiegare l’impulso, l’inquietudine o semplicemente il moto di insofferenza che mi ha spinto, letto il pamphlet di Serughetti, Guerra, Braidotti – libro che ripete e riassume quanto le autrici hanno scritto con grande profondità in altri lavori – ad approfittare della notizia di una redazione aperta di Via Dogana dal tema C’era una volta la differenza e c’è ancora.
La data si è rivelata a posteriori, per me, connessa ad un movimento dell’inconscio: il bisogno di fare i conti con un discorso lasciato indietro per altre scelte, altri contesti di interlocuzione femminista ma anche con un’esperienza di relazione e di pensiero per me fondativa. A giugno 2026 cadono i venti anni dalla morte della donna, l’amica, che più ha contribuito a dare significato e profondità al mio femminismo, Eloisa Manciati. A giugno, il 13 giugno, mentre sono già a Milano, in attesa dell’incontro del giorno dopo alla Libreria delle donne, si spegne Luisa Muraro.
Non parlerò dell’incontro, intensissimo, che si è tenuto ugualmente «perché così avrebbe voluto Luisa», né delle belle relazioni introduttive di Traudel Sattler, Vita Cosentino, Jennifer Guerra e Chiara Zamboni.
Non parlerò del gesto che mi sono resa conto di compiere perché non voglio aderire alla frantumazione del femminismo mentre sento di far parte di una pluralità di femminismi, che attraversano sia le nostre storie e culture personali che il mondo già dilaniato e danneggiato.
Parlerò, a partire da me, dell’incontro con il pensiero di Luisa Muraro. E di come abbia appreso da lei quanto, una volta partite da sé, sia importante non farsi trovare là dove ci aspetterebbero.
Femminista fin dai primi vagiti di autonomia – fine liceo, università – mi sentivo tale in risposta all’evidente condizione di disparità con gli uomini.
Frequentavo Filosofia a Roma e nel fermento esaltante e talvolta persino efferato di quelle aule occupate si ergevano maschi che già sapevano tutto. Questo mi sbalordiva: non la rivoluzione, che volevo fare anch’io, ma la certezza, che ostentavano, di tutti i passi che ci avrebbero condotto dritto dritto dentro un’altra idea di società.
Le donne, le studentesse che erano là, come me, tacevano. Solo al ritorno nella mia piccola città il mio bisogno di rivoluzione ha preso forma nelle pratiche femministe. Esplorazioni, passi falsi, sorellanza, impegno concreto: consultori, contraccezione, aborto, self-help, autocoscienza. Che fare di questo bagaglio di esperienza così peculiare? Come dirlo, come farne pensiero. Come farne episteme.
Quando ho incontrato il pensiero della differenza, con Irigaray ma specialmente con Muraro, le pratiche politiche femministe con le altre hanno guadagnato l’autorità del discorso mentre il pensiero non mi cancellava nell’astrattezza del logos, perché tutto nasceva dall’esperienza che imparavamo a dirci. La mia esperienza nella relazione con le altre trovava la sua misura; era pensiero del mondo che non ci faceva nascondere dietro le parole della teoria di pensatori, politici, grandi uomini che incombevano su di noi.
Al mio attivismo non più solo legato al tentativo di un mondo meno ingiusto si coniugava la scommessa di rifarlo daccapo attraverso un altro sguardo. Rendere visibile ciò che era stato occultato, aprire spiragli, agire possibilità impreviste, disfare, decostruire un ordine patriarcale. E, talvolta in modo ravvicinato, più spesso a distanza, attraverso libri e incontri, lo scambio con Muraro contribuiva a nutrire il pensiero e l’esperienza.
Tutte le parole di Muraro, parole di rara forza epistemica, di passione visionaria, di rigore filosofico, mi sono servite. Non tutte le ho condivise ma l’ostacolo che ponevano al mio modo di sentire mi ha aiutato a scavare di più, a pensare al femminismo come qualcosa che, proprio come ha sostenuto Muraro richiede di «partire da sé e non farsi trovare».
Le pratiche contano. Il femminismo ha bisogno di viandanza più che di una protettiva comunità. Ha bisogno di misurarsi con l’indistinto della materia, con la crisi ecologica, con i corpi mutanti che abitiamo. Ci è necessario il pensiero che scaturisce dalla presa di parola e dall’esperienza di soggettività impreviste. Un pensiero che sia attraversamento del reale, risignificazione, riscrittura; un pensiero che non si accontenti dell’antagonismo. Nella presunta distanza con il femminismo dell’uguaglianza, occorre tenere presente, con forza, politicamente, che la differenza è esattamente il modo di sottrarsi – la schivata di Luisa – all’ordine del discorso e che nelle forme di questa sottrazione agisce la soggettività libera(ta) di ciascuna/o.
(*) Elvira Federici è nata e vive a Viterbo. Laureata in filosofia alla Sapienza, ha insegnato nelle medie e nei licei, ha fatto la preside (poi dirigente scolastica) in istituti medi e superiori impegnandosi sui temi del genere e della differenza; dal 2007 al 2011 ha lavorato in Brasile per conto del M.A.E.. È cultrice della materia per Linguistica Italiana – Università della Tuscia ed è stata contrattista per Didattica delle lingue moderne. Ha pubblicato due manuali scolastici per Mondadori e Mursia. Ha scritto per Riforma della Scuola, Insegnare, Il Filo, Mosaico (Comunità Italiana in Brasile). Nel 2005 ha pubblicato per la IDC PRESS di Cluj-Napoca (RM), la raccolta di versi “Oriente Domestico”. Collabora con la rivista Leggendaria. Di recente, oltre all’organizzazione del ciclo di filosofia “Lineamenti di femminismi, genere, differenza”, con Federica Giardini e le docenti del Master pari titolo di Roma 3, ha progettato e curato per la Biblioteca Consorziale di Viterbo il ciclo “Elogio della Poesia”, incontri con undici grandi poeti e poete della contemporaneità. È femminista e ha attraversato il movimento a partire dalla differenza sessuale. Trova stimoli di fronte alla complessità emozionante del mondo, anche nel pensiero di Gregory Bateson, che frequenta da anni con il Circolo omonimo.
(Letterate Magazine, 16 giugno 2026)