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di Vita Cosentino


Quando una donna dice la sua verità, illumina un mondo. Questo ho pensato mentre Daniela Santoro raccontava le difficoltà umane ed esistenziali attraversate nel suo tormentato percorso di presa di coscienza politica. Con lei risuonava la voce di tante altre giovani donne che, con accanto l’ombra della depressione, passano gran parte del tempo sui social.

Nelle sue parole mi ha colpito soprattutto l’immagine di «tutte le porte chiuse in faccia» a chi cercava di tenderle la mano. Rendendosi consapevole di questo atteggiamento, ha trovato poi la spinta per decidere di «farsi tirare fuori dal baratro». Questo mi pare oggi il punto spartiacque: ritrovare la fiducia nelle relazioni in carne e ossa. Cosa evidentemente difficile per una generazione nata digitale.

Non è problema solo femminile. In questo momento di grave crisi delle forme della politica maschile il passaggio alla fiducia nelle relazioni in carne e ossa non riguarda solo le giovani donne come Daniela, ma tutti i giovani. Dopo le ultime elezioni regionali, Maurizio Ferrara, in un articolo comparso sul Corriere della sera dal titolo Giovani senza partito, esamina l’alto astensionismo dei giovani sostenendo, sulla base di inchieste approfondite, che non è sinonimo di alienazione. I giovani si interessano alla politica, ma «non considerano il voto come uno strumento efficace per far sentire la propria voce». Preferiscono impegnarsi in movimenti di protesta e il canale privilegiato è internet. Sono netizen, cittadini in rete che non vanno a votare e partecipano online ogni giorno (19/02/2023).

Senza per questo demonizzare i social, mi sembra forte il rischio di chiusura in una bolla virtuale se non si partecipa al mondo anche nella realtà. C’è chi lo ha già capito e lo vuole comunicare alle altre, come le Compromesse quando scrivono: «Raccontandoci sulla nostra pagina Instagram, vogliamo trasmettere alle nostre coetanee e alle ragazze più giovani, la voglia di unirsi, di trovare piacere infrangendo la bolla dell’individualismo, alla ricerca di una libertà che nasce dallo stare insieme, e non perde mai di vista la collettività» (AP n.1/2 2023).

Quello che posso offrire io a supporto di questo passaggio indispensabile sul piano esistenziale e politico è una narrazione che viene dalla mia storia e dice: la vita è fatta di incontri e poco più. Gli incontri sono più spesso casuali che cercati e alcuni determinano svolte esistenziali potenti. Anche la politica è fatta essenzialmente di incontri e di relazioni. Io mi sono sempre regolata dando un’iniziale fiducia, pensando che dall’incontro potesse venire qualcosa di buono. Non sempre accade, ma il più delle volte sì. Per puro caso, al convegno sull’affidamento, negli anni ’80, ero seduta vicino a Giannina Longobardi, come me insegnante, a Verona. Da lì è nata un’amicizia umana e politica che ha prodotto pensiero sulla scuola e il coraggio di agire in grande con il Movimento di autoriforma gentile. Per parte mia, non mi sono mai voluta mettere in analisi, pensando che la politica fosse il modo migliore per affrontare anche i buchi personali: i miei problemi non sono solo miei e condividerli apre a trasformazioni.

Siamo in un tempo di cambiamento e, per fortuna, l’individualismo imposto sembra al tramonto, come mostra una recente ricerca pubblicata sul Domani, nella rubrica Il Cannocchiale – l’economia e la società attraverso i dati. Enzo Risso dice: «Dopo quaranta anni di sbornia liberista, di spinta a disinteressarsi della società, degli altri, e di pensare solo a se stessi, ad arricchirsi senza badare alle conseguenze, la società sembra mutare la direzione del proprio timone». Dal suo osservatorio sui dati si vedono infatti percentuali altissime (tra 70% e 80%) di chi cerca nuove forme di scambio, di “legami caldi”, nuove forme di collaborazione e condivisione (19/03/2023).

Al contempo assistiamo all’estrema crisi delle forme della politica maschile e alla crescita di un bisogno sempre più diffuso di nuove forme di convivenza. Le invenzioni politiche delle donne, il partire da sé e le pratiche di relazione sarebbero le politiche più rispondenti a questo tempo, pure, quasi per paradosso, sono come offuscate.

In Via Dogana Tre abbiamo deciso di lavorare sulle pratiche politiche e sulla loro nominazione proprio per l’esigenza di gettare nuova luce su una concezione della politica fondata sulle pratiche. È infatti da nuove pratiche che possono venire nuove idee e nuove teorie. In questo momento non circola abbastanza, soprattutto tra le persone giovani, l’idea che le pratiche sono la strada maestra per fuoriuscire da un regime simbolico e anche dalle forme politiche maschili. Le teorie infatti, anche le più avanzate sono in qualche modo debitrici del sistema simbolico in cui nascono. Quando ne abbiamo discusso nella redazione ristretta di VD3, una giovane ha detto: «Solo ora con questa discussione ho capito cos’è una pratica».

Ci sono delle ragioni per cui queste invenzioni della politica femminista sono offuscate, per non dire oscurate in questo momento. L’improvvisa comparsa di due donne in ruoli politici apicali, la presidente del consiglio dei ministri e la segretaria del maggior partito dell’opposizione, cattura lo sguardo, anche femminile, verso la scena del potere. È forte il rischio di polarizzazione e tifoseria da schieramento. Inoltre i femminismi che attirano maggiormente le nuove generazioni adottano prevalentemente le forme politiche tradizionali della sinistra come scioperi, manifestazioni, obiettivi, e non veicolano le pratiche originali pensate dal femminismo.

Nella sua relazione iniziale Lia Cigarini ha messo in evidenza un passaggio importante quando ha parlato di «allargamento della politica». È una notizia molto buona se le associazioni dicono di stare facendo “una politica sociale” e non “un lavoro nel sociale”. Fino a poco tempo fa non succedeva. Segna un cambiamento nella concezione della politica. Ricordiamoci – e mi faceva impazzire – che fino a poco tempo fa dicevano della politica delle donne che era “prepolitica” o “impolitica”.

Può venire un grande impulso dall’allargamento di ciò che si intende per politica e noi possiamo contribuire a queste nominazioni, avvistarle là dove si producono nella società, metterle in risalto, farle circolare, far sempre più nominare come politica ciò che è politica. Se cambiano le parole, cambia anche la realtà.