Il tempo è l’unità di misura della mia esperienza di libertà
Michela Spera
18 Aprile 2026
In questi anni vivo la dimensione di un tempo non subordinato alla necessità di chi per vivere deve lavorare e ho ripensato il mio rapporto con il tempo, allo spazio che si è liberato per fare le cose che desidero e preferisco.
Vivo questa nuova condizione al presente e in un’esperienza di libertà: ho a disposizione un tempo con pochi vincoli, posso scegliere di fare le cose che desidero e che mi fanno stare bene oggi e anche domani, vorrei stare il più possibile in buona salute negli anni che ho di fronte.
Un nuovo equilibrio che prova a mantenere le relazioni politiche e di amicizia già costruite, ne sperimenta di nuove e reinveste in relazioni poco frequentate negli anni per mancanza di tempo di cui disporre.
È ridisegnato il rapporto con i miei nipoti e il tempo per vivere la relazione con i figli dei miei figli è qui ed è oggi perché, crescendo, il tempo li cambierà e, invecchiando, cambierà irreversibilmente la mia condizione; così cerco, mi ingegno, e trovo il tempo per stare con loro. Questo desiderio contratta con il desiderio di continuare le mie attività e seguire i miei interessi, e trova una nuova misura.
Il tempo è l’unità di misura della mia esperienza di libertà.
Trovare più tempo per sé stesse è una contrattazione e una conquista continua che accompagna tutte le fasi della vita. Io avevo appena imparato a leggere e la sera, quando mia mamma spegneva la luce, aspettavo si allontanasse per riaccenderla e riprendere la lettura o, dopo la scuola, facevo finta di non sentire quando mi chiamava e non rispondevo per continuare i miei giochi.
Da giovane per alcuni anni ho lavorato in fabbrica, lavoravo su una pressa a ritmo vincolato in un reparto di sole donne. In quella condizione di costrizione ho sperimentato per la prima volta la libertà e la forza delle relazioni tra donne perché, insieme, avevamo scoperto e praticavamo una nostra modalità per “stare libere” dentro il tempo vincolato della macchina: quando il controllo dei capi era troppo rigido sui ritmi di lavoro e sulla produzione noi eravamo in grado, con le nostre conoscenze e i nostri escamotage, di fermare la macchina e la produzione e i manutentori, chiamati a ripristinare il funzionamento delle macchine, non riuscivano a individuare la causa del guasto.
Avevamo sperimentato la quantità di produzione che tutte eravamo in grado di fare con un certo agio e, di conseguenza, su otto ore ci sembrava giusto produrre e lavorare per sei; era il nostro spazio di libertà, il nostro tempo libero dal vincolo della produzione, pause di riposo che gestivamo a livello individuale nel corso del turno di lavoro.
Dalla forza della nostra relazione ci veniva la libertà, e ho sperimentato – eravamo giovani ed erano altri tempi – che la libertà si realizza anche nel rapporto con la macchina.
Ho seguito la contrattazione della condizione di lavoro nel rapporto con la macchina a ritmo vincolato (le catene di montaggio) e ho visto la difficoltà con cui si misurano le persone in carne ed ossa per non farsi cancellare dalla macchina, per salvaguardare il proprio equilibrio e la propria salute; è una contrattazione che riesci a fare se ti metti insieme ad altre e ad altri che vivono la stessa condizione; anche in queste difficili condizioni è possibile aprire degli spazi, seppur piccoli, di contrattazione e condizionare i tempi della macchina.
L’esperienza condiziona anche il mio rapporto con le nuove tecnologie e la comunicazione che si svolge attraverso i social. Se considero l’estraniazione che sperimenta la persona che lavora sulla macchina a ritmo vincolato, separata dal proprio lavoro e dal processo lavorativo; o la dissociazione che l’uso delle nuove tecnologie produce nelle persone, espropriate del sapere e delle modalità del lavoro; o ancora l’uso dei social che mette in pericolo fino ad annullare lo scambio e la relazione, tra queste diverse situazioni non vedo né sento la differenza; è la stessa condizione di spersonalizzazione, di mancanza di coinvolgimento, di alienazione che distrugge le relazioni sociali.
La mia pratica di resistenza è quella di non frequentare i social – non è un sacrificio, mi lasciano indifferente – cerco, e trovo, altre modalità di comunicazione e di conoscenza con le persone con cui sono in relazione.
Nella storia del ’900 il tempo è stato fondamentale, è il tempo in cui nasce e si afferma la rivendicazione delle otto ore: otto ore di lavoro, otto ore di riposo, otto ore di tempo libero dalla necessità per coltivare i propri affetti e i propri interessi, e su questo equilibrio nel tempo della vita si è costruita ed è cresciuta la soggettività nei luoghi di lavoro, si sono radicate relazioni ed esperienze collettive.
Contrattare sindacalmente il tempo è stato il tema per me più difficile perché ha significato mettere insieme esigenze e individualità diverse per trovare un comune punto di vista e una soluzione condivisa. Una contrattazione dell’orario di lavoro è molto più complicata di una contrattazione sul salario o su altre parti della condizione di lavoro, soprattutto se riguarda le donne e in modo ancora più radicale se sono interessate e interessati sia donne che uomini.
Prima ancora che con l’impresa, è necessario saper confliggere e contrattare tra lavoratrici e tra lavoratrici e lavoratori e arrivare a un punto di incontro condiviso; è una necessità, perché se non raggiungi prima questo punto condiviso con l’azienda non ci sarà partita. Il tema dell’orario di lavoro è centrale nella contrattazione, perché incide nell’organizzazione della vita delle persone e nello stesso tempo gli orari di lavoro rappresentano un fattore decisivo per le ricadute che questi hanno sulla competitività dell’impresa.
La contrattazione degli orari si misura con molti aspetti: incide sul costo del lavoro, sulle esigenze di organizzazione del lavoro e di competitività delle imprese; è in stretta connessione con il salario, ha riflessi sull’occupazione e sulle condizioni lavoro, soprattutto ha conseguenze sulla vita delle persone e sui loro rapporti sociali.
Ogni esperienza personale assegna al tempo il “valore assoluto” che la propria condizione sta attraversando ed è un valore che cambia in continuazione nel corso della vita, facendoti dimenticare o mettendo in secondo piano la condizione degli altri; difendi con determinazione la condizione che stai attraversando perché il rapporto con il tempo è per ognuno di noi l’esperienza di libertà possibile.
Modificare i termini di questo rapporto richiede fare i conti con questo processo sempre in corso, far riconoscere la tua esperienza di libertà e riconoscere l’esperienza di libertà delle altre e degli altri; Giordana Masotto in modo sapiente nomina questo processo “libertà in relazione” 1.
Per queste ragioni sento che il tempo è una misura in continua evoluzione, è una unità di misura della vita che in ogni momento si ricalibra su costrizione, necessità, desiderio; si ricalibra con il processo della libertà.