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“Il tempo è vita” è il titolo dell’incontro di oggi e il tempo è una parola che ha molte accezioni.

C’è la percezione culturale del tempo come tempo lineare o come tempo ciclico.

C’è la tensione tra passato presente e futuro.

C’è il tempo necessario e il momento opportuno per fare le cose, il concetto del kairós.

E c’è il fenomeno della scansione, della frammentazione e dell’accelerazione del tempo nella società sempre più automatizzata.

Il tempo lineare e il tempo ciclico naturalmente sono due percezioni culturali. Il tempo ciclico mette l’accento sulle fasi ricorrenti, cioè sulla scansione dei giorni, delle notti, delle stagioni che ritornano. Questa visione è stata importante nell’elaborazione delle donne perché riguarda anche la quotidianità, i gesti che si ripetono, cosa su cui le donne hanno avuto molte competenze. Il tempo lineare è la visione di una progressione astratta e irreversibile verso la fine, influenzata dalla volontà maschile di guardare in avanti lasciandosi dietro la nascita e il debito con la madre. Penso che la visione ciclica, con l’idea del continuo ritorno, predisponga meglio alla cura dell’ambiente e delle risorse, di cui si avrà bisogno anche il giorno e l’anno dopo, mentre la visione lineare può facilitare un atteggiamento distruttivo stile “dopo di me il diluvio”, un consumare tutto a man bassa “come se non ci fosse un domani”.

A proposito del kairós, proprio alla vigilia di questo incontro abbiamo presentato il libro Deficit. Perché l’economia femminista salverà il mondo di Emma Holten, che tratta diffusamente del lavoro di cura, che lei chiama “manutenzione”, il cui valore non può essere misurato in prezzi. Si potrebbe però iniziare a misurarlo in tempo, in parte per il tempo necessario per la parte di cura che si mette nel mercato, per fare un lavoro di qualità o per relazionarsi con chi si interfaccia con il nostro lavoro, in parte chiedendosi quanto tempo occorre liberare dal mercato per poter fare il resto di «tutto il lavoro necessario per vivere».

Veniamo poi alla scansione e frammentazione del tempo che nella società attuale seguono l’accelerazione delle tecnologie: la richiesta di una produttività sempre maggiore in sempre meno tempo subisce oggi un ulteriore incremento con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, e gli strumenti che avrebbero dovuto farci risparmiare tempo invece lo occupano tutto corrodendo gli spazi di vita. Anni fa, quando sono stati estesi gli orari di apertura dei supermercati, alcune di noi si sono proposte di evitare di fare la spesa la domenica o la sera tardi, per solidarietà con le cassiere. Prima o poi però abbiamo ceduto e ci siamo rese conto che non era “comodo”, che non guadagnavamo tempo ma lo perdevamo, perché potendo fare la spesa fino alle nove si finisce per lavorare fino alle sette, erodendo il proprio tempo libero. E questa “comodità” è pagata dal sacrificio del tempo di vita delle cassiere.

Adesso è il turno dei lavori che richiedono riflessione, che l’intelligenza artificiale sostituisce con riassuntini prodotti in pochi secondi di quel che trova in rete, imponendoti una competizione che non ti si lascia più il tempo di pensare, di scrivere cercando le parole giuste, opportune: se non lo fai in cinque minuti, lo fa lei, l’IA. Però l’intelligenza artificiale non inventa, rimastica quello che è già dato e per di più con grande dispendio di energia, come abbiamo detto nell’ultimo incontro di VD3, sbarrando la strada alla creatività e alle invenzioni.

Il kairós, il tempo necessario e opportuno, è quello necessario per i processi con cui maturano i risultati, indispensabile in professioni che hanno a che fare con le relazioni umane. L’insegnamento, per esempio: il tempo necessario recuperare una/uno studente in difficoltà, il momento opportuno per riagganciarla/o, non può essere sostituito applicando una procedura standard velocizzata, macchinale.

La tensione tra passato, presente e futuro mi sta particolarmente a cuore. Per un quarto di secolo, prima di incontrare la Libreria, ho fatto politica in movimenti, partiti, sindacati tradizionali, dominati dalla cultura del sol dell’avvenire: sacrifici e privazioni in vista del giorno in cui sarebbe apparsa la società perfetta. Uno dei miei grandi debiti con la Libreria delle donne e il femminismo della differenza è che mi ha insegnato il valore politico del presente.

Quello che facciamo dev’essere trasformativo ora, avere un senso profondo mentre lo si fa. Se non ce l’ha, se è la rincorsa di un’emergenza da risolvere “prima”, non trasformerà niente. L’aveva già capito anche Carla Lonzi, quando nel Manifesto di Rivolta femminile ha scritto «il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica», affermando nei fatti che il momento opportuno è subito, e che per viverlo ci si prende il tempo necessario: quello che il femminismo ha fatto con la separazione, le riunioni nelle case, l’autocoscienza, sottraendosi ai tempi forzati di assemblee, all’incalzare continuo di manifestazioni e scioperi, per elaborare il proprio sguardo soggettivo e il proprio senso di sé. Se il presente è la realtà preziosa da contrapporre all’astrazione di un futuro tutto da dimostrare, però, noi non rifiutiamo di voltarci indietro e di guardare alla nascita e al debito con la madre, di inscriverci in una genealogia, e abbiamo delle radici e una memoria.

Ecco, noi vogliamo rilanciare tutti questi tempi, con una particolare attenzione al fatto che oggi si gioca molto nella pressione sempre più forte del mercato, della produttività, del tempo-tutto-pieno, della successione di eventi senza processi visibili a produrli. Negoziare il tempo per vivere, per creare, per inventare, per costruire il cambio di civiltà necessario a che il mondo non perisca sotto le bombe e tra le catastrofi ecologiche, a partire da dove siamo e dai problemi della nostra realtà quotidiana.