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Nel mio rapporto con il tempo c’è un prima e un dopo. Lo spartiacque è l’accidente che mi ha atterrata. Questa duplice esperienza del tempo non smette di farmi pensare. Il “prima” era un tempo tutto pieno. Tra passione politica lavoro famiglia libreria nelle mie giornate saltavo da un impegno all’altro sempre alla ricerca di non so cosa. Il vuoto mi dava angoscia, quasi io non esistessi se non nell’immagine pubblica. C’è sempre qualche buco esistenziale da riempire, oltre alle imposizioni che vengono dal sistema simbolico e sociale vigente. Poi di colpo nel maggio del 2009 l’immobilità: bloccata dalla vita in giù. Faticosamente rimessa in piedi a forza di fisioterapia, la logica del tempo tutto pieno era irrimediabilmente saltata. 

I tempi del mio corpo tuttora dettano legge e strutturano un tempo considerato vuoto nella logica precedente. Quello che viene più in evidenza è il vivere, con ciò che è essenziale per me e con ciò che davvero desidero, stante gli alti costi che ogni azione comporta. Vivo l’accelerazione di riflesso: più si fa incalzante la vita delle amiche, soprattutto più giovani, più diminuisce la mia possibilità di stare in loro compagnia.

Del “prima” fa parte la mia partecipazione nel 2008 a Roma al secondo Simposio dell’Associazione Internazionale delle Filosofe su “Il pensiero dell’esperienza” (da cui il libro omonimo per Baldini Castoldi Dalai, 2008) e in quella occasione andarono dritte al cuore le parole di Ina Praetorius: criticava il progetto della modernità che, tirando dentro le donne emancipate, «intende rendere possibile una vita umana che possa delegare la gestione della routine alle macchine» (p. 77). In quella logica il quotidiano è inteso come il lato ripetitivo e funzionale di un’esperienza, mentre fuori dal quotidiano c’è l’avvenimento speciale che è espressione di libertà. Pensai che quella “logica dell’evento” riguardasse anche me. Ciò che viene proposto come desiderabile è una vita piena di eventi, delegando la cura del vivere alle macchine – oggi possiamo già pensare ai robot – oppure a rider sottopagati oppure a donne straniere che lasciano i loro figli per curare i nostri.

Penso che la logica dell’evento sia perfettamente interna alla concezione astratta del tempo lineare che sovrasta il piano del vivere, e ne svela la natura sessuata. In scena c’è un soggetto (maschile) che si sovraccarica di progetti che gli diano esistenza, perché ossessionato dal tempo che passa e in ultima analisi dalla morte. In quella logica le esperienze non si vivono: si consumano. Il viverle richiederebbe un’altra postura: la disponibilità al momento con ciò che ha di inedito. 

Il pensiero della differenza da decenni ha criticato la concezione del tempo lineare. In “Approfittare dell’assenza” (Liguori 2002) Ida Dominijanni ne richiama un punto basilare sostenendo che il rifiuto del tempo lineare è iscritto nel corpo femminile: «un corpo femminile sa che il tempo va periodicamente avanti e dietro; progredisce e regredisce, sfreccia e si avvita su se stesso, che nella mancanza e nei vuoti si può non solo esistere ma anche godere» (p. 189). Inoltre, nell’introduzione allo stesso volume, Luisa Muraro a proposito delle donne nella storia introduce il concetto di “intermittenza”, di una presenza con un andamento carsico interpretando quello che sembrava un difetto di continuità come «una storicità originale non confinata nella cronologia e come la manifestazione di un essere non tenuto a farsi vedere per esserci» (p. 5).

Erano anni di ricerca teorica e contemporaneamente di pratiche politiche di effettiva trasformazione nel presente, con la baldanza di essere in tante a sperimentare nuovi modi di stare al mondo, sottraendoci ai codici vigenti e istituendo una sorta di tempo altro. Vivevamo un tempo inattuale che sfuggiva alla logica dell’evento e si muoveva piuttosto con la logica delle relazioni. E sentiva la realtà rispondere. 

C’erano però già i segni di un cambiamento profondo: al Simposio del 2008 Chiara Zamboni parlava di un presente onnicomprensivo che «ci è caduto addosso». 

Non mi escono dalla mente quelle parole di Chiara perché sembrano l’annuncio dell’oggi. Del presente che ci è caduto addosso sentiamo il peso sempre più gravoso man mano che la tecnologia si impadronisce della nostra vita. Circola un diffuso malessere che fa ammalare il corpo soprattutto tra le persone più giovani. È l’insostenibile peso del tutto contemporaneamente: dall’accelerazione che sta portando l’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro all’angoscia per un mondo dominato dalla forza e dalle guerre. 

L’accelerazione richiede la risposta immediata e questa pretesa si è installata anche nella vita pubblica. In ogni situazione tutto ciò che va nella direzione di un procedere che chiede un tempo lungo per dare risultati è visto come velleitario e sostanzialmente inutile. In una scuola di La Spezia capita la tragedia dell’accoltellamento a morte di un ragazzo e pochi giorni dopo esce la normativa per mettere metal detector nelle scuole. Ho lavorato per molti anni al recupero della devianza nella scuola in cui insegnavo e so che quella strada non porta da nessuna parte. Per sperare di avere qualche risultato ci vuole l’attivazione dell’intera comunità, dare voce a tutti i soggetti interessati e tanto lavoro lento che ponga le basi di una trasformazione soggettiva comune. 

Attraverso i mezzi di comunicazione di massa sia tradizionali che social, attraverso le numerose reti di cui siamo partecipi, ciascuna e ciascuno di noi è preda di una sovrastimolazione continua e estenuante. Il rischio è che prevalgano strategie difensive come quelle descritte da De Carolis ne “Il paradosso antropologico” (Quodlibet 2018) quando parla di una «scissione verticale» dell’esperienza. Il soggetto è performante, ma non abita pienamente la propria esperienza: si rifugia nella “casella” di quel momento e tutto ciò che arriva da fuori della casella, compresi gli affetti e le emozioni, è considerato “rumore”.

Un’esperienza scissa, parcellizzata e anestetizzata è un risultato che va nella direzione esattamente opposta alla strada che il femminismo ha aperto e che si continua a percorrere con l’idea del cambiamento del mondo modificando se stesse e il proprio rapporto con esso, riconoscendo valore politico al presente senza proiettarlo nel futuro. 

Oggi tuttavia la situazione è difficile: le pratiche sono più rarefatte – non c’è tempo per farle – e non si è portato avanti il lavoro del pensiero sul tempo che nel secondo Novecento ha visto contributi notevoli sia da parte femminile che maschile. Siamo in una stretta: la concezione lineare è implosa su se stessa ma non si riesce a passare a nuove rappresentazioni simboliche all’altezza dei tempi, capaci di accogliere e mostrare il senso politico di pratiche trasformative del presente.

Sostengo che è implosa perché nella astrazione che la costituisce è venuto meno il suo principio ordinatore. Rappresentare lo scorrere del tempo come una linea che si prolunga all’infinito si basa sulla successività e in quella rappresentazione la simultaneità costituisce l’eccezione perché non può essere tenuta dentro lo schema. Tuttavia è capitato ed è sotto gli occhi di tutti che oggi l’eccezione è diventata la regola, mandando all’aria lo schema: si è installata la simultaneità in questo presente che è tutta la vita che abbiamo. 

Se è urgente riaprire la strada a pratiche di sottrazione segnate dalla differenza, è altrettanto urgente riprendere il lavoro del pensiero che produca crolli e smottamenti, evidenzi il collasso di quella astrazione, aprendo un conflitto a livello simbolico e producendo nuove rappresentazioni. Condivise. 

Il primo passo è prendere coscienza che la concezione lineare è introiettata fa parte delle categorie mentali con cui viene inquadrata l’esperienza ed è veicolata dalla lingua stessa che parliamo. L’italiano, infatti, come le altre lingue indoeuropee, con le coniugazioni ci presenta il tempo come quadro e misura degli avvenimenti secondo la tripartizione passato-presente-futuro, in una linea che si prolunga all’infinito. 

Nell’apertura di un conflitto simbolico sul tempo ho trovato un inconsapevole alleato delle femministe nel pensatore francese François Jullien. Il suo libro, pubblicato da Luca Sossella con il titolo “Il tempo. Elementi di una filosofia del vivere”, mi ha fatto intravedere una prospettiva che colloca e avvalora le invenzioni del femminismo basate su un’altra temporalità.

L’autore mette in tensione l’idea occidentale del tempo con il pensiero cinese proprio allo scopo di arrivare dall’interno a una «riconfigurazione globale delle nostre rappresentazioni sul tempo» (p. 47). L’analisi del pensiero cinese è molto approfondita, come lo è la rivisitazione del pensiero filosofico occidentale, e in questo luogo non se ne può dar conto. Io mi limito a proporre alcune suggestioni che vanno incontro alla riflessione femminista e aprono a decolonizzare la mente dalle categorie vigenti.

Secondo l’autore il pensiero cinese «ha pensato il “momento stagionale” e la “durata” ma non un involto che li contiene entrambi, ossia il tempo omogeneo e astratto» (p. 7). Questo è il punto sorprendente: il concetto di tempo in Cina non si è formato e questo è capitato perché il pensiero del suo corso non è stato isolato da quello del processo. La cultura cinese ci presenta due termini (e non tre) entrambi in corso: il passato che se ne va/il presente che se ne viene, e fra essi avviene una costante transizione. «A costituire il mondo “in quanto dura” è quel “se ne va/se ne viene” permanente»” (p. 35). Non c’è un inizio e una fine ma una processualità del mondo in costante rinnovamento. In questo modo è stata pensata la “durata”. Per quanto riguarda il “momento stagionale”, sono le stagioni a manifestare nel loro susseguirsi «la coerenza del processo del mondo e della vita che, in quanto regolato, non può esaurirsi» (p. 44).

Una grande vicinanza con il femminismo della differenza l’ho trovata anche rispetto al cambiamento: nella cultura cinese è sempre pensato in corso, non secondo la logica temporale della distensione ma secondo la logica della transizione. 

Mi sento molto in sintonia con questa concezione in quanto io stessa, tempo fa, sulle pagine di Via Dogana ho proposto un’idea che va nella stessa direzione. In “Cosa buttare? Cosa tenere?” (VD 103) proponevo di abbandonare l’idea del cambiamento come qualcosa che crolla definitivamente e qualcos’altro che deve essere creato al suo posto e pensarlo invece sotto forma di metamorfosi. Portavo come esempio la nascita delle lingue moderne dal latino: è stato un cambiamento profondissimo, senza un inizio e una fine, che si può vedere come una continua transizione data dal fatto che nell’età di mezzo gli esseri umani hanno continuato a parlarsi e a mescolarsi.

In Via Dogana, attorno al 2010, abbiamo lavorato molto a partire da uno spunto che veniva da Rebecca Solnit con il suo libro “Speranza nel buio. Guida per cambiare il mondo” (Fandango 2005). Solnit sosteneva che il problema è cambiare l’immaginario del cambiamento. Oggi quell’idea è da riprendere e da estendere alla temporalità nel suo complesso. Riconfigurare le nostre rappresentazioni sul tempo, anche con l’apporto di studiosi di altre culture, può permettere di renderle condivise, cioè per tutte e per tutti.

Intuitivamente abbiamo titolato questo numero di VD3 “Il tempo è vita”, ma sarebbe meglio dire: il tempo è il processo della vita.