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Questa domenica dedicata alle nostre pratiche con le donne immigrate e con gli uomini immigrati è stata aperta da due relazioni molto interessanti di Tahereh Toluian e Anna di Salvo della Città felice di Catania. Mi soffermo sulla relazione di Anna.

Mi ha colpito la concretezza e la chiarezza di Anna nel portare avanti, anche in ambienti “difficili” il nostro modo di affrontare i problemi, in emergenza o meno.

Non c’era sentimentalismo nelle sue parole, ma sentimento e consapevolezza che per avere risultati la pratica politica è essenziale.

E su questo ho cercato di dare un contributo.

La questione, a mio parere, si divide in livelli diversi: i diritti, i bisogni e le soluzioni.

Per i diritti, mi riferisco sempre a “non credere di avere dei diritti”, testo chiarissimo, e alle giuriste di cui mi fido, per i bisogni alla mia esperienza. La rilevazione dei bisogni ormai è una tecnica sperimentata in vari ambiti, ma con le donne in disagio è necessario entrare in relazione per capire davvero e rispettare non solo i bisogni, ma anche i loro tempi e i loro… silenzi. In quanto alle soluzioni – parola grossa – diciamo tentativi di soluzioni. Come quello di costruire luoghi e metodi per favorire la consapevolezza di essere nel mercato del lavoro con le proprie ritrovate o aggiornate competenze. L’autonomia non è soltanto un essere, ma anche una forma di dover essere con cui confrontarsi: regole, tempi, metodi, relazioni con… clienti e finanziatrici/tori, analisi di mercato, collaborazioni ecc. Un luogo, realmente fondato e organizzato sulle relazioni, può produrre desiderio di lavorare anche da sole o collettivamente. Un luogo che tiene conto del percorso fatto e dei luoghi in cui è stato fatto, ma non fa troppi sconti sulla concretezza e sul desiderio di…

E quindi arriviamo al nocciolo, che peraltro Anna Di Salvo ha descritto benissimo. Oggi non possiamo più parlare di accoglienza, termine strausato, ma anche manipolato, confusivo e strumentalizzato. Tutto è accoglienza e se muore qualcuno, è sempre colpa di chi non capisce cosa vuol dire fare accoglienza: magari tenere donne, bambini e uomini in una nave nel mare in tempesta per settimane e poi scaricarli alla Chiesa o alle chiese.

Cambiare il linguaggio, le parole che usiamo è sempre segno di un cambiamento simbolico, già avvenuto dentro e fuori di noi. Invece di accoglienza userei “in relazione con”. Un modo preciso per definire chi sono io e chi è con me in una relazione. Mi sembra per noi tutte indispensabile. Ricordo sempre le parole di Lia Cigarini: è da chiarire da dove parli, come ti collochi.