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«E a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane…»

Uno sgrammatico quanto poetico Lucio Dalla ci riporta alla dimensione del tempo che rimane.

Certo, se niente si ha da dire o da fare di tempo ne rimane parecchio. Ma se il tempo, e anche lo spazio, come è nell’esperienza comune delle donne, sono sempre occupati e bisogna strappare con le unghie e coi denti quello per sé, che cosa può rimanere se tutto è già preso?

Lo sapeva bene Virginia Woolf quando auspicava “una stanza tutta per sé”, così come Madame de Maintenon quando scriveva la sua celebre frase: «Il Re prende tutto il mio tempo. Dono il resto a Saint Cyr, a cui vorrei donarlo tutto».

Quello che a Derrida, nel suo commento a questa frase nel testo “Donare il tempo” (Raffaello Cortina, 1996), appare come un paradosso, a una donna risulta immediatamente comprensibile e niente affatto paradossale. Derrida argomenta di tempo preso e di tempo donato, il Re prende tutto il tempo, ma Madame, la moglie morganatica, dona il “resto”.

Come può – si chiede – esistere un resto se tutto è già stato preso?  A Derrida sfugge che il resto può esistere, ed esiste, nella misura in cui il “tutto” non è veramente tale.

Semplice. Per una donna.

Perché per una donna il tempo e lo spazio occupato dal desiderio e dalla legge patriarcale non è mai “tutto”. Non le risulta difficile, in quanto lei stessa non si considera “tutto”, ma una parzialità. Un’operazione quasi impossibile invece, o perlomeno molto difficile, per una sessualità e un’economia maschile che vorrebbero saturare tutto il campo dell’esperienza umana, rappresentabile e non, ponendosi come l’UNO, la totalità.

Lacan, trattando del godimento (“Il Seminario – Libro XX – Ancora”, Einaudi 1983) afferma che la donna nel rapporto sessuale n’est pas toute, non è tutta, cioè completamente assorbita dal godimento fallico. E dalla legge simbolica del Padre. E quindi anche dal tempo di lui.

Le donne sono capaci di uscire dalle cornici del tempo e dello spazio, da ciò che è il già dato.

Negli anni ’60, e ancor oggi, ebbe molta fortuna il concetto di “pensiero laterale” introdotto da Edward Bono, un approccio creativo contrapposto al pensiero logico/verticale/lineare. Classico esempio di messa in opera del pensiero laterale è la risoluzione del famoso gioco dei nove punti, di cui si viene a capo, per l’appunto, solo uscendo dalla cornice dei nostri schemi mentali (gioco dei 9 punti in curioctopus.it).

Madame de Maintenon era forse un’antesignana del pensiero laterale? O piuttosto una donna che aveva consapevolezza dell’esistenza di “altro”? Altro oltre la corte, oltre il sole del Re e la sua presa sul tempo e sulle cose.

Madame de Maintenon vive anche un “altro” tempo che non è nell’ordine della contrapposizione, bensì della mediazione, della composizione con il tempo della necessità.

Merita ricordare come campionessa del “resto” del tempo anche Harriet Stowe, autrice de “La capanna dello zio Tom”, stretta – come scrive nelle sue memorie – tra gli schiamazzi dei sette figli, il pescivendolo che suona alla porta, il libro da terminare…

Donne che ritagliano o che ampliano il tempo? Donne che vivono di residui o che immettono il proprio desiderio nella linearità del kronos, in questo modo dilatandolo?

Come scrive Iaia Vantaggiato nel suo commento (“Quel che resta del tempo” in La rivoluzione inattesa, Pratiche 1999): «È la relazione tra i due tempi – quello della necessità e quello della libertà – che l’aver nominato il resto consente di pensare».  

Riuscire a nominare (e, ancor prima, ad immaginare) che “c’è altro” nasce dal non essere accecate dall’esistente – ricordate l’invito di Virginia Woolf a non essere come i coniglietti paralizzati dai fari? – dal non attribuire uno strapotere a ciò che c’è, a non considerarlo come il “tutto”.

Anche Didone non si arrese al “tutto” dello spazio imposto dal Re, corrispondente alla pelle di un bue (non più grande doveva essere infatti la superficie di Cartagine!) dilatandolo all’inverosimile con l’invenzione del suo taglio a striscioline sottilissime…

Ma che cosa permette a queste donne di vedere altro?

Derrida vede in Maintenon «il sospiro infinito del desiderio insoddisfatto», non riesce ad andare oltre l’economia del prendere e del dare, non intravede che può esserci un tempo del desiderio che contende la signoria al tempo del Re, pur senza negarlo.

Per Madame de Maintenon il Collegio di Saint-Cyr rappresenta «l’inaudito del tempo» (Vantaggiato), luogo di relazioni femminili dove il “resto”, lo scarto, il residuo del tempo e dello spazio del Re si fa fondamento dell’esperienza di un altro ordine simbolico, di un tempo scelto e non subito.

Madame de Maintenon – non ce ne voglia Derrida se lo parafrasiamo – è invece una donna che ha nutrito e soddisfatto il proprio desiderio dandogli un respiro infinito.

La stessa esperienza, secoli più tardi, ha risuonato, e risuona, nei gruppi di autocoscienza: tempo per sé, «per non perdere il filo di noi stesse» (Wanda Tommasi), tempo scelto, frutto del sorgere del desiderio di essere nel mondo con le altre, tempo per partire da sé, tempo del divenire.

Così il “resto” diventa il tutto, perché ci vuole tutto il tempo di una vita per divenire donna.